LETTERATURA - GILBERT KEITH CHESTERTON

    

San Tommaso d'Aquino


Chesterton fu autore prolifico all'eccesso. Tanto che nella enorme massa delle sue opere, ogni critico ha avuto modo di intagliarsi il suo Chesterton, e se tutti sono d'accordo nel dire che qualcosa di Chesterton non perirà mai, difficilmente si trovano due critici che siano d'accordo su quale sia questo qualcosa, se il Chesterton saggista, il Chesterton poeta o il Chesterton romanziere; qualcuno rivaluterà il suo impegno politico spesso profetico, qualcuno si dorrà che non si sia dedicato tutto al teatro, molti giudicheranno riduttivo il suo impegno come giornalista, altri lo porranno al centro della sua vocazione di scrittore (una panoramica dei diversi giudizi sull'opera di Chesterton in D.J.Conlon, A Half Centurv wiews, NY,1987). I suoi scritti sono una miniera pressoché inesauribile di paradossi e di immagini illuminanti, benché l'idea centrale da cui scaturiscono sia unica.
Chesterton fu autore fin quasi dalla culla. Se da piccolo declamava modestamente Shakespeare, fin dai tempi della scuola riempiva quaderni di disegni e di abbozzi di opere. I primi ad essere stampati furono i suoi contributi a "The Debater", l'organo del Junior Debating Club, tra cui il saggio sui draghi (Dragons: a sketch) che inizia "Il drago è certamente la più cosmopolita delle impossibilità", esordio già tutto chestertoniano. Tra i suoi contributi vi erano anche saggi storici e poesie, che Chesterton adulto definì “cattive imitazioni di Swinburne perfettamente bilanciate da pessime scopiazzature di "Lays of ancient Rome”. (La frase ricorre in GKC, Autobiografia, pag. 66; ma è citata nella più scorrevole traduzione di M. Ffinch, G.K. Chesterton, ed. Paoline, 1992, pag 48. “Lays of ancient Rome” è un opera di Macaulay)
Il Debater nacque nel marzo 1891 e continuò la pubblicazione fino al 1893.
Il suo periodo di "follia" alla Slade School non trovò espressione letteraria, ma pose le fondamenta della sua carriera di giornalista. Frequentando le lezioni di inglese del professore Ker, conobbe Ernest Hodder Williams, della omonima casa editrice. Questi gli affidò alcune recensioni di libri d'arte, che apparvero anonime sul "Bookman", la rivista organo della casa editrice. Nel 1900 il padre di Chesterton curava la pubblicazione di una raccolta di sue poesie col titolo “Il Cavaliere Selvaggio”. Questa raccolta fu preceduta di poco da un’altra: “Barbagrigia si diverte”, che Chesterton non cita nella sua autobiografia, per cui “Il cavaliere selvaggio” viene spesso considerato la prima opera pubblicata di Chesterton. A voler essere ancora più precisi e volendo escludere i contributi al Debater, la prima opera pubblicata di Chesterton è però la poesia “La canzone del lavoro” pubblicata sul "The Speaker" nel 1892. Lo stesso giornale, divenuto proprietà di una piccola minoranza liberale pro-boera, ospiterà qualche anno dopo il primo contributo regolare di Chesterton ad un giornale, una serie di articoli in cui supportava tra l'altro la causa dei pro-boeri.
Nel 1901, vale a dire l'anno del matrimonio, inizia la regolare collaborazione col "Daily News" che terminerà bruscamente nel 1913 a causa dello scandalo Marconi. Nello stesso anno viene pubblicato “The Defendant”, termine tecnico legale che in Inghilterra indica l'accusato che si difende da sé, (in Italia per mancanza di un sinonimo è stato tradotto “Il bello del brutto”), raccolta di articoli apparsi nel l898 su "The Speaker". Nel l902 appare “Twelve Types”, anche questa una raccolta di articoli, l'anno seguente la biografia di Browning di cui Chesterton dice “Non dirò che scrissi un libro su Browning, ma scrissi un libro sull’amore, la libertà, la poesia, sui miei punti di vista in merito a Dio e alla religione (punti di vista ben poco sviluppati), e su diverse mie teorie personali intorno all'ottimismo ed al pessimismo ed alla speranza: un libro nel quale il nome di Browning veniva introdotto ogni tanto, potrei quasi dire con non poca arte, o, in ogni modo, con una decorosa apparenza di regolarità. V'erano ben poche notizie biografiche nel lavoro, e quasi tutte sbagliate”. (GKC, Autobiografia, pag. 99).
Lo stesso si può dire delle altre biografie scritte da Chesterton nell'arco della sua vita, quelle su Watts (1904), Dickens (1906), Blake (1910), Cobbett (1925) Stevenson (1927), Chaucer (1932): Chesterton era molto più interessato alle idee che alle date, senza contare che citava quasi esclusivamente a memoria e non si preoccupava mai di controllare in seguito, né di correggere le inesattezze che gli venivano segnalate nelle edizioni successive. Ciononostante aveva un potere di penetrazione tale (non solo in campo letterario; cfr il giudizio espresso da C. Derrick nel suo articolo “Gilbert e il duello”, apparso su Avvenire, 28 agosto 1990: "Chesterton ha condiviso con Newman il dono di saper guardare a un seme e di riconoscere immediatamente che tipo di albero ne sarebbe nato, e nel suo modo retorico, egli ne parlava come se fosse già un albero. Ai suoi tempi era perciò accusato di esagerare. Ma le sue profezie esagerate hanno mostrato una certa considerevole tendenza ad avverarsi, facendolo diventare uno scrittore estremamente rilevante per gli anni 90"), da rendere le sue biografie qualcosa di unico e irripetibile, malgrado le eventuali inesattezze: fu il primo per esempio a interpretare dottor Jeckyll e mister Hyde del racconto di Stevenson non come due personalità distinte ma come due lati della stessa personalità, interpretazione in seguito largamente seguita. Lo stesso dono di esattezza e di penetrazione, malgrado la originalità, mostrano le biografie di santi, il S Francesco d'Assisidel 1923 e quel
S. Tommaso d'Aquino (1933) che riscosse l'ammirazione di Gilson, il famoso tomista (M. Ward, op. cit. pag 620: “Quando apparve il S. Tommaso egli [Gilson] disse ad uno dei miei amici "Chesterton fa disperare. Ho studiato S. Tommaso durante tutta la mia vita e non avrei mai potuto scrivere un libro come questo"”. Più tardi, riporta la stessa fonte, sempre Gilson ebbe a dire: "I pochi lettori che hanno speso venti o trenta anni studiando S. Tommaso D'Aquino e, che, magari, hanno loro stessi pubblicato due o tre volumi sullo stesso soggetto non possono mancare di percepire che la cosiddetta "arguzia" di Chesterton ha messo alla berlina la loro erudizione [...] Chesterton è uno dei più profondi pensatori che sia mai esistito. Egli è profondo perché è nel giusto".

Tommaso d'Aquino

Nasce a Roccasecca, presso Aquino (Frosinone), intorno al 1221, studia filosofia a Napoli, dove entra nell'ordine domenicano; completa gli studi di teologia a Parigi, alla scuola di Alberto Magno, che segue poi a Colonia. Maestro di teologia a Parigi e a Napoli, diviene reggente dello studio teologico pontificio a Roma. Muore nell'abbazia di Fossanova, presso Terracina, nel 1274. Scrive numerose opere: di carattere teologico sono la Summa contra Gentiles, la grande Summa theologiae, le raccolte di Quaestiones disputatae; di natura filosofica sono invece i Commentari alle principali opere di Aristotele, di Dionigi Areopagita, di Severino Boezio, dell'anonimo autore arabo del Libro delle cause, oltre ad alcuni Opuscola (De ente et essentia, De unitate intellectus contra Averroistas, De substantiis separatis).

Il rapporto fra la ragione e la rivelazione

Tommaso ritiene che tra la ragione e la rivelazione non esista conflitto, poiché si tratta di due modalità di accesso alla verità, la quale è intrinsecamente una, come afferma in polemica con i sostenitori della "doppia verità". La filosofia possiede un'autonomia di oggetto e di metodo e deve esplorare in modo rigoroso l'universo fisico, la struttura dell'uomo e, al suo vertice metafisico, la totalità dell'essere e delle perfezioni trascendentali. L'oggetto della teologia, di cui Tommaso difende il carattere scientifico, è costituito dai contenuti specifici della rivelazione offerta all'uomo per supportarlo nella conoscenza di verità indispensabili per la sua completa realizzazione, ma irraggiungibili con la sola ragione.

Le prove dell'esistenza di Dio

Tommaso propone una dimostrazione dell'esistenza di Dio a posteriori, partendo da cinque vie (modalità) diverse del dato empirico, che rinviano, come condizione ultima della loro possibilità, alla necessità dell'esistenza di un Principio Primo.

Nella prima via si parte dal divenire delle cose sensibili per giungere all'esistenza di un Primo Motore immobile. La seconda via analizza i rapporti di causalità per arrivare a una Causa Prima. La terza via, sulla base del carattere di contingenza del mondo, giunge all'affermazione di un Essere necessario, anteriore a ogni essere possibile. La quarta via, considerando la distribuzione per gradi delle perfezioni più universali possedute dalle cose, conclude all'esistenza di un Essere perfettissimo, che è causa delle perfezioni parziali dei singoli enti. La quinta via, sulla base delle regolarità dei comportamenti degli agenti privi di conoscenza, riconosce l'esistenza di un Fine ultimo e unitario. Il primo essere così dimostrato, totalmente perfetto e sottratto ai limiti del contingente, corrisponde a ciò che filosofi e teologi chiamano Dio.

L'attributo divino più importante per Tommaso è quello dell'onnipotenza creatrice, che crea dal nulla tutti gli enti finiti, i quali, come risultato di un libero atto creativo, contraggono un intrinseco ordinamento a Dio come al proprio fine ultimo.

La teoria della conoscenza e l'antropologia

Tommaso accoglie da Aristotele l'istanza della teoria della conoscenza, secondo la quale tutti i concetti presenti nella mente dell'uomo derivano dall'esperienza sensibile, mediante un processo di astrazione, con cui l'intelletto umano libera le rappresentazioni degli oggetti dai riferimenti spazio-temporali. Dai concetti universali l'uomo può partire per costruire delle proposizioni che, sottomesse ai principi primi della conoscenza (in particolare al principio di non contraddizione), consentono di elaborare conclusioni scientifiche, nell'ottica della scienza deduttiva aristotelica. Sempre di provenienza aristotelica è la dottrina dell'anima umana come forma sostanziale del corpo: in quanto unica forma dell'uomo, l'anima intellettiva svolge anche le funzioni di forma vegetativa e sensitiva. Siccome dispone di operazioni a cui non partecipano i sensi (come l'autocoscienza e la conoscenza dell'universale), l'anima dell'uomo possiede un suo essere autonomo, per cui non deve necessariamente corrompersi con la corruzione del corpo. In questo modo l'aristotelismo viene accordato con la dottrina cristiana tradizionale dell'immortalità dell'anima, senza ammettere l'esistenza nell'anima di conoscenze provenienti direttamente dal divino, come aveva fatto Agostino con la teoria dell'illuminazione. L'aristotelismo di Tommaso tuttavia è rielaborato in modo personale e nel campo della metafisica accoglie importanti dottrine neoplatoniche, come quella della partecipazione dell'essere e quella dell'esistenza di una gerarchia nelle sostanze intellettive, costituenti il cosmo spirituale, o noetico, situato tra Dio e il mondo sensibile.
Etica e politica
Tommaso giudica incompleta l'etica di Aristotele, riproposta dai seguaci dell'aristotelismo radicale, che riconduce la felicità dell'uomo alla massima attivazione della conoscenza intellettiva. Questa attività intellettiva non può rappresentare il fine ultimo beatificante di tutti gli uomini, perché si tratta di una conoscenza astratta ed, essendo prerogativa dell'uomo composto di anima e corpo, cessa con la morte del corpo. Invece la vera felicità attinge il proprio oggetto in modo esaustivo e incessante ed è perciò appannaggio della vita eterna, attraverso la visione beatifica di Dio. L'impegno politico deve mirare alla costruzione di una pacifica convivenza tra gli uomini, perché tutti possano vivere in modo soddisfacente e ordinato la destinazione al fine ultimo ultraterreno. Per questo l'autorità politica è limitata dalla necessaria subordinazione delle finalità terrene alla vita eterna e deve sintonizzarsi con l'autorità religiosa.

 


Indice Opere

HOME PAGE

Libri antichi

Nuove uscite  

2007 - Parodos Letteratura