Storia di
praterie che scompaiono e di lealtà che vengono soffocate
dal mondo degli affari.
Il romanzo che uscì nel 1992 rivelò l´autore all´attenzione
mondiale.
Cormac McCarthy appartiene alla categoria dei grandi
originali americani. Di quelli fuori dalle regole della
tribù letteraria. Di quelli che non si fanno intervistare.
Di quelli che vivono in posti lontani e non si fanno vedere,
non distribuiscono fotografie proprie o della loro famiglia,
non partecipano alle feste dei literati e dei gliterati -
come chiamano in America gli appartenenti ai clan letterari
e mondano-letterari.
E´ un grande originale, dello stampo di Thoreau, di
Melville, di Faulkner. Solitario e diverso. Negli anni in
cui la letteratura nordamericana - o per dir meglio i
romanzieri nordamericani, che la letteratura spesso è
un´altra cosa - scoprivano il mondo delle mille luci di New
York, le psicosi made in Usa, la violenza urbana, l´ubris
aziendale, alla rincorsa del cinema delle «mean streets» e
delle tragedie di costume, Cormac McCarthy sapeva e scriveva
di un´America dimenticata - quella profonda, lontana dai
riflettori e della cronache, da Wall Street e dai cocktail
parties.
L´america del Sud e dell´Ovest: in una parola, dove i due
mondi si sovrappongono, il mitico territorio che è il West.
Ma non quello di Zane Grey, non quello che per molti è stata
la non dimenticata passione dell´infanzia, la grandiosa e
avventurosa scena approntata per lo scontro tra il Bene e il
Male, rappresentati, a seconda degli anni, delle generazioni
e della diversa concezione della correttezza politica, dagli
indiani, dai bianchi, dai generali, da Billy the Kid o dal
Sundance Kid.
Il West di Cormac McCarthy è un West di oggi o di ieri,
dove, senza annunciarlo, senza farlo deliberatamente o
progettualmente sentire, lo scrittore propone l´aura della
grande tragedia classica, il romanzo di formazione,
l´indagine psicologica, il senso dei grandi spazi perduti,
le lacerazioni dell´amore. Il suo West è un altrove dove
ritroviamo, esaltati dallo spazio e dal silenzio (sono
laconici, i suoi personaggi, parlano poco, con parole
semplici e concrete) i grandi temi del vivere.
Soprattutto in Cavalli selvaggi (All the Pretty Horses),
generalmente considerato il suo capolavoro, il libro con cui
nel 1992 McCarthy ha vinto il National Book Award e si è
rivelato all´attenzione mondiale (e peccato che dieci anni
dopo un film già di suo modesto e mal trattato nella fase di
edizione abbia banalizzato il testo originale e fatto di
Cavalli selvaggi un qualsiasi Southwestern).
Cormac McCarthy è nato lontano dal West, nel Rhode Island,
terzo di sei figli di un importante avvocato. E se si
chiamava anche lui Charles, come il padre, ha ben presto
provveduto a distinguersi ribattezzardosi Cormac, come il re
irlandese - ma c´è chi sostiene che Cormac voglia dire, in
gaelico, figlio di Charles...
Nel 1937, in piena depressione, suo padre si trasferì con la
famiglia a Knoxville, dove avrebbe lavorato come avvocato
per la Tennessee Valley Authority, poi, nel 1967, a
Washington, D.C. Cormac intanto ha frequentato l´università,
studiando qualcosa di equivalente a lettere, poi ha fatto
quattro anni nella U.S. Air Force - di cui due in Alaska,
come conduttore di un programma radiofonico - , è ritornato
quindi all´università, dove ha pubblicato i suoi primi
racconti, vinto una borsa di studio, sposato una compagna di
corso, lasciato gli studi, per trasferirsi a Chicago a fare
il meccanico.
E´ stato sempre uno scrittore che vive di borse di studio.
Tante. Con una di queste borse Cormac McCarthy, che intanto
aveva chiuso il suo primo matrimonio, è tornato in Irlanda,
a scoprire che cosa aveva fatto il suo antenato re Cormac
McCarthy, quello che ha costruito Blarney Castle. Nel corso
di questo viaggio ha incontrato la sua seconda moglie, Anne,
con cui è tornato in America per riprendere la sua vita
errabonda, tra appartamentini da 50 dollari al mese, borse
di studio (come la Guggenheim Fellowship for Creative
Writing), e i primi libri: The Orchard Keeper, Outer Dark
(Il buio fuori), Child of God (Figlio di Dio), tutti accolti
con ammirazione, rispetto e, all´epoca, poco successo di
vendita.
Poi, nel 1976, un nuovo divorzio e il trasferimento
definitivo nel più profondo del Sud Ovest: a El Paso, in
Texas, sulla linea di confine degli Stati Uniti, sulle
sponde del Rio Grande e di fronte a Juarez, in Messico, dove
ha scritto Suttree (di cui molti dicono sia il suo libro
migliore) e Blood Meridian (Meridiano di sangue), il primo
dei suoi «Western». Quindi, nel 1992, All the Pretty Horses,
Cavalli selvaggi, il primo di quella che viene ormai
chiamata Border Trilogy (gli altri due della trilogia sono
The Crossing, Oltre il confine, pubblicato nel 1994, e
Cities of the Plain, Città della pianura).
Cavalli selvaggi, edito da Knopf (e poi in Italia, come
tutti gli altri suo romanzi, da Einaudi) è diventato subito
un caso letterario, un best seller del New York Times,
l´oggetto di recensioni ammirate. Ma ha venduto anche
duecentomila copie nei primi sei mesi (cifra notevolissima
per un libro eminentemente colto e letterario), è stato
tradotto in tutto il mondo, ed è stato l´occasione
dell´unica intervista concessa dal Nostro.
Lunga, bella e divertente da leggere. Perché Cormac McCarthy
dirotta, divaga, racconta i serpenti a sonagli e i grizzly,
parla di Wittgenstein e di country music, ma sostanzialmente,
con tutto il garbo possibile, costringe il povero
giornalista, Richard Woodward, a fare, in mancanza di frasi
virgolettabili, un ritratto e una biografia del suo
intervistato con informazioni che gli vengono concesse col
contagocce. McCarthy gli dice, di personale, ben poco: che
ha settemila libri (ma in un deposito) e che ha un sacco di
amici perfettamente consapevoli del fatto che devono
lasciarlo in pace, nel suo minuscolo cottage bianco mai
restaurato e mai finito nel centro di El Paso (dove il suo
intervistatore non è stato ammesso).
Woodward è anche riuscito a farsi dire che McCarthy si
taglia i capelli da solo, che lava la biancheria nelle
lavanderie pubbliche, che non gli è mai interessato un
lavoro fisso, che non gli piace (si era capito) il mondo
letterario. Che non si annoia mai. Più la storia della sua
formazione, la cronaca fattuale di come ha scritto i suoi
libri e la convinzione di appartenere a un genere di
scrittore che ha cessato di esistere. Il resto è silenzio.
Parlano invece i suoi libri, e parla il suo capolavoro,
Cavalli selvaggi. Che usa una lingua austera e biblica,
persino bella da vedere, senza due punti, senza punti e
virgola, senza virgolette, neanche per i dialoghi. Una
scrittura economica che si distende su pagine austere, fatte
solo di lettere, parole, punti fermi, passato remoto, pochi
aggettivi, e un fondo di disperata speranza.
L´ossimoro che uso è consapevole. E lo uso perché la storia
del sedicenne John Grady Cole, che ha perduto il suo ranch
di famiglia e con l´amico Rawlins emigra in Messico alla
ricerca di un lavoro e di una vita alternativa, comincia con
una morte, si chiude con un´altra, è attraversato dal senso
della morte, dell´ingiustizia (un suo compagno di avventure
viene condannato per aver rubato un cavallo... che era suo),
del rischio, ma è pieno anche della gioia, della libertà e
della speranza dei grandi spazi, che la prosa asciutta e
magica di McCarthy restituisce anche a beneficio di chi
crede di essere indifferente al mondo della libertà e
dell´avventura. Che qui è l´avventura quintessenziata e
simbolica dei viaggi iniziatici.
L´anno è il 1949: e mentre l´America esce da una guerra per
prepararsi a farne molte altre, mentre le praterie
scompaiono di fronte all´arrivo delle autostrade, dove il
mondo della lealtà e del lavoro diventa un mondo di affari e
di strategie, c´è chi fugge, come John Grady, verso un mondo
- in questo caso il Messico - dove sogna e spera che i
rapporti siano improntati ai valori «primitivi» in cui è
nato e cresciuto. Ma anche qui le cose sono cambiate: il
cowboy - e con lui i valori del passato, il senso
dell´amicizia, la grandezza della semplicità - sono una
specie in via di estinzione.
L´innocenza non è più un valore: anche letteralmente, visto
che si muore per aver rubato un cavallo che è tuo. E se il
libro termina con John Grady che cavalca verso il tramonto,
come in ogni Western che si rispetti, non è perché abbia
vinto la sua battaglia, ma solo perché la sua ostinazione di
giovane Ulisse di terra lo porta a cercare sempre e ancora
le cose in cui crede.