Che
la letteratura argentina contemporanea abbia dato nuovo
spazio vitale a un glorioso genere narrativo quale il
“racconto fantastico” è cosa nota: basterebbe il nome di
Borges a provarlo. Ma la prima caratteristica di Julio
Cortazar, capofila della generazione che segue a quella di
Borges, più ancora che la capacità d’astrazione è la
precisione realistica in cui la trasfigurazione visionaria
affonda le radici: i vari quartieri di Buenos Aires, gli
ambienti altoborghesi o piccoloborghesi o popolari, le
atmosfere familiari, i locali dove si balia il tango... Il
misterioso, l’irrazionale, il tragico germogliano dalla più
corporea descrizione del quotidiano. È in questa pregnanza
ambientale che salti nel tempo, scambi di destini,
apparizioni, stregonerie arcaiche prendono forma e senso: la
vita segreta di una società si popola di tensioni misteriose
e inquietanti.
Sugli scenari reali si stacca il “bestiario” metafisico:
animali invisibili, come la tigre del racconto che dà il
titolo al libro, o immaginari, o creati dal nulla come i
coniglietti della Lettera a una signorina a Parigi, o
descritti con tanta dolorosa precisione da finire per
immedesimarsi in essi. Bestiario è il libro che nel 1951 ha
rivelato Cortzar, e resta una delle sue opere più intense e
felici, la migliore “introduzione” all’arte di questo
scrittore capace di pagine folgoranti, assolute.
Nato nel 1914 a Bruxelles, figlio di un diplomatico, Julio
Cortazar ha lasciato l’Argentina nel 1951. Visse dal 1951 in
Francia (fino alla sua morte (1984) a Parigi), dove si
rifugiò esule volontario in opposizione al regime di Juan
Perón.
"Bestiario" una raccolta di racconti.
CASA
OCCUPATA
Julio Cortázar
Ci piaceva la casa perché oltre ad essere spaziosa e antica
(ora che le case antiche soccombono alla più vantaggiosa
liquidazione dei loro materiali) conservava i ricordi dei
nostri bisavoli, del nonno paterno, dei nostri genitori e di
tutta la nostra infanzia.
Ci abituammo, Irene ed io, a persistervi da soli, cosa che
era una follia perché in quella casa potevano vivere otto
persone senza darsi fastidio. Facevamo le pulizie il
mattino, alzandoci alle sette, e intorno alle undici
lasciavo a Irene le ultime camere da spolverare per andare
in cucina. Pranzavamo a mezzogiorno, sempre puntuali; non
restava molto da sbrigare, tranne pochi piatti sporchi. Era
piacevole pranzare pensando alla casa profonda e silenziosa
e a come bastassimo noi soli per mantenerla pulita. A volte
arrivammo a credere che fosse lei a impedire che ci
sposassimo. Irene rifiutò due pretendenti senza seri motivi,
e a me morì Maria Esther prima che decidessimo di fidanzarci
ufficialmente. Ci affacciamo alla quarantina con
l’inespressa convinzione che il nostro semplice e silenzioso
matrimonio di fratelli fosse la necessaria conclusione della
genealogia fondata dai bisavoli nella nostra casa. Un giorno
saremmo morti là, cugini improbabili e schivi avrebbero
ereditato la casa e l’avrebbero rasa al suolo per
arricchirsi con il terreno e i mattoni; o meglio, noi stessi
l’avremmo abbattuta come giustizieri prima che fosse troppo
tardi.
Irene era una ragazza nata per non dare noia a nessuno.
Tolte le attività del mattino, trascorreva la giornata
facendo lavori a maglia sul sofà o in camera sua. Non so
perché tessesse tanto, credo che i lavori a maglia siano per
le donne il grande pretesto per non fare niente. Irene non
era così, ordiva sempre cose necessarie, golf per l’inverno,
calze per me, liseuse e sottovesti per lei. Qualche volta
tesseva una sottoveste e poi la disfaceva in un momento
perché qualcosa non le piaceva; era divertente vedere nel
cestino il mucchio di lana increspata che si rifiutava di
perdere la sua forma di poche ore. Il sabato ero io che
andavo in centro a comprarle la lana; Irene si fidava del
mio gusto, era contenta dei colori e non dovetti mai
restituire alcuna matassa. Profittavo di queste uscite per
fare un giro nelle librerie e domandare inutilmente se
c’erano novità di letteratura francese. Dal 1939 non
arrivava niente di importante in Argentina.
Ma è della casa che mi interessa parlare, della casa e di
Irene, perché io non conto. Mi domando che cosa avrebbe
fatto Irene senza i lavori a maglia. Si può rileggere un
libro, ma quando un pullover è finito non si può ripeterlo
impunemente. Un giorno trovai l’ultimo cassetto del comò di
canfora pieno di scialletti bianchi, verdi, lilla. Erano in
naftalina, appilati come in una merceria; non ebbi il
coraggio di domandare a Irene cosa pensasse di farne. Non
avevamo bisogno di guadagnarci da vivere, tutti i mesi
arrivavano i soldi della campagna e il denaro aumentava. Ma
Irene si svagava solo con i lavori a maglia, dimostrava
un’abilità meravigliosa e a me fuggivano le ore guardandole
le mani simili a ricci argentei, ferri in su e in giù e uno
o due cestini a terra dove si agitavano costantemente i
gomitoli. Era bello.
Come potrei dimenticare la distribuzione della casa. La
stanza da pranzo, una sala con arazzi, la biblioteca e tre
grandi camere da letto rimanevano nella parte più interna,
quella che guarda su Rodríguez Peña. Solo un corridoio con
la sua massiccia porta di rovere isolava quella parte
dall’ala frontale dove si trovavano un bagno, la cucina, le
nostre camere da letto e il living centrale, con il quale
comunicavano le camere da letto e il corridoio. Si entrava
nella casa attraversando un atrio con maioliche, e la porta
finestra dava sul living. Di modo che si entrava attraverso
l’atrio, si apriva il cancello e si passava nel living; si
avevano allora sui due lati le porte delle nostre camere da
letto, e di fronte il corridoio che conduceva nella parte
più interna; continuando per il corridoio, si oltrepassava
la porta di rovere e più oltre cominciava l’altro lato della
casa, oppure si poteva girare a sinistra proprio davanti
alla porta e proseguire per un corridoio più stretto che
portava in cucina e in bagno. Quando la porta era aperta ci
si accorgeva subito che la casa era molto grande; altrimenti
dava l’impressione di uno di quegli appartamenti che si
costruiscono adesso, fatti per muoversi appena; Irene ed io
vivevamo sempre in questa parte della casa, quasi mai
oltrepassavamo la porta di rovere, salvo che per fare le
pulizie, perché è incredibile quanta terra si accumuli sui
mobili. Buenos Aires sarà una città pulita, ma lo deve ai
suoi abitanti e non ad altro. C’è troppa terra nell’aria,
appena soffia un po’ di vento si palpa la polvere sui marmi
delle consolle e fra i rombi dei centrini di macramè; è una
vera fatica toglierla bene con il piumino, vola e resta
sospesa in aria, un momento dopo si deposita di nuovo sui
mobili e sui ripiani.
Lo ricorderò sempre con precisione perché fu semplice e
senza particolari inutili. Irene stava lavorando a maglia in
camera sua, erano le otto di sera e all’improvviso mi venne
in mente di mettere sul fuoco il bricco del mate. Mi avviai
per il corridoio fino a trovarmi davanti alla porta di
rovere che era socchiusa, e stavo girando verso la cucina
quando sentii qualcosa nella sala da pranzo o nella
biblioteca. Il suono arrivava indistinto e sordo, come il
rovesciarsi di una sedia sul tappeto o un soffocato sussurro
di conversazione. Lo udii anche, nello stesso momento o un
secondo più tardi, in fondo al corridoio che andava da
quelle stanze alla porta. Mi gettai contro la porta prima
che fosse troppo tardi, la chiusi di colpo appoggiandomici
con il corpo; fortunatamente la chiave era infilata dalla
nostra parte e inoltre feci scorrere il grande chiavistello
per maggior sicurezza.
Andai in cucina, scaldai il bricco, e quando fui di ritorno
con il vassoio del mate dissi a Irene:
– Ho dovuto chiudere la porta del corridoio. Hanno occupato
la parte in fondo.
Lasciò cadere il lavoro a maglia e mi guardò con i suoi
gravi occhi stanchi.
– Ne sei sicuro?
Annuii.
– Allora, – disse raccogliendo i ferri, – dovremo vivere da
questo lato.
Io preparavo il mate con molta cura, ma lei tardò un istante
a riprendere il suo lavoro. Ricordo che stava facendo una
sottoveste grigia; mi piaceva quella sottoveste.
I primi giorni ci sembrò penoso perché entrambi avevamo
lasciato nella parte occupata molte cose che amavamo. I miei
libri di letteratura francese, per esempio, erano tutti
nella biblioteca. Irene sentiva la mancanza di certe
tovagliette, di un paio di pantofole che le tenevano tanto
caldo in inverno. Io rimpiangevo la mia pipa di ginepro e
credo che Irene pensasse a una bottiglia di Esperidina
oramai antica. Frequentemente (ma questo accadde solo nei
primi giorni) chiudevamo qualche cassetto dei comò e ci
guardavamo con tristezza.
– Qui non c’è.
Ed era una cosa in più di tutto quel che avevamo perduto
all’altro lato della casa.
Ma ne fummo anche avvantaggiati. Le pulizie furono talmente
semplificate che anche alzandoci tardissimo, alle nove e
mezzo per esempio, non erano ancora suonate le undici che
già ce ne stavamo con le mani in mano. Irene si abituò a
venire con me in cucina e ad aiutarmi a preparare il pranzo.
Ci pensammo bene, e decidemmo così: mentre io preparavo il
pranzo, Irene avrebbe cucinato piatti da mangiare freddi la
sera. Ce ne rallegrammo perché è sempre seccante dover
abbandonare le proprie camere sul far della sera e mettersi
a cucinare. Adesso ci bastava la tavola in camera di Irene e
i piatti freddi.
Irene era contenta perché le restava più tempo per lavorare
a maglia. Io mi sentivo un po’ smarrito senza i libri, ma
per non rattristare mia sorella presi a sfogliare la
collezione di francobolli di papà, e questo mi servì ad
ammazzare il tempo. Ci divertiamo molto, ciascuno occupato
nelle cose sue, quasi sempre riuniti nella camera d’Irene,
che era più comoda. A volte Irene diceva:
– Guarda il punto che mi è venuto. Non ti sembra il disegno
di un trifoglio?
Un momento dopo ero io che le mettevo sotto gli occhi un
quadratino di carta affinché ammirasse il valore di un
francobollo di Eupen-et-Malmèdy. Stavamo bene, e a poco a
poco cominciavamo a non pensare. Si può vivere senza
pensare.
(Quando Irene sognava ad alta voce io mi svegliavo subito.
Non mi sono mai potuto abituare a quella voce da statua o da
pappagallo, voce che viene dai sogni e non dalla gola. Irene
diceva che i miei sogni erano fatti di grandi scossoni che
qualche volta facevano cadere la coperta. Le nostre camere
da letto erano divise dal living, ma di notte si sentiva
tutto nella casa. Ci sentivamo respirare, tossire,
presentivamo il gesto che conduce all’interruttore della
lampadina, le mutue e frequenti insonnie.
A parte questo, tutto era silenzioso nella casa. Di giorno,
solo i rumori domestici, lo strofinio metallico dei ferri da
cucito, uno scricchiolio nel voltare le pagine dell’album
filatelico. La porta di rovere, credo di averlo già detto,
era massiccia. Nella cucina e nel bagno, che erano contigui
alla parte occupata, ci mettevamo a parlare a voce più alta
oppure Irene cantava qualche ninna-nanna. In una cucina c’è
troppo rumore di stoviglie e bicchieri perché altri suoni vi
irrompano. Quasi mai permettevamo lì il silenzio, ma quando
tornavamo alle camere da letto e al living, allora la casa
si faceva silenziosa e in penombra, camminavamo persino più
piano per non darci noia a vicenda. Credo fosse per questa
ragione che di notte, quando Irene cominciava a sognare ad
alta voce, io mi svegliavo subito).
È quasi come ripetere la stessa cosa, salvo le conseguenze.
Di notte mi viene sete, e prima di andare a letto dissi a
Irene che andavo in cucina a prendere un bicchiere d’acqua.
Dalla porta alla camera da letto (lei lavorava a maglia)
udii il rumore in cucina; forse nella cucina o forse nel
bagno perché il gomito del corridoio spegneva i suoni. Irene
fu colpita dal modo brusco con cui mi fermai, e venne
accanto a me senza dire una parola. Restammo ad ascoltare i
rumori, notando distintamente che provenivano da questa
parte della porta di rovere, nella cucina e nel bagno, o
nello stesso corridoio, dove incominciava il gomito quasi al
nostro fianco.
Non ci guardammo neppure. Strinsi il braccio di Irene e la
feci correre con me fino alla porta finestra, non ci
voltammo indietro. I rumori si udivano sempre più forti ma
sempre sordi, alle nostre spalle. Chiusi d’un colpo la porta
e restammo nell’atrio. Ora non si udiva nulla.
– Hanno occupato questa parte, – disse Irene. Il lavoro a
maglia le pendeva dalle mani e i fili arrivavano fino alla
porta e vi si perdevano sotto. Quando vide che i gomitoli
erano rimasti dall’altro lato lasciò cadere il lavoro senza
guardarlo.
– Hai avuto tempo di portare via qualcosa? – le domandai
inutilmente.
– No, niente.
Restavamo con quel che avevamo indosso. Mi ricordai dei
quindicimila pesos nell’armadio della mia camera da letto.
Troppo tardi ormai.
Poiché mi era rimasto l’orologio da polso, vidi che erano le
undici di sera. Cinsi con un braccio la vita di Irene (credo
che lei stesse piangendo) e uscimmo in strada. Prima che ci
allontanassimo, ebbi pietà, chiusi bene la porta d’entrata e
gettai la chiave nel tombino. Che a un povero diavolo non
venisse in mente di rubare e di entrare in casa, a quell’ora
e con la casa occupata.
(Tratto dalla raccolta
Bestiario, Einaudi, Torino, 1974, a cura di Ernesto Franco,
traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini e Vittoria
Martinetto).