Stephen Crane -
Il segno rosso del coraggio
Stephen Crane (1871-1900)
Aveva 24 anni Crane quando scrisse The red badge of courage ed era reduce da
un romanzo ancor più precoce, Maggie, una ragazza di strada, scritto a 22
anni. Divenne giornalista e corrispondente di guerra, incontrò in Europa
James e Conrad e morì di tisi in Germania nel 1900, lasciandoci anche delle
poesie e alcuni racconti (tra cui Il mostro), mentre sulla scena del mondo
compariva quella nuova forma di comunicazione, il cinema, che del racconto
impressionistico ed espressionistico ne avrebbe fatto un'arte.
Il segno rosso del coraggio
Più che "un episodio della Guerra Civile americana" - come recita il
sottotitolo del romanzo - Crane narra qui un'esperienza morale, il duro
confronto tra coscienza e realtà. Infatti, oltre che un capolavoro della
letteratura di guerra, si può definire "Il segno rosso del coraggio" un
ritratto psicologico della paura. Non solo quella della battaglia concreta,
del sangue e della morte, dell'ansia e dell'odio; ma anche quella che
serpeggia nascosta nel quieto vivere quotidiano: la paura di non sapersi
porre di fronte agli ostacoli.
È un breve (poco più
di 150 pagine) classico romanzo di noviziato (il Bildungsroman alla
Wilhelm Meister) che narra la storia di un ragazzo andato volontario
fra i nordisti nella guerra civile americana. La vicenda si svolge tutta in
tre giorni di battaglie: il ragazzo sogna d'essere un eroe, ma alla prima
battaglia ha paura e si dà alla fuga. Ritorna fra i compagni nonostante il
timore delle beffe. Ma i compagni non sanno che lui è fuggito. E poiché
durante la fuga è stato vergognosamente colpito da un altro disertore,
ritorna segnato dal "red badge of courage", dal sangue, il distintivo rosso
del coraggio. Viene così accolto amorevolmente come un piccolo eroe da un
suo compagno di reggimento. L'indomani e il giorno dopo, nelle successive
battaglie, il ragazzo si riscatta, ai propri occhi, con azioni di temerario
eroismo e diventa un uomo: "...era andato a toccare la gran morte e
aveva scoperto che, dopo tutto, era solo la gran morte. Era diventato un
uomo".
L'azione esteriore è tutta qui. È un romanzo interiore di emozioni e
sensazioni, speranze, timori, vergogne, entusiasmi, rimorsi, illusioni,
disillusioni, tormenti e tutto avviene nella mente, anzi nel cuore del
ragazzo, il quale ha un nome, si chiama Henry Fleming, ma è e rimane "il
ragazzo". E così i comprimari, anche se qualcuno di loro ha un nome,
sono "il soldato alto", "l'uomo stracciato", "il
soldato che parlava forte", "l'amico": come personaggi
teatrali d'una rappresentazione privata tutta interiore al protagonista.
Sono solo apparenze. E così sono voci i tuoni dei cannoni e il crepitare
della fucileria: voci arrabbiate, minacciose, ruggiti, dialoghi,
provocazioni, risposte, commenti, tali appaiono cioè "al ragazzo",
voci esteriori che diventano interiori.
In tre giorni di scontri continui e sanguinari tra reggimenti e divisioni,
il nemico non compare mai (salvo nell'ultima pagina, nella figura di quattro
prigionieri). Il nemico è un'ombra nera e indefinita coperta dal fumo degli
spari e delle granate, è una massa sempre nascosta nel bosco, è un fragore
minaccioso, è il bagliore giallo degli spari. Non ha corpo e voce e
consistenza umana, perché è interiore al "ragazzo",
è la paura, è la minaccia, è l'ignoto. E assume, il nemico, consistenza
umana (i quattro prigionieri, il portabandiera ferito a morte) solo
all'ultimo, quando "il ragazzo" supera la grande paura, acquista
consapevolezza di sé, diventa uomo.
Hemingway giudicava Il
segno rosso "uno dei più bei libri della nostra letteratura, unitario come
una grande poesia". |