Il "Portrait"
conosciuto in Italia come "Dedalus" e solo in epoca più
recente con la traduzione letterale del titolo (Ritratto di
un Artista da giovane) è successivo alla redazione di un
romanzo rimasto incompiuto "Stephen Hero" (Stefano eroe) nel
quale sono già presenti personaggi e situazioni dell'opera
definitiva ma in maniera più grezza e abbozzata.

Giornale di viaggio di una coscienza del nostro secolo, fu
pubblicato nel 1916 sulla rivista "The Egoist" e scritto
quasi per intero nella città di Trieste, dove l'autore
insegnò per qualche tempo. Non siamo ancora alla sfida
dichiarata a tutte quelle convenzioni linguistiche che
cadranno, come le mura di Gerico, al suono della tromba
dell'Ulisse e di Finnegans Wake: ci troviamo piuttosto di
fronte alla teorizzazione artistica della vita quotidiana,
alla formulazione di una morale che partecipa più del mondo
estetico che di quello sociale, partendo da reminiscenze
filosofiche che discendono dalla scolastica tardomedievale.
E' questo il romanzo dell'apprendistato del giovane e futuro
scrittore; la prima pietra della vasta produzione letteraria
successiva e, in particolare, di una metodologia narrativa
che segnerà una rivoluzione nel campo del linguaggio e della
sua "manipolazione" a livello letterario. In Dedalus (questo
è il nome del protagonista), il problema che prevale è la
ricerca e l'identificazione della figura dell'artista e
della sua opera nella linea critica di una concezione
aristotelica. Egli vuole arrivare a quella presa di
coscienza necessaria per porsi come autore di opere che
possano avere vita a sè, che divengano autonome; qualcosa di
ormai distaccato dallo scrittore, oggetto che abbia tutti i
crismi della realtà e che respiri in modo autosufficiente.
Come in ogni autobiografia, che abbia un minimo di "riuscita",
dobbiamo cercare le suggestioni e l'arrovellarsi interno
dello scrittore più che le immagini dell'esterno, così anche
in Dedalus dobbiamo rifarci più alla materia interiore, che
non alle descrizioni esterne. Joyce inizia il suo viaggio a
ritroso nel ricordo e descrive il clima mortificante della
sua famiglia irlandese, le ambigue e umbratili motivazioni
psicologiche dei suoi rapporti con la famiglia e con
l'ambiente di Dublino, sostenendo questo materiale con
intuizioni folgoranti. Si susseguono poi capitoli sul
periodo collegiale, dove la biografia intellettuale acquista
venature speculative. Viene educato dai padri gesuiti al
Belvedere College: qui avvengono le sue prime scoperte,
costretto da un clima rigoroso quasi loyoliano a una vita
ascetica e a sottigliezze verbali inesauribili: le vane
ribellioni alla ferrea disciplina dell'ordine che cercava di
renderlo ossequiente e docile, di plasmarlo secondo regole
precise, per forgiargli una coscienza della propria
dipendenza all'interno della comunità; le vittorie del suo
spirito critico, della sua viva intelligenza nei conflitti
con i professori su questioni teologali; la descrizione dei
morbosi e inquietanti fantasmi del sesso, le sue manie e
quelle dei compagni, sono narrate con uno stile freddo,
distaccato, a volte sarcastico, tipico di tutta l'opera
posteriore. E' in quest'epoca che il protagonista fa i primi
incontri letterari: legge Flaubert e Aristotele, si innamora
del dramma sociale di Ibsen, scopre la sanguigna personalità
di Giordano Bruno e viene influenzato dalle poetiche del
simbolismo e dai primi tentativi di "flusso di coscienza"
del Dujardin. A questo si aggiunga la voce sulfurea del
sermonista che nella cappella del collegio parla del fuoco
infernale, argomento che Joyce ripercorre con la memoria e
ricupera con la stessa intensità in pagine agostiniane.
Quindi il tormento del giovane che si ribella a un simile
condizionamento della coscienza, pur essendone soggiogato
artisticamente. Stephen Dedalus, eroe labirintico come il
suo nome, si forma sotto la potente disciplina della Chiesa,
ma James Joyce, anche se profondamente intriso di questa
disciplina, è sempre pronto a coglierne i lati deboli,
mettendo a volte in ridicolo "linguisticamente" il
confessionale o il suo spirito. Tornando al nodo centrale di
Dedalus, il romanzo è dunque una biografia intellettuale, in
cui l'autore attraverso il personaggio narrante elabora le
sue concezioni di una filosofia dell'arte, nel momento in
cui la verifica, mettendo in pratica nel grande laboratorio
dell'immaginazione le stesse idee che va via via scoprendo.
Si veda a proposito che cosa dice per quanto concerne la
genesi dell'immagine estetica: "Questa suprema qualità,
l'artista la sente quando la sua immaginazione comincia a
concepire l'immagine estetica. Shelley paragonò
stupendamente lo stato d'animo di questo istante misterioso
a un carbone che si spegne. L'istante in cui quella suprema
qualità della bellezza, il limpido splendore dell'immagine
estetica, viene luminosamente percepito dalla mente che
l'interezza e l'armonia dell'immagine hanno arrestato e
affascinato, quell'istante è la stasi luminosa e muta del
piacere estetico, uno stato spirituale molto simile e vicino
a quella condizione cardiaca che il fisiologo italiano Luigi
Galvani, con una frase quasi altrettanto bella di quella di
Shelley, ha chiamato l''incanto del cuore'". Dedalus è
senz'altro una delle più affascinanti autobiografie del
nostro secolo, in cui meglio si può seguire il cammino
ideale di un giovane che si rivolge all'arte, la mappa di
una viva immaginazione e di una profonda sensibilità per
l'operare artistico e i suoi problemi metodologici.
Gustav René Hocke