LETTERATURA - JAMES JOYCE

    

Dedalus


Il "Portrait" conosciuto in Italia come "Dedalus" e solo in epoca più recente con la traduzione letterale del titolo (Ritratto di un Artista da giovane) è successivo alla redazione di un romanzo rimasto incompiuto "Stephen Hero" (Stefano eroe) nel quale sono già presenti personaggi e situazioni dell'opera definitiva ma in maniera più grezza e abbozzata.



Giornale di viaggio di una coscienza del nostro secolo, fu pubblicato nel 1916 sulla rivista "The Egoist" e scritto quasi per intero nella città di Trieste, dove l'autore insegnò per qualche tempo. Non siamo ancora alla sfida dichiarata a tutte quelle convenzioni linguistiche che cadranno, come le mura di Gerico, al suono della tromba dell'Ulisse e di Finnegans Wake: ci troviamo piuttosto di fronte alla teorizzazione artistica della vita quotidiana, alla formulazione di una morale che partecipa più del mondo estetico che di quello sociale, partendo da reminiscenze filosofiche che discendono dalla scolastica tardomedievale. E' questo il romanzo dell'apprendistato del giovane e futuro scrittore; la prima pietra della vasta produzione letteraria successiva e, in particolare, di una metodologia narrativa che segnerà una rivoluzione nel campo del linguaggio e della sua "manipolazione" a livello letterario. In Dedalus (questo è il nome del protagonista), il problema che prevale è la ricerca e l'identificazione della figura dell'artista e della sua opera nella linea critica di una concezione aristotelica. Egli vuole arrivare a quella presa di coscienza necessaria per porsi come autore di opere che possano avere vita a sè, che divengano autonome; qualcosa di ormai distaccato dallo scrittore, oggetto che abbia tutti i crismi della realtà e che respiri in modo autosufficiente. Come in ogni autobiografia, che abbia un minimo di "riuscita", dobbiamo cercare le suggestioni e l'arrovellarsi interno dello scrittore più che le immagini dell'esterno, così anche in Dedalus dobbiamo rifarci più alla materia interiore, che non alle descrizioni esterne. Joyce inizia il suo viaggio a ritroso nel ricordo e descrive il clima mortificante della sua famiglia irlandese, le ambigue e umbratili motivazioni psicologiche dei suoi rapporti con la famiglia e con l'ambiente di Dublino, sostenendo questo materiale con intuizioni folgoranti. Si susseguono poi capitoli sul periodo collegiale, dove la biografia intellettuale acquista venature speculative. Viene educato dai padri gesuiti al Belvedere College: qui avvengono le sue prime scoperte, costretto da un clima rigoroso quasi loyoliano a una vita ascetica e a sottigliezze verbali inesauribili: le vane ribellioni alla ferrea disciplina dell'ordine che cercava di renderlo ossequiente e docile, di plasmarlo secondo regole precise, per forgiargli una coscienza della propria dipendenza all'interno della comunità; le vittorie del suo spirito critico, della sua viva intelligenza nei conflitti con i professori su questioni teologali; la descrizione dei morbosi e inquietanti fantasmi del sesso, le sue manie e quelle dei compagni, sono narrate con uno stile freddo, distaccato, a volte sarcastico, tipico di tutta l'opera posteriore. E' in quest'epoca che il protagonista fa i primi incontri letterari: legge Flaubert e Aristotele, si innamora del dramma sociale di Ibsen, scopre la sanguigna personalità di Giordano Bruno e viene influenzato dalle poetiche del simbolismo e dai primi tentativi di "flusso di coscienza" del Dujardin. A questo si aggiunga la voce sulfurea del sermonista che nella cappella del collegio parla del fuoco infernale, argomento che Joyce ripercorre con la memoria e ricupera con la stessa intensità in pagine agostiniane. Quindi il tormento del giovane che si ribella a un simile condizionamento della coscienza, pur essendone soggiogato artisticamente. Stephen Dedalus, eroe labirintico come il suo nome, si forma sotto la potente disciplina della Chiesa, ma James Joyce, anche se profondamente intriso di questa disciplina, è sempre pronto a coglierne i lati deboli, mettendo a volte in ridicolo "linguisticamente" il confessionale o il suo spirito. Tornando al nodo centrale di Dedalus, il romanzo è dunque una biografia intellettuale, in cui l'autore attraverso il personaggio narrante elabora le sue concezioni di una filosofia dell'arte, nel momento in cui la verifica, mettendo in pratica nel grande laboratorio dell'immaginazione le stesse idee che va via via scoprendo. Si veda a proposito che cosa dice per quanto concerne la genesi dell'immagine estetica: "Questa suprema qualità, l'artista la sente quando la sua immaginazione comincia a concepire l'immagine estetica. Shelley paragonò stupendamente lo stato d'animo di questo istante misterioso a un carbone che si spegne. L'istante in cui quella suprema qualità della bellezza, il limpido splendore dell'immagine estetica, viene luminosamente percepito dalla mente che l'interezza e l'armonia dell'immagine hanno arrestato e affascinato, quell'istante è la stasi luminosa e muta del piacere estetico, uno stato spirituale molto simile e vicino a quella condizione cardiaca che il fisiologo italiano Luigi Galvani, con una frase quasi altrettanto bella di quella di Shelley, ha chiamato l''incanto del cuore'". Dedalus è senz'altro una delle più affascinanti autobiografie del nostro secolo, in cui meglio si può seguire il cammino ideale di un giovane che si rivolge all'arte, la mappa di una viva immaginazione e di una profonda sensibilità per l'operare artistico e i suoi problemi metodologici.



Gustav René Hocke


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