| DIALOGHI |
Raccolta di aforismi del filosofo cinese
Confucio (551-479 a.C.)
Dialoghi
Suddivisi in 20 libri o capitoli, costituiscono la summa del pensiero confuciano.
Vennero raccolti dai discepoli e poi tramandati: trattano di politica, morale, e
in genere dei problemi fondamentali della vita associata. Costituiscono quindi
l'opera che modellò, si può dire, la vita e la psicologia dei Cinesi e ne assicurò
per secoli la continuità morale, politica, psicologica, nazionale. La struttura
dei Dialoghi , è come dice il titolo italiano (che traduce il nome cinese Lun Y)
organizzata sul principio del "colloquio educativo". Si tratta cioè di un'opera
di pedagogia, sviluppata attraverso una serie di aforismi. Sull'attribuzione di
questi aforismi a una persona determinata, cioè a Confucio, la discussione
è ovviamente sempre aperta: è più probabile che l'opera sia il risultato di
un'elaborazione, cui hanno messo mano diverse generazioni. Comunque sia, alla
base dell'ideologia espressa nei Dialoghi troviamo i due concetti del "rispetto
filiale" o siao, che governa non solo la famiglia ma anche tutti i rapporti
sociali (così è alla base del rapporto tra il sovrano e i sudditi), e del li o "regola".
Confucio considerava tempo ideale della storia cinese il "secolo d'oro" (l'epoca
dei Ch'u, XII sec. a.C.). La sottomissione a coloro che stanno in alto nella
gerarchia sociale era in sostanza il principio politico di base del paternalismo
confuciano: in questo senso il confucianesimo fu un efficace strumento di regno
per le classi dirigenti cinesi (e anche una ragione dell'immobilismo cinese,
solo di tanto in tanto scosso da rivolte). Confucio riteneva che tutto quello
che avviene sulla terra avviene per volontà del cielo, al quale i sovrani devono
essere sottomessi. Particolare importanza è attribuita alla musica e alla poesia
cantata, che devono avere una loro utilità: la poesia deve aiutare il sovrano a
governare ed essere strumento di perfezione morale del popolo. La poesia può
agire in quattro forme: ispirare (agire sui sentimenti e sulla ragione), fondere
spiritualmente gli uomini, informare sui costumi e sui sentimenti dei vari
popoli o gruppi locali, ed esortare. Vari discepoli intervengono nei dialoghi,
con caratteri diversi. Tra gli argomenti che più caratterizzano il pensiero
confuciano, particolare rilievo hanno quelli relativi all'"umanità". L'uomo come
"centro" è alla base dell'idea confuciana. Il filosofo afferma infatti che
è "
l'uomo a far grande la verità" e non viceversa. La verità è legata alla natura umana.
In questo modo, perchè preoccuparsi di sapere come servire spiriti e demoni,
quando non siamo ancora in grado di servire gli uomini? E perchè preoccuparsi
della morte, quando non sappiamo com'è la vita? L'uomo è dunque la misura dell'uomo:
i rapporti fra gli uomini si devono basare sulla regola d'oro della reciprocità (ciò
che non voglio che gli altri facciano a me, io non lo voglio fare agli altri).
Qual è la vera umanità? Così risponde Confucio al discepolo Yen Huei: "Essa consiste
nel conoscere il proprio vero io e nel ristabilire l'ordine morale o la morale o
la disciplina. Basterebbe che un uomo riuscisse, sia pure solo per un giorno, a
seguire la vera disciplina e a realizzare il suo vero io, perchè il mondo lo
segua. Essere veri uomini dipende da noi". Inoltre occorre essere umili, perchè
l'umiltà è assai vicina alla disciplina morale; essere semplici di carattere, leali
e sinceri di cuore. Seguendo questi principi l'uomo potrà certo seguire la retta
via abbastanza da vicino. Occorre che gli uomini non siano nè aggressivi, nè
orgogliosi, nè ingordi e che eliminino ogni risentimento. Tuttavia gli uomini che
riuscissero a evitare tutti questi difetti, il che non è facile, tanto che uomini
così sono assai rari, non si possono ancora chiamare veri uomini. Per essere tali
occorre una disciplina assai più profonda: non è vero uomo, per esempio, chi non
riesce a sopportare a lungo la povert o la ricchezza. In questo senso il vero
uomo è colui che sa seguire la regola dell'aureo mezzo. Ideale di Confucio è dunque
la "mediocrità". In questo senso Confucio criticava sia gli uomini troppo
brillanti, sia quelli sciocchi e cauti. Seguono vari aforismi legati al concetto
di "vero uomo", cioè dell'uomo "nè troppo, nè troppo poco": aforismi che
costituirono una specie di "galateo" spirituale dei Cinesi, i quali vi attinsero
insegnamenti sul modo di comportarsi, sulla diplomazia e in base al quale
elaborarono una particolare etichetta. Non bisogna lamentarsi del proprio stato,
nè essere troppo loquaci. "Il Maestro disse: Esser povero e non lagnarsene
è difficile; esser ricco e non menarne vanto è facile ". In questo aforisma (l'XI
del libro XVI) Confucio sembra aver coscienza della condizione "più difficile"
dei poveri. Sulla base di una concezione aristocratica della vita il filosofo
divide gli uomini in "superiori" e "inferiori" o volgari. Invero questa
suddivisione non è sociale, ma piuttosto spirituale e intellettuale. "L'uomo
superiore ama la propria anima; l'uomo inferiore ama la sua proprietà ... L'uomo
superiore attribuisce la colpa a se stesso; l'uomo inferiore l'attribuisce agli
altri ... L'uomo superiore è di larghe vedute nei confronti di chiunque, l'uomo
inferiore è partigiano, non è capace di ampie vedute ... L'uomo superiore è candido e
sereno, sempre. L'uomo inferiore è sempre preoccupato per qualcosa". I termini "superiore"
e "inferiore" vengono anche tradotti con "nobile" e "volgare". La dottrina, di
per sè, non rende "nobile" o "superiore" un "volgare" o "inferiore". Difatti,
dice il Maestro, parlando al discepolo Tsu Hsia: "Sia tu un nobile dotto, e non
un volgare dotto". A proposito del governo, non bisogna guidare il popolo con
minacce di punizioni, con la prigione, bensì con il senso della virtù, con l'onore.
Lo Stato è paragonato nell'utopia politica di Confucio a una famiglia ben
governata, armonica, tenuta insieme dal rispetto e dall'amore. Il sovrano che
governa lo Stato con la virtù è come la stella polare, che rimane fissa, mentre le
altre stelle le girano intorno. E governare significa praticare la giustizia.
Non ha senso uccidere i cittadini malvagi: è sufficiente che chi governa desideri
ciò che è bene, e il carattere di chi governa è come il vento: il popolo è come l'erba,
si piega nella direzione del vento. A una domanda di Tzu-kung su come debba
essere un buon governo, Confucio risponde: "Il popolo deve avere sufficienza di
viveri; l'esercito deve essere in grado di difendere lo Stato; il popolo deve
avere fiducia nei suoi governanti". Se si fosse costretti a rinunciare a una di
queste tre cose, Confucio rinuncerebbe anzitutto all'esercito, poi ai viveri, ma
della fiducia del popolo in chi lo governa ritiene di non poter fare
assolutamente a meno. L'ordine, la pace, l'armonia sono indispensabili: questo
è particolarmente vero riguardo ai sudditi. "Chi possiede un regno o una casa, non
si duole se è vuota di persone, ma si duole che non sia in ordine; non si accora
che sia povera, ma si accora che non sia in pace, poichè dove c'è ordine, non c'è
miseria, dove regna la concordia non c'è mancanza di persone, dove c'è pace non c'è
eversione ... Se gli uomini di lontane contrade non ci sono sottomessi, si
devono coltivare le arti e la morale per farli venire; ma quando sono venuti,
bisogna tenerli in pace" (trad. di A. Castellani).
Il criterio politico che guida Confucio , è per altro, quello dell'autorità
centrale del sovrano, contro l'anarchia dei feudatari, perchè in "un regno in
ordine, i riti, la musica, la guerra e le spedizioni punitive emanano
dall'imperatore; in un regno in disordine, i riti, la musica, la guerra e le
spedizioni punitive emanano dai principi feudatari" (trad. di A. Castellani).
L'insieme degli insegnamenti di Confucio venne trasmesso ed elaborato da
pensatori successivi, come Mencio e gli scrittori dell'epoca Sung (XII-XIII sec.
d.C.).
Che cos'è la virtù perfetta
In questo XII libro dei Dialoghi si espongono le idee
di Confucio (o attribuite a lui) sulla virtù, strettamente legata all'arte del
buon governo. Il lettore può rendersi conto della tecnica del dialogo, in cui il
Maestro (Confucio) risponde alle domande di vari discepoli.
I
Yen Yüan interrogò il Maestro, intorno alla virtù perfetta. Il Maestro disse:
«Dominare se stesso, restaurare in sé l'onestà nativa, è la virtù perfetta! Se
uno, un giorno (sapesse) dominare se stesso e restaurare in sé l'onestà nativa,
il mondo ritornerebbe perfetto. Divenire perfettamente virtuoso, dipende da se
stesso: dipenderebbe forse da altri?»
Yen Yüan disse: «Prego di farmene udire un riassunto». Il Maestro disse: «Se non
con onestà, non guardare; se non con onestà, non ascoltare; se non con onestà,
non parlare; se non con onestà non agire». Yen Yüan disse: «Sebbene io, Hui, non
sia molto intelligente, prego ch'io possa agire secondo questo detto».
II
Chung Kung interrogò (il Maestro) intorno alla virtù perfetta. Il Maestro disse:
«Se tu esci di casa, sii come se tu vedessi un ospite illustre; adoprando il
popolo, sii come se tu celebrassi un grande sacrificio. Ciò che tu stesso non
vuoi, non lo fare agli altri (e) nel Regno non ci sarà odio per te».
Chung Kung disse: «Sebbene io, Yung, non sia intelligente, prego ch'io possa
agire secondo questo detto» ...
IV
Ssu Ma Niu chiese intorno al Saggio. Il Maestro disse: «Il Saggio è al di là del
dolore e del timore». Disse: «Esser senza dolore e senza timore, ciò vuol dire
esser saggio?» Il Maestro disse: «Se nel suo intimo si esamina e non vi trova
vizio, perché dovrebbe aver dolore, perché dovrebbe aver timore?».
V
Ssu Ma Niu con afflizione disse: «Tutti gli uomini hanno dei fratelli, io solo
non ne ho». Tsu Hsia disse: «lo, Shang, ho udito (dire) che la morte e la vita
son del destino; che le ricchezze e gli onori risiedono (nella volontà) del
Cielo. Se il Saggio è sollecito e senza difetto; se con gli uomini è pieno di
rispetto e ossequioso ai dettami della convenienza, per entro i quattro mari,
tutti gli uomini saranno suoi fratelli; perché il Saggio si appenerebbe di non
avere fratelli?».
VII
Tsu Kung chiese intorno al Governo. Il Maestro disse: «(Ci vogliono) sufficienti
mezzi di nutrimento, sufficienti forze militari e fede (nel Principe) da parte
del Popolo». Tsu Kung disse: «Se si dovesse escludere una di queste tre cose,
quale la prima?» Disse: «Escludi le forze militari!» Tsu Kung disse: «Se si
dovesse escludere una di queste due (che restano), quale la prima?» Disse:
«Escludi il nutrimento! Fin dal tempo dei tempi a tutti è necessario morire: ma
se il Popolo non ha fede, non esiste».
VIII
Chi Tsu Ch'eng disse: «Per il Saggio, quel che conta è la virtù e basta! Che si
farà della forma?» Tsu Kung disse: «Pietose sono le parole del Signore sopra il
Saggio. Un tiro di quattro cavalli non arriva alla lingua.
Forma è essenza ed essenza è forma. La pelle (conciata) di una tigre e di un
leopardo è come la pelle di un cane e di una pecora» ...
XIII
Il Maestro disse: «Io posso udire una lite civile, come ognun altro. Ma il bello
sarebbe di far sì che le liti non esistessero».
XIV
Tsu Chang chiese intorno all'amministrazione pubblica. Il Maestro disse:
«Occuparsene senza riposo e agire con giustizia».
XV
Il Maestro disse: «Chi possiede larga dottrina e si comporta secondo le regole
della morale, può esser senza errori».
XVI
Il Maestro disse: «Il Nobile completa ciò che è bello nell'uomo, non completa
ciò che è male nell'uomo. L'uomo volgare fa il contrario» ...
XX
Tsu Chang chiese: «Come deve essere il Dotto, per potere esser detto glorioso?»
Il Maestro disse: «Che cosa è ciò che tu chiami glorioso?» Tsu Chang rispose:
«Nel paese aver fama, in casa aver fama». Il Maestro disse: «Questa è fama, non
gloria! Il (vero glorioso) è semplice e retto e ama la bontà; sa distinguere le
parole e conoscere l'espressione del volto; è ansioso di mettersi al di sotto
degli altri. Allora, per forza, nel paese sarà glorioso, in casa sarà glorioso.
Ma il famoso, in apparenza prende in prestito la virtù e nei fatti la neglige;
vi permane senza dubitarne e ha fama in pubblico e in privato».
XXI
Fan Ch'i (insieme al Maestro) andava a diporto a piè del colle Wu Yü; (e gli)
disse: «Posso io far domanda sul come si eserciti la propria virtù, si
correggano i propri vizi e si distingua i propri errori?» Il Maestro disse:
«Buona domanda, invero! Prima il lavoro e dopo l'acquisto: non è questo il
miglior modo per esaltare la virtù? Combattere i propri vizi e non combattere i
vizi altrui, non è questo il miglior modo di correggere i propri vizi? Per l'ira
di un sol giorno, dimenticarsi della sua persona, e fino i suoi parenti, non è
questo errore?»
XXII
Fan Ch'i chiese in che cosa consistesse l'essere umano. Il Maestro disse:
«Nell'amare gli uomini». Chiese: «E la dottrina?» Disse: «Nel conoscer gli
uomini». Fan Ch'i non aveva ancora compreso. Il Maestro disse: «Sollevando i
buoni e calcando i pravi, si può fare sì che i torti diventino diritti».
Fan Ch'i si ritirò: incontrando Tsu Hsia disse: «Ora che poco, visitai il
Maestro; lo interrogai intorno (all'essenza) della dottrina; il Maestro disse:
Sollevando i buoni e calcando i pravi, si può far sì che anche i torti diventino
diritti. Che cosa vuol dire?» Tsu Hsia disse: «Questa è una ricca parola! Shun
aveva l'Impero, scegliendo fra tutti esaltò Kao Yao e i malvagi furono lontani.
Tang aveva l'Impero, scegliendo fra tutti innalzò Yin e i malvagi fuggirono
lontani».
XXIII
Tsu Kung chiese intorno all'amicizia. Il Maestro disse: «Con sincerità
ammonisci, nel bene guida! Se non si può allora cessa, affinché tu non ti faccia
torto da te stesso».
XXIV
Tsêng Tsu disse: «Il Saggio con la dottrina si collega agli amici e con
l'amicizia cementa la sua virtù».
da: I dialoghi di Confucio a cura di A. Castellani - trad. di A. Castellani -
Firenze, Sansoni, 1949