LETTERATURA - MIGUEL DE CERVANTES

    

Don Chisciotte


Cervantes y Saavedra, Miguel de
(Alcal de Henares 1547 - Madrid 1616)

Scrittore spagnolo, riferimento di tutta la letteratura occidentale. Del 1582 sono la tragedia storica Numanzia e il Viaggio del Parnaso. La seconda parte della vita di C. dedicata alla composizione del Don Chisciotte e delle Novelle esemplari (1613), suddivise in tre gruppi di temi: le novelle d'avventura (Amante liberale, Signora Cornelia), le novelle satiriche (Dottor Vetrata, Colloquio dei cani); le novelle di costume e d'ambiente (Rinconete y Cortadillo). Il suo Don Chisciotte (I parte 1605; II parte 1615) un'opera comica nel più alto dei significati e forse il primo romanzo moderno: attraverso la coppia Don Chisciotte/Sancho Panza si scontrano e dialogano le aspirazioni della cultura alta, e il registro comico e realistico, e si mescolano nei temi come nel linguaggio con un effetto tragicomico grottesco e malinconico.

Don Chisciotte
Romanzo dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616), la cui prima parte, divisa in 52 capitoli, fu pubblicata a Madrid nel 1605; la seconda, di 74 capitoli, uscì nel 1615

Un gentiluomo di campagna, Alonso Quejana, vissuto modestamente in un paese della Mancia, esce di senno per la continua lettura di romanzi cavallereschi, e decide di abbandonare la sua abitazione per farsi cavaliere errante in difesa dei deboli, onde realizzare nel mondo l'ideale di nobiltà, giustizia e amore così vivo nel suo animo. Sua dama sarà Dulcinea del Toboso, una rozza contadina, di cui era stato innamorato, anche se l'amor suo non era andato mai "al di là di un semplice sguardo"; il suo magro ronzino si chiamerà Ronzinante, il suo titolo sarà don Quijote de la Mancha. Smarrito ormai ogni senso del reale, don Chisciotte inizia le sue avventure in un mondo fantastico e meraviglioso, nel quale parla e agisce come i cavalieri, sulla cui condotta modella la propria, sfuggendo alla cruda e prosaica realtà del mondo. Parte un mattino di luglio, all'alba, senza essere visto da alcuno, con la lancia in pugno, dopo avere indossato una vecchia armatura arrugginita e imbracciato lo scudo; vaga tutto il giorno per la campagna assolata, finchè stanco e affamato giunge presso una vecchia osteria. L'oste gli serve da mangiare, ma subito dopo don Chisciotte gli si getta ai piedi e lo supplica di ordinarlo cavaliere: solo dopo una regolare investitura potrà iniziare l'opera, alla quale si sente chiamato: la cerimonia si svolge in un'atmosfera che al nobile cavaliere pare estremamente solenne; sono madrine due ragazze equivoche, che don Chisciotte onora come nobili donzelle. Lasciata l'osteria, riprende il suo cammino e dopo avere aiutato un giovane a sfuggire alle bastonate del padrone causandogli peraltro guai maggiori, incontra un gruppo di mercanti di Toledo, dai quali pretende che, in omaggio alle leggi di cavalleria, proclamino la straordinaria bellezza di Dulcinea del Toboso; al loro rifiuto fa seguito un violento scontro, dal quale don Chisciotte esce pesto. In queste misere condizioni lo ritrova un compaesano, che lo riporta al paese caricandolo sul suo asino; qui don Chisciotte viene amorevolmente curato dalla fantesca e dalla nipote. Il curato e il barbiere, gli amici con i quali era solito trascorrere piacevoli serate leggendo e discutendo di cavalleria, decidono di bruciare i libri causa della pazzia e della rovina di don Chisciotte: per il Cervantes è una buona occasione per discutere di letteratura ed esporre le sue opinioni in merito. Intanto don Chisciotte non può avere pace e, seguendo il consiglio dell'oste, che l'aveva armato cavaliere, si mette alla ricerca di uno scudiero: la scelta cade su un povero contadino, Sancio Panza, che si lascia convincere, allettato dalle sue promesse di ricchezze e onori. Nasce così l'immortale coppia don Chisciotte e Sancio Panza: l'uno macilento e allampanato in groppa al suo Ronzinante, l'altro basso, grasso e rozzo, in groppa al suo asino. Sancio Panza è un uomo grossolano e furbo, alla continua ricerca dell'utile, sostanzialmente buono e onesto, il quale a contatto con la nobiltà di don Chisciotte gradualmente si innalza al di sopra del suo ceto e della sua mentalità. Insieme i due si lanciano in nuove avventure, dalle quali ancora e sempre il tenacissimo eroe esce malconcio sebbene convinto di essere nel giusto, mentre il modesto scudiero cerca solo di trarne immediati vantaggi materiali. Il buon senso di Sancio e la sua visione pratica del mondo non servono al nobile cavaliere, che continua a inseguire i suoi ideali, a vedere nelle cose solo quello che "vuole" vedere. Così combatte come un forsennato contro i mulini a vento che gli appaiono sotto forma di giganti, scambia greggi per eserciti, crede che una semplice bacinella da barbiere portata sulla testa per ripararsi dalla pioggia sia l'elmo di Mambrino. E quando incontra un gruppo di galeotti, condotti alla prigione, si fa in quattro per liberarli, salvo essere poi da loro malmenato per aver voluto imporre le sue pratiche di cavalleria e preteso che andassero da Dulcinea del Toboso a tributarle omaggio e a renderla edotta delle sue imprese. Si reca quindi verso la Sierra Morena, consigliato da Sancio che teme le reazioni delle guardie del re, ma per un futile motivo di cavalleria si scontra con Cardenio, impazzito perchè crede che la sua amata Lucinda lo tradisca. Anche don Chisciotte, da vero cavaliere, ora impazzirà d'amore per Dulcinea, dopo averle mandato un messaggio di devozione per mano di Sancio e aver stabilito di rimanere fra quei boschi a far penitenza e digiunare, a imitazione di Amadigi. Sancio si reca invece all'osteria, dove incontra il curato e il barbiere: qui i due amici vogliono salvare don Chisciotte, e ci riescono grazie alla saggia Dorotea che è in cerca del suo perduto amore, Fernando: la donna fingerà di essere la principessa Micomicona, perseguitata da un gigante e quindi bisognosa di aiuto. Così don Chisciotte abbandona subito la Sierra Morena e viene condotto all'osteria, che a lui sembra un castello, e rifocillato: gli ospiti sono numerosi e i racconti che si fanno tra loro costituiscono vere novelle nel romanzo, sono solo disturbati da nuove imprese e disavventure del nostro eroe, incapace di accettare una realtà diversa da quella in cui crede. Esce malconcio da una lite e, poichè ha addirittura una spalla fracassata, viene ingloriosamente riportato a casa su un carro di fieno: qui termina la prima parte del romanzo.

La seconda parte inizia con un Prologo al lettore, nel quale il Cervantes analizza la sua opera, citandone anche l'immaginaria fonte araba (lo storico Cide Harmete Benengeli): l'azione riprende a un mese di distanza dal momento in cui si era interrotta. Don Chisciotte è guarito nel fisico, ma la sua pazzia è più viva che mai: ormai è impossibile trattenerlo da una nuova partenza. Gli amici, il curato e il barbiere pensano di ricorrere a un espediente che, se avrà successo, terrà inattivo don Chisciotte almeno per qualche tempo. Organizzano uno scontro con il Cavaliere degli Specchi, che altri non è che Sansone Carrasco, un compiacente buon baccelliere suo compaesano: se vincerà, imporrà a don Chisciotte di tornare a casa e astenersi dall'uso delle armi per due anni. Purtroppo questa volta è don Chisciotte che vince; reso più che mai orgoglioso e sicuro della vittoria, riprende il suo peregrinare con Sancio, andando incontro di nuovo a mirabolanti avventure: alcune di queste si compiono alla Corte dei Duchi, che si divertono immensamente alle stranezze del cavaliere e decidono di assecondarlo insieme al suo scudiero. Sancio riceve quindi il premio che don Chisciotte gli aveva promesso, un'isola da governare: l'isola di Barataria. Lascia perciò il suo padrone, ma dopo breve tempo torna da lui, deluso e amareggiato dall'arte del governare, nella quale peraltro si è rivelato abile e saggio. L'ultima avventura consiste nella lotta contro il Cavaliere della Bianca Luna, che è il compaesano inviato dagli amici: questa volta l'hidalgo è sconfitto, per cui ubbidisce al comando del cavaliere vincitore, torna a casa e si impegna a non ripartire per un anno; nel villaggio riprende contatto con la realtà di ogni giorno, rinsavisce, ma proprio allora si ammala e muore. Al momento della morte di don Chisciotte, ormai tornato Alonso Quejana el bueno , il lettore "sente" che il principale movente delle sue azioni non era semplicemente una mania cavalleresca, ma una profonda e insopprimibile bontà; un momento decisivo, perchè il lettore capisce a fondo la terribile tragicommedia della vita dell'eroe. Scrive Cervantes che il suo scopo nello scrivere il romanzo è "far sì che gli uomini abbiano a noia le storie false e prive di senso dei libri di cavalleria ... distruggere l'autorità e la diffusione" di tali libri. Ma, una volta creato l'eroe, l'autore gli si affeziona e si preoccupa di svilupparne a fondo la complessa personalità, mosso da un proposito artistico: ne nasce davvero una parodia, ma soltanto della moda dei romanzi cavallereschi, non dei sentimenti e degli ideali di generosità e nobiltà, che animavano quel mondo: di questi il Don Chisciotte è la migliore esaltazione. Colpiscono il lettore gli elementi comici, quali la pazzia dell' hidalgo, la sua anacronistica armatura, il ridicolo di molte situazioni; ma l'autore non si burla mai del suo eroe, sorride alle sue disavventure, ma ne fa risaltare la bontà e nobiltà, così che don Chisciotte ispira sempre simpatia. Al di là dell'ilarità che possono suscitare le sue strambe imprese, si scoprono valori e aspetti più profondi: la volgare incomprensione di quelli che lo prendono in giro senza capire che ogni sua azione è ispirata dalla bontà, le burle crudeli di quelli che ignorano che è l'amore a farlo agire e, alla fine del romanzo, tristissima, la constatazione dell'inutilità del suo eroismo. Per questo l'opera piacque ai romantici, che videro in don Chisciotte il simbolo della tragica, eterna lotta dell'uomo ispirato da ideali generosi, il quale si trova dolorosamente di fronte la dura realtà: l'eterno dissidio fra l'ideale e il reale. La prima parte del romanzo ha minore unità della seconda: l'azione è ridotta, rallentata da numerosi episodi e racconti inseriti nella trama principale; vi sono rappresentati quasi tutti i generi letterari dell'epoca: la novella pastorale (Marcella e Crisostomo), quella sentimentale (Cardenio e Lucinda), quella psicologica (El curioso impertinente) , picaresca (i galeotti); poi l'interesse dell'autore si concentra sempre più sul protagonista, e tutto ciò che accade intorno a lui non vive che della sua luce, non fa che porre in rilievo la sua profonda umanità: la narrazione giunge così alla dolorosa fine con una più povera unità di svolgimento. Ma in entrambe le parti la prosa è snella, senza artifici, limpida e vivace; il linguaggio è vario per la necessità di aderire ai molteplici ritmi della vita. La fortuna dell'opera fu enorme. La prima parte venne ristampata cinque volte lo stesso anno della sua pubblicazione e dell'intero capolavoro furono fatte ben 16 edizioni mentre Cervantes era in vita. Tradotto in quasi tutte le lingue, ispirò non solo scrittori e poeti, ma anche musicisti e pittori. Basti ricordare fra gli esempi più significativi, il Don Quijote de la Mancha di Guillèn de Castro in Spagna; l'opera in dialetto siciliano Don Chisciotti e Sanciu Panza di G. Meli in Italia.

Nel 1614 apparve il Secondo volume dell'ingegnoso hidalgo Don Chisciotte della Mancia. (Segundo tomo del ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha), a opera del licenciado Alonso Fernandez de Avellaneda, anonimo sulla cui identità i pareri dei critici non si sono mai trovati d'accordo. Il romanzo riprende la narrazione là dove Cervantes l'aveva interrotta alla fine della prima parte. Spiacque al Cervantes vedere il suo eroe ridotto a un essere volgare e brutale e, nella seconda parte del suo Don Chisciotte, pubblicata l'anno seguente, si compiace di rivendicare a sè la paternità del vero don Chisciotte, di schernire l'autore del Segundo tomo e di rispondere agli insulti che costui gli aveva indirizzato. L'interesse della critica mondiale per l'opera di Cervantes è stato in ogni tempo vivissimo. Le interpretazioni e i giudizi sul romanzo e i suoi personaggi sono svariati: valga per tutti quello di Menèdez y Peloyo: "L'opera di Cervantes non fu di antitesi, nè di arida e prosaica negazione, ma di purificazione e di complemento. Non venne a uccidere un ideale, ma a trasfigurarlo e innalzarlo. Quanto vi era di poetico, nobile e umano nella cavalleria, s'incorporò nella nuova opera con più alto senso; quello che vi era di chimerico, immorale e falso non precisamente nell'ideale cavalleresco, ma nelle sue degenerazioni, si dissipò d'incanto davanti alla classica serenità e alla benevola ironia del più sano ed equilibrato ingegno del Rinascimento. Il Chisciotte in questo modo può essere considerato come l'ultimo libro di cavalleria, il definitivo e il perfetto, quello che concentrò in un foco luminoso la materia poetica diffusa, mentre elevando nello stesso tempo i casi della vita famigliare alla dignità dell'epopea, diede il primo e non superato modello del romanzo realistico moderno".



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