Trattato di storia delle religioni
Saggio storico-culturale dello scrittore romeno Mircea Eliade (1907-1986),
pubblicato nel 1949.
Possiamo definire questo "trattato" uno dei libri più belli e affascinanti
usciti a metà Novecento. Le "radici" religiose, ideali, profonde della storia
dell'umanità vengono, con stile chiaro e brillante, esposte su un fondamento
culturale vastissimo. Il libro è, a un tempo, leggibile come trattato di storia
delle religioni, come libro di etnologia, come saggio culturale e anche come
romanzo, tanto è avvincente. Eliade non espone sistematicamente la storia delle
religioni antiche, suddividendola in base ai popoli, ma parte dagli "oggetti"
del culto e ne studia l'espressione, in modo comparativo, presso i vari popoli:
ci pone di fronte al Cielo, al Sole, alla Luna, all'Acqua, alle Pietre, alla
Terra, e ne delinea i culti, che nelle religioni dei diversi popoli assumono le
loro particolari individualità, e sono dall'autore messi in continuo rapporto.
Infine, giunge a chiarire il valore mitico e simbolico che acquistano la
vegetazione, l'agricoltura, la costruzione della spazio sacro, e "traccia la
storia del famoso mito dell'eterno ritorno" (E. De Martino).
Il libro è
suddiviso in tredici capitoli, ciascuno dei quali è dedicato a un momento o a un
"oggetto" particolare del "sacro". Dopo la discussione sui concetti di "tabù",
sull'ambivalenza del sacro, sull'idea del mana (il termine, melanesiano, indica
la "forza misteriosa e attiva posseduta da certe persone e, in generale, dalle
anime dei morti e da tutti gli spiriti"), Eliade analizza minutamente il "cielo"
come oggetto del sacro (gli dei celesti, australiani, africani ecc., fino a
quelli indiani, mesopotamici, greci ecc.). Importante la sostituzione degli dei
fecondatori agli dei uranici o celesti, sostituzione avvenuta in concomitanza
con lo sviluppo dell'agricoltura, al quale è anche legato, si capisce, il
sorgere del culto della Dea Femminile. Seguono poi suggestivi capitoli dedicati
agli dei solari, alla Luna (e ai rapporti della Luna col Tempo, con le Acque, la
Vegetazione, la Fertilità, la Donna, il Serpente, la Morte, il Destino), al
simbolismo e al culto delle Acque e delle Pietre.
Particolare rilievo è dato
alla "sacralità" della Donna, collegata con la Terra e la Fecondità (rapporti
tra la donna, il sesso, l'agricoltura, tra la vagina e la gleba, il solco nel
quale si mette il seme). La storia dell'umanità contempla una grande quantità di
miti e riti collegati con la vegetazione: a questo "complesso" si collegano i
miti dell'Albero (l'Albero della vita e l'Asse del mondo), con i "matrimoni" tra
uomini e piante, i riti di maggio (primaverili, estivi ecc.) e i vari culti
della fertilità (con i sacrifici, anche umani). Di derivazione "agricola" sono
in sostanza i miti dell'"eterno ritorno" e tutti i riti e le usanze collegati
con il cosiddetto "tempo sacro", in cui avviene, nella coscienza dei
partecipanti, una "sospensione" del tempo normale: tali sono, per esempio, i
riti collegati con la fine dell'anno vecchio e l'inizio dell'anno nuovo (allontanamento
dei demoni; spegnimento e riaccensione dei fuochi, processioni con le maschere;
combattimenti fra gruppi avversari; carnevale e orge, in quanto rovesciamento
dell'ordine normale). La "sospensione" del tempo riporta l'uomo al caos
primordiale, in cui le distinzioni tra le specie non c'erano, permette il "ritorno"
temporaneo dei morti, che, alla fine del "carnevale" vengono "riaccompagnati in
forma di fantocci al confine (un fiume ecc.) o bruciati". C'è l'abolizione del
"tempo antico" e la "rigenerazione del tempo".
Nasce da questo nucleo, che ha le
sue radici in tempi ben remoti, l'aspirazione a "ricominciare una vita nuova
entro una nuova Creazione". Tutti i miti sulla fine del mondo, sull'apocalisse,
e sulla "nuova vita" sono derivati da tale aspirazione. La tradizione giudaica e
quella cristiana conservano vistose tracce di tale passato. La ripetizione della
cosmogonia, per altro, non è legata solo alle cerimonie collettive per l'anno
nuovo: anche in altri periodi dell'anno e in altre circostanze si possono avere
situazioni mitico-rituali analoghe: per i Figiani la instaurazione di un nuovo
capo era detta "creazione del mondo" e gli antichi Assiri consideravano il re "rigeneratore
del Cosmo". L'idea che ogni nuovo regime porti "un'era nuova" trova forse le sue
radici psicologiche in questi miti remoti. La "rinascita" della natura, come "specchio"
della rinascita (periodica) del mondo è legata ai miti dell'"uovo cosmico",
progenitore degli dei e degli uomini presso molti popoli dalla Polinesia
all'America del Sud, e al costume di scambiarsi uova (spesso colorate) in
occasione di certe feste del mondo cristiano (le uova di Pasqua, le uova di S.
Giovanni, le uova di Capodanno in Persia). Non c'entra tanto l'uovo come "germe
di vita": l'uovo incarna non tanto la nascita quanto la rinascita. Per questo
mito della rinascita, le uova sono collegate con il culto dei morti (la speranza
che hanno i morti e con vari momenti della vita agricola (gli Estoni che
mangiano ritualmente uova nel periodo dell'aratura per ottenere maggior "potenza").
L'ultimo capitolo è un'analisi dei simboli mitico-religiosi e delle loro
funzioni.
Mircea Eliade
Studioso del mito e delle religioni, esperto di yoga e sciamanesimo, di
occultismo ed esoterismo, romanziere fecondo, saggista dall’erudizione
prodigiosa e a suo agio in otto lingue, Eliade è stato tra le intelligenze più
acute e versatili del Novecento. Ma l’intelligenza è un dono di dèi invidiosi,
un dono avvelenato: il confine che la separa dall’ottusità è mobile. [...]
I diari integrali saranno desecretati solo nel 2018, ma tutto fa pensare che
l’autocritica non appartenesse al pur vastissimo repertorio di Eliade. Né che
egli sia mai guarito dalla megalomania di cui evidentemente andava affetto. A
quattordici anni aveva già pubblicato il suo primo racconto: Come ho scoperto la
pietra filosofale. In un successivo Romanzo dell’adolescente miope (1923)
elabora la quasi umiliante scoperta della propria sessualità. Qualche anno dopo,
in Gaudeamus (1928), entrano in scena la femminilità e l’amore, e per converso
il concetto di «virilità», mutuato dall’adorato Papini, autore di Maschilità. Il
suo io è superalimentato dall’ambizione e da una «religione della volontà» fatta
di astinenza e disciplina (dormiva cinque ore per non sottrarre tempo allo
studio).
Iscrittosi nel 1925 a Lettere e Filosofia dell’università di Bucarest, emerge
come leader della giovane «Generazione», un gruppo di intellettuali
anticonformisti che aspira a rinnovare la tradizione rumena. Tra gli altri «latini
d’Oriente» ci sono Cioran (che nel 1986 gli dedicherà uno dei suoi superbi
Exercises d’admiration), Ionesco, Costantin Noica e Mihail Sebastian, un ebreo a
lui molto caro.
Nel 1927 e 1928 visita l’Italia, avendo alle spalle una serie di letture rapaci
che mettono le ali alla sua passione per nostra cultura (documentata
esaurientemente da Roberto Scagno per Jaca Book). Su tutti Papini ed Evola, a
proposito del quale scriverà un testo, Il fatto magico, andato perduto. Dopo la
laurea su La filosofia italiana da Marsilio Ficino a Giordano Bruno, alla fine
del 1928, parte alla volta dell’India per studiare la filosofia orientale con
Surendranath Dasgupta.
Vi rimane fino al dicembre del 1931, imparando il sanscrito e raccogliendo
materiali, conoscenze ed esperienze che lo segnano profondamente. C’è anche una
storia d’amore con Maitreyi, la figlia di Dasgupta, nella cui casa a Calcutta
era andato ad abitare. La ragazza è la protagonista dell’omonimo romanzo, che
Eliade pubblica in Romania nel 1933. Sarà un grande successo, che trasfigura
Maitreyi in un simbolo dell’immaginario rumeno.
Incrinatisi i rapporti con Dasgupta, viaggia nell’Himalaya occidentale
soggiornando nell’ashram di Shivananda e facendosi iniziare allo yoga. Nel
contempo lavora alla tesi di dottorato, che discute a Bucarest nel ‘33 e
pubblica a Parigi nel ‘36 con il titolo Yoga, saggio sulle origini della mistica
indiana. Un libro che lo lancerà come autore di culto quando lo yoga si
diffonderà in Occidente.
Dal 1933 al 1940 è di nuovo a Bucarest come assistente di Nae Ionescu, il
leggendario maestro della giovane Generazione. Ionescu lo avvicina alla Guardia
di Ferro, l’organizzazione di estrema destra capeggiata da Codreanu. Costui era
convinto, tra l’altro, che gli ebrei cospirassero per fondare una nuova
Palestina tra il Mal Baltico e il Mar Nero, e il suo vice, Ion Mota, aveva
tradotto in rumeno I protocolli dei Savi di Sion. Eliade non era antisemita, ma
all’epoca si lasciò intruppare. Il diario che l’amico ebreo Sebastian tenne fra
il 1935 e il 1944, pubblicato nel 1996, è un’accorato lamento per il
comportamento ambiguo di Eliade. Che è tutto preso dalle sue carte: pubblica
vari saggi (tra cui Oceanografia e Il mito della reintegrazione), romanzi (tra
cui Ritorno dal Paradiso, La luce che si spegne, i due volumi Huliganii),
un’importante rivista di studi mitologici, Zalmoxis, che richiamerà l’attenzione
di Carl Schmitt ed Ernst Jünger.
Alla fine della guerra si trasferisce a Parigi dove, aiutato da Dumézil, insegna
all’Ecole des Hautes Etudes. Il Trattato di storia delle religioni (1949) lo
consacra come massimo studioso del fenomeno religioso su scala mondiale. Ostile
al metodo positivistico e storicista, Eliade riprende la prospettiva aperta da
Rudolf Otto e sviluppa uno studio comparativo del sacro e delle sue
manifestazioni, le «ierofanie». La sua non è una storia bensì una morfologia del
sacro, le cui forme appaiono e si ripetono nel tempo, con le feste, e nello
spazio, con i «centri del mondo», riattualizzando miti primordiali. Per lui il
mito non è affatto arcaico né fuori gioco. Si è piuttosto ritirato negli
interstizi della modernità, dove si tratta di scovarlo. Contro la presunta
superiorità dell’uomo moderno sui «primitivi».
Nel 1950 è invitato da C.G. Jung al primo incontro di «Eranos» ad Ascona. Nel
1956 passa a insegnare alla Divinity School di Chicago, dove rimarrà fino alla
morte (avvenuta il 22 aprile 1986 per un ictus). Dal 1960 al 1972 dirige con
Ernst Jünger una straordinaria rivista di storia delle religioni, Antaios.
Intanto seguita a pubblicare a ritmo martellante un’infinità di lavori,
culminati nella grande Storia delle credenze e delle idee religiose (1976-1983).
È anche candidato al Nobel per la letteratura.
Purtroppo, un dettaglio ne stoppa l’apoteosi, e gli schizza addosso una macchia
infamante. Un dettaglio biografico, sul quale la sua intelligenza si incaglia e
si rovescia in ottusità.
Nel 1972 lo storico Theodor Lavi (pseudonimo di Lowenstein), in base al diario
ancora inedito di Sebastian e ad altre testimonianze, rivela su Toladot, una
piccola rivista dell’emigrazione rumena in Israele, che Eliade era stato vicino
alla Guardia di ferro. Eliade fa finta di nulla, cerca di sbarazzarsi del suo
passato come un serpente della sua pelle. Ma la notizia fa il giro del mondo, in
Italia è ripresa da Furio Jesi. Un suo viaggio a Gerusalemme nella primavera del
1973 dev’essere annullato in extremis, tra lo sconcerto dell’amico Gershom
Scholem. Nei suoi diari, silenzio.
Da quel momento Eliade adopera la sua intelligenza per dissimulare e insabbiare.
Cerca coperture, si stringe ad amici insospettabili, come Paul Ricoeur e lo
scrittore ebreo Saul Bellow. Quest’ultimo diventa suo intimo, ma nel romanzo
Ravelstein inscena il dubbio che lo tormenta. Il protagonista, alias Allan
Bloom, mette in guardia l’amico narratore da Radu Grielescu, alias Eliade: è
stato «un seguace di Nae Ionescu che fondò la Guardia di Ferro», avverte, un jew-hater
che denunciò «la sifilide ebraica che contagiava la raffinata civiltà balcanica»,
«ti strumentalizza» per «rifarsi una verginità». Il tarlo del sospetto non
soffocherà la compassione, e ai funerali di Eliade Bellow prenderà la parola per
dire il suo dolore e la sua compassione. È difficile giudicare del caso Eliade.
Come è difficile giudicare di Heidegger, Carl Schmitt o Céline. Certo, la loro
opera non può più essere letta solo in chiave scientifica o letteraria,
separandola dalla biografia. Eppure, la loro vita mediocre non basta a oscurare
la grandezza dell’opera che ha generato. Ci chiediamo: perché intellettuali di
tale statura si sono ostinati a tacere il loro passato? La verità è che gli
uomini sono molto meno uguali di quello che dicono, e molto più di quello che
pensano.
È probabilmente questa saggezza che ha indotto perfino il regista
Francis
Coppola a rendere omaggio a Eliade. Il suo film, Youth without Youth, prende
spunto da un omonimo racconto di Eliade (Tinerete fara tinerete): un settantenne
professore, colpito da un fulmine, diventa più giovane anziché più vecchio,
attirando l’attenzione dei servizi segreti. Il professore deve scappare
attraverso vari paesi fino in India… Anche questa singolare fortuna è un
dettaglio in cui si nasconde il buon Dio, e ci avverte che l’opera di Eliade
rimane un capitolo inevitabile della storia intellettuale del Novecento, un
passaggio obbligato per capirne le convulsioni.