Il linguaggio degli uccelli
Poema mistico del genere masnavi del poeta persiano Farid ad-Din Attar (secc.
XII-XIII)
E' il poema più famoso del grande mistico persiano. Il titolo e anche
l'allegoria furono suggerite ad Attar dal Trattato degli uccelli del teologo
persiano alGhazzali. Del resto l'uso letterario-allegorico dell'immagine degli
alati era assai diffuso nel mondo arabo-persiano. Il poema è strutturato in base
a una serie di dialoghi. Gli uccelli decidono, dopo aver discusso in assemblea,
di andare alla ricerca del mitico uccello Simurgh, che abita una valle remota
dietro un monte lontano, il monte Qaf, che si trova ai confini del mondo. Questa
leggenda era stata riportata, appunto, da al-Ghazzali. Gli uccelli si mettono
dunque in viaggio, sotto la guida dell'upupa: essi desiderano trovare Simurgh
perchè diventi il loro re. Il viaggio degli uccelli alla ricerca di Simurgh
simboleggia la ricerca dell'Anima che vuole unirsi a Dio. Il viaggio è lungo e
difficile, e gli uccelli cercano una scusa dopo l'altra per tornare indietro,
per interromperlo. L'upupa incoraggia i suoi compagni di animo debole, racconta
loro storie edificanti. Dopo aver superato altre prove e avere attraversato
luoghi terribili (durante questo viaggio gran parte degli uccelli si arrende,
muore) arrivano al monte di Simurgh: ci arrivano solo in 30 e chiedono di essere
introdotti alla corte del mitico uccello (il cui nome vuol dire Trenta Uccelli),
e nel palazzo del re vedono, naturalmente, se stessi. E' l'anima che ritrova se
stessa, e nel ritrovare se stessa si annienta in Dio: i trenta uccelli diventano
per sempre Lui, l'ombra sparisce, c'è il sole e nient'altro che il sole (stadio
della ricerca mistica: esistenza eterna dopo l'annullamento del sè). Tutto si
era cancellato: "I pellegrini, il Pellegrinaggio e la Strada"; il Sè era
arrivato alla propria porta, aveva visto l'Eterno Specchio. E dopo lo Specchio
la luce del Sole.