PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    
Marsilio Ficino - Il libro dell’Amore

Per stabilire la data di composizione del Commentarium in Convivium Platonis de Amore ("Commentario al Convivio di Platone sull’Amore") abbiamo a disposizione due elementi. Innanzitutto, il racconto della genesi dell’opera che lo stesso autore traccia nel primo capitolo. Riferisce Ficino che il 7 novembre, giorno nel quale il filosofo credeva fosse nato e morto Platone, per celebrare la ricorrenza si riunì a Careggi, su invito di Lorenzo il Magnifico, uno scelto gruppo di uomini di cultura e di scienza: e la celebrazione assunse la forma del banchetto, cioè del convivio. Architriclinio (cioè "capo", coordinatore del banchetto) era Francesco Bandini e vi parteciparono: Antonio degli Agli, vescovo di Fiesole; il medico Diotifeci, padre di Ficino; il poeta Cristoforo Landino; il retore Bernardo Nuti; Giovanni Cavalcanti, Tommaso Benci; e due figli di Carlo Marsuppini, Cristoforo e Carlo junior. Inoltre, la data, luglio 1469 che è posta in calce al manoscritto autografo del Commentarium, il Vaticano Latino 7705 (riprodotto dall’edizione a cura di Raymond Marcel, Parigi, Le Belles Lettres, 1956). La prima edizione del Commentarium è del 1484. La successiva edizione del 1491 discende dalla prima, anche se tiene conto di una lista di errori da correggere (errata corrige) che era rimasta a parte e non integrata nel testo.
Contemporaneamente, o subito dopo, Ficino diede alla luce un volgarizzamento in lingua toscana del trattato, che si guadagnò fama e prestigio sotto i titoli di De amore o El libro dell’Amore. Dedicato a Bernardo Del Nero e Antonio Manetti, ci è tramandato da undici manoscritti, quasi tutti databili al Cinquecento, a parte i due testimoni quattrocenteschi: Laurenziano LXXVI 73 (appartenuto allo stesso Manetti e scritto di sua mano), e il manoscritto II V 98 della Biblioteca Nazionale di Firenze, copiato direttamente dall’archetipo. La prima edizione del volgarizzamento uscì soltanto nel 1544, a cura di un tale Neri Dortelata, sotto cui si cela, come è stato oramai appurato, Pier Francesco Giambullari: con il titolo di Sopra lo Amor o ver convito di Platone, e con una dedica di Cosimo Bartoli a Cosimo de’ Medici, e inoltre con alcune osservazioni linguistiche indirizzate "agli amatori della lingua fiorentina". Una ristampa fu prodotta da Filippo Giunti nel 1594. Dal 1977 disponiamo di un’edizione critica dell’opera (a cura di S. Niccoli, Firenze, Olschki).
Il volgarizzamento è composto da una introduzione e da sette orazioni, ciascuna delle quali suddivise in capitoletti dedicati a trattare specifici argomenti. In ognuna di esse i convitati al banchetto di Careggi commentano uno dei discorsi del Simposio (o Convivio o Convito) di Platone. In realtà, quello che Ficino offre alla lettura non è tanto un commento al Simposio, quanto un trattato autonomo e originale sull’amore.
La prima orazione, quella di Fedro (che nella finzione è attribuita all’amico Cavalcanti), rappresenta Amore (o Eros), antiquissimo lo chiama Orfeo, come la forza primigenia che sta all’origine del cosmo. Un tema che sarà ripreso nella terza parte dove, commentando il discorso pronunciato dal medico Eurissimaco nel Simposio, si vede nell’Amore il vincolo che tiene unite tutte le cose: il nodo dell’universo. La forza di Eros spinge l’uomo a seguire la vera bellezza, che è quella dell’anima, si argomenta nella seconda orazione. Il desiderio che nasce dai sensi inferiori, come il tatto, il gusto, l’odorato, non è Amore ma l’opposto: « rabbia venerea, cioè luxuria» .
Il dibattito tra i convitati ha un suo svolgimento in chiave teologica: Dio in quanto centro di tutto, in tutte le cose è presente. Dunque, la bellezza colta con i sensi superiori, con la mente, la vista, l’udito, è la manifestazione di Dio. Il vero amante, quindi, è colui che aspira allo splendore di Dio rifulgente nei corpi e la sua ricerca continua di una unione con la persona amata non è altro se non il suo desiderio di « farsi Iddio» .
Dopo il commento al mito dell’ermafrodito e alla descrizione che Agatone aveva dato di Amore, Ficino affida a Tommaso Benci, « diligente imitatore di Socrate» , il commento al discorso fatto nel Simposio da Diotima sulla natura intermedia di amore. Nelle parole messe in bocca a Benci, la nascita di Amore durante il banchetto di nozze di Venere assume un significato nuovo: Venere è la Mente; Poro, in origine l’ingegno, diventa il raggio divino; e Penia, la "povertà", si trasforma nella Mente prima di essere illuminata. Dall’unione di questi ultimi nasce Amore. Ma di Amori nell’anima di tutte le cose, nell’Anima del Mondo, nelle sfere celesti, nelle stelle, nei demoni e negli uomini, ne albergano due. Come vi risiedono due Veneri e due opposti desideri: spingersi verso la conoscenza delle cose superiori e procreare le inferiori.
Con la settima orazione, forse la più interessante e originale soprattutto nella trattazione sul concetto di furore, affidata a Carlo Marsuppini per commentare il famoso discorso di Alcibiade riguardo agli amori di Socrate, si chiude l’opera ficiniana. Nella quale, è evidente, la fusione di diverse tradizioni, quella ermetica, quella neoplatonica e quella della poesia volgare toscana di Cavalcanti e di un Dante platonizzato.
È probabile che Ficino conoscesse precedenti trattazioni del tema d’amore come quella duecentesca di Andrea Cappellano, De amore libri tres. Fonte insostituibile restano tuttavia i dialoghi platonici, in particolare il Simposio e il Fedro, che Ficino aveva già usato nel comporre l’epistola De divino furore del 1457, e che filtra attraverso il commento neoplatonico di Ermia. Il neoplatonismo è infatti l’altra grande corrente che si versa nell’opera ficiniana (Plotino, Pseudo-Dionigi l’Areopagita, Proclo).
Un capitolo a parte meriterebbero le fonti naturalistiche di Ficino, da Lucrezio, auctoritas ("modello autorevole") poetica molto cara al filosofo, agli scritti medici che gli offrono la possibilità di utilizzare e rielaborare la teoria della malattia amorosa. E proprio il commento di un medico, Dino del Garbo, è il filtro attraverso il quale l’autore del Libro dell’Amore rilegge la canzone Donna me prega di Guido Cavalcanti che fornisce alla sua opera, fra gli altri, il tema degli spiriti che attraverso gli occhi dell’amante entrano nel cuore dell’amato portandovi turbamento, melanconia, malattia d’amore. Ma la presenza di Cavalcanti ha anche il valore del recupero di una tradizione fiorentina. E non è un caso che in quest’opera Ficino tracci un parallelo preciso fra la « diritta via» dantesca e il percorso di ascesa che dall’eros terreno conduce all’amore celeste, al Sommo Bene indicato dalla sacerdotessa Diotima a Socrate, attraverso un lungo itinerario di perfezionamento.



Marsilio Ficino - Biografia


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