Teofilo
Folengo
Teofilo
Folengo, monaco benedettino, nacque a Mantova l’8 novembre
1491 e morì a Campese (presso Bassano del Grappa, in
provincia di Vicenza) il 9 dicembre 1544. Nel poema in 25
libri Baldus, nella raccolta di poesie di vario metro
Zanitonella, nel poema eroicomico Moscheide e in un gruppo
di epigrammi, opere tutte pubblicate in più redazioni con lo
pseudonimo di Merlinus Cocaius, ha mostrato le possibilità
artistiche del macaronico, il linguaggio inventato a fine
Quattrocento dagli umanisti delle corti padane, facendo
interferire latino e dialetti. La sua competenza di umanista
è visibile nella raccolta di carmi latini Varium poëma e nel
poemetto Janus. La sua partecipazione al dibattito religioso
del tempo si riflette nel poemetto Orlandino,
nell’autobiografico Chaos del Triperuno, nei poemi sacri
Umanità del Figliuolo di Dio e Palermitana e nella raccolta
di vite di martiri Hagiomachia.
Il latino maccheronico
L’invenzione del latino maccheronico rispecchia, a fini
artistici, le frequenti miscele linguistiche che ancora nel
XVI sec. si presentavano in Italia, dove latino e volgare
convivevano in stretta simbiosi. Anticipato nelle satire
anticlericali dei goliardi, e sviluppatosi in ambito
studentesco nella Padova della seconda metà del
Quattrocento, il latino maccheronico è una lingua
artificiale, una contaminazione tra latino e italiano, usata
nelle maccaronee. “Maccaronea”, da cui l’aggettivo
“maccheronico”, deriva da “maccherone”, nel senso di ‘cibo
grossolano, piatto rustico’, che a sua volta deriva o dal
greco “makaria” [un piatto di brodo e orzo] o da “macco”,
una polenta di fave sminuzzate e quindi una vivanda poco
raffinata. Folengo stesso, nelle sue Maccheronee (in cui è
compreso il Baldus), dà una definizione dell’arte
maccheronica come arte derivata dai maccheroni, una pietanza
rozza fatta con un miscuglio di farina, formaggio e burro.
In effetti, il latino maccheronico è un miscuglio di
italiano e latino, quindi un latino grossolano, rozzo: non
nel senso che esso era usato da uomini incolti, ma nel senso
che i letterati se ne servivano per mettere in burla la
goffaggine di chi si avventurava a esprimersi in latino non
avendone più la competenza necessaria. Spesso infatti negli
atti notarili o nel parlare di certi ecclesiastici poco
colti il latino compariva in una forma sgrammaticata e
approssimativa. L’effetto parodico del latino maccheronico
non sta nel riprodurre un latino scorretto ma nell’uso della
contaminazione linguistica: la quale, se in Odasi era una
semplice alternanza di vocaboli latini e italiani, in
Folengo diventa una sovrapposizione costante tra le due
lingue, che si scambiano desinenze e costrutti
morfo-sintattici. Nel latino maccheronico, infatti, la base
italiano-dialettale del lessico poggia su una struttura
morfologico-grammaticale e metrica latina, e l’una e l’altra
subiscono macroscopiche alterazioni. Alle parole italiane, o
provenienti dai dialetti padani, viene aggiunta la desinenza
latina (per cui, per esempio, nel Baldus si trovano
sostantivi come “compagnus”, “pegorarus”, o “cativellus” e
verbi come “ammazzor”, “cagat”, o “buttat”), mentre vengono
utilizzate forme sintattiche apparentemente latine e in
realtà impossibili in quella lingua: la proposizione finale,
per esempio, non sempre è introdotta dalla forma latina “ut”
seguita dal cong. o da “ad” seguita dal gerundio, ma si
limita a tradurre l’ital.“per” nel lat. “propter” o “pro”
mantenendo il verbo all’infinito: “propter fabricare
fritaiam” [per fare una frittatina] o “pro comprare camoram”
[per comprare un vestito]. Questa mescolanza linguistica
(che in Folengo prevede anche l’inserimento di parole
straniere) si innesta sull’esametro latino, con
straordinario effetto comico-parodico. Oggi l’aggettivo
“maccheronico” non si riferisce più soltanto alla lingua di
tradizione folenghiana, ma si allarga a significare, per
estensione, ciò che è scritto o parlato in una forma
storpiata, alterata, scorretta o sgrammaticata (p. es.: “una
lettera in inglese maccheronico”).


Baldus

Baldus
Poema in versi maccheronici di Teofilo
Folengo (1491-1544) sotto lo pseudonimo di Merlin Cacai[o].
L'opera ebbe quattro redazioni, l'ultima delle quali del
1517, e fu pubblicata postuma nel 1552: in 25 canti o
maccheronee (caricatura artificiosa del latino, del quale
conserva grammatica, sintassi e prosodia, sostituendo al
lessico latino quello italiano, misto di grosse venature
dialettali, specie del gergo mantovano), che in mano
dell'autore diventano strumento efficacissimo sia per la
caricatura del mondo cavalleresco, sia per la
rappresentazione realistica di quello villanesco. Nel poema
si narrano le vicende di Baldo (Baldus), discendente del
paladino Rinaldo, allevato a Cipada presso Mantova, e di
alcuni suoi compagni tra i quali il gigante Fracasso,
discendente di Morgante, Cingar, uno sfrontato, tagliato
sulla misura del Margutte del Pulci, e Falchetto, che è una
specie di mostro, davanti uomo, di dietro cane. Per aver
commesso alcune cattive azioni Baldo viene imprigionato;
liberato poi dall'astuzia di Cingar, incontra con i suoi
compagni nuove avventure, giungendo sino all'inferno, dove
s'imbatte in Merlino (che non è altri che il poeta) che a un
certo momento scompare in una zucca; qui hanno la loro sede
coloro che hanno perduto il senno, in particolare filosofi e
poeti; ma qui Baldo pianta in asso i suoi eroi. Motivo
ispiratore del Folengo è la grossolanità in tutti i suoi
aspetti, la mala creanza, la sporcizia, l'istinto nella sua
accezione bestiale, in antitesi con l'ideale del Cortegiano
e con il gusto aristocratico del secolo sia nella
letteratura che nella vita, con attacchi spesso di
sarcastica violenza contro la sordidezza ingorda dei
religiosi e contro la corruzione del mondo. Il Baldus,
considerato il più sbrigliato e goliardico poema della
letteratura italiana, ha un aspetto moralistico, che gli
deriva in parte dall'insegnamento del Pomponazzi. Evidente è
la sonoritas del suo latino: Tunc iterum tararan tromba
frifolante tasivit o Facit truncos volitare per altum /
pallacei tectum, tich tach reboante trachagno. Le scene più
felici sono quelle di un'irruenza plebea; dispute, baruffe,
beffe, scherzi. Il motivo caricaturale e burlesco non ha
origine letteraria, ma nasce dall'osservazione diretta della
realtà paesana. Non mancano accenni satirici contro i
monaci, e la materia cavalleresca diventa una lieta epopea
burlesca. "Quasi mai - osserva il Parodi - l'ilarità sgorga
nella sua poesia da sola combinazione artificiale di frasi e
contraddittoria d'imagini ossia da mera stramberia di
contrasti e parodistiche iperboli, che sono la più bassa
espressione del comico ... ma dall'osservazione del
mediocre, del minuscolo e del plebeo si genera il riso".
Manca la satira, manca il cinismo; c'è solo la sghignazzata
con irruzione epicurea, di semplice gioco. L'opera è la più
significativa di questo genere "maccaronico" ed è
considerata l'antecedente del
Gargantua e Pantagruel di Rabelais.
Bibliografia folenghiana
Questa bibliografia comincia dal 1994 in prosecuzione dello
Schedario folenghiano dal 1977 al 1993, Firenze, Olschki,
1994 («Accademia Nazionale Virgiliana di Scienze Lettere e
Arti. Classe di Lettere e Arti», 3) di Massimo Zaggia.
Scheda tutti gli studi sul Folengo e sulla tradizione
macaronica.
Nella sezione Integrazioni registra gli studi che non sono
stati schedati nelle precedenti bibliografie, e cioè: C. F.
Goffis, Teofilo Folengo, in «Rivista di sintesi letteraria»,
I, 1934 («Bibliografie essenziali ragionate»,1), pp. 83-101;
C. Cordié, Teofilo Folengo, in «Cultura e scuola», VII/3,
1968, pp. 7-16; Id., Nota bio-bibliografica, in T. Folengo,
Opere. Appendice: I maccheronici prefolenghiani
(Folengo-Aretino-Doni, Opere, tomo I), a cura di C. Cordié,
Milano-Napoli, Ricciardi, 1977 («La letteratura italiana.
Storia e testi», 26/1), pp. LIII-LXXXI.
TEOFILO FOLENGO