Il
Ponte di Carlo a Praga, sulla Moldava (XIV secolo).
Quando nacque Franz Kafka la città faceva parte
dell'impero austro-ungarico. |
E' il secondo dei tre romanzi kafkiani,
salvati da Max Brod dalla distruzione progettata dall'autore,
ed è stato composto negli ultimi anni della sua vita e
pubblicato anch'esso postumo da Brod. L'azione si svolge in
uno sperduto villaggio di montagna, accoccolato ai piedi di
un austero, enigmatico castello che lo domina in tutti i
sensi. Vi arriva una sera d'inverno il protagonista, K. (si
noti anche qui l'iniziale del cognome dell'autore),
agrimensore, il quale si rifugia subito in una locanda e
chiede da dormire. Ma l'oste e gli avventori gli dichiarano
che in quel paese nessun straniero può soggiornare senza il
benestare del castello; avendo telefonato al castello, la
misteriosa risposta è che il signor agrimensore è atteso in
paese e può rimanere, ma senza accedere al castello stesso.
Ha inizio così una strana esistenza per K. Egli viene a
conoscere a poco a poco molte persone, e riceve attraverso
un messaggero del castello, Barnaba, uno scritto ufficiale
che ne legittima la carica e lo sottopone agli ordini
immediati del capo del villaggio, mentre lo subordina ai
voleri di un altissimo funzionario del castello, certo Klamm.
Da questo momento, K. si propone di raggiungere e parlare
con Klamm. Ma, attraverso una serie di concomitanze e di
episodi, la cosa si rivela addirittura impossibile e
impensabile. Tutti gli sforzi che K. farà (l'intreccio di
una relazione con Frieda, ballerina del locale frequentato
da Klamm e sua amante; lunghi colloqui con l'ostessa che
dice di esser stata da giovane amante di Klamm; appostamenti
vari) per raggiungere Klamm, risulteranno inani. Il romanzo
continua così a svolgersi, dipanando le sterili giornate di
K. nel villaggio, dove per vivere deve accontentarsi di
diventare bidello della scuola. Una piccola folla di donne e
ragazze del borgo che in qualche modo hanno avuto rapporti
leciti o illeciti con funzionari del castello gli narra le
proprie disavventure, senza mai riuscire a persuaderlo che
raggiungere il castello, svelarne i misteri ed entrare in
diretta relazione con la sua gente è cosa a lui per sempre e
inesorabilmente vietata. Il romanzo è incompleto ma, così
com'è congegnato, potrebbe proseguire all'infinito. E'
chiaro che, com'è stato osservato (Mittner) il testo
riprende e approfondisce il tema del Processo: esiste una
suprema istanza, un nucleo di "dominatori" da cui dipende
l'esistenza stessa dell'individuo, il suo benessere o
malessere interiore nella vita, ma essa o essi sono
irraggiungibili, invisibili, misteriosi. Questa suprema "forza",
che a seconda delle interpretazioni date può esser di natura
spirituale, o semplicemente etica, o addirittura terrena,
regola la nostra esistenza; ma non solo noi non possiamo
rivolgerci e trattare direttamente con essa: ci è persino
vietato discuterne o respingerne o trascurarne i voleri.
Questa "forza" potrebbe addirittura essere l'"incongruenza"
del nostro destino, contro cui vano lottare. Sia Max Brod,
sia i più attendibili esegeti di questa che è forse la più
involuta ed enigmatica delle opere kafkiane, giustamente
tendono a darne una spiegazione in chiave metafisica: Kafka,
durante tutta la sua vita di cavilloso, sottilissimo
elucubratore, è stato sempre in cerca di un "perchè" della
nostra esistenza. Inoltre, la sua sottesa ricerca è non
soltanto venata di dolente lirismo, ma anche di disperato
anelito alla trascendenza: una trascendenza tuttavia
sottoposta suo malgrado al più sottile raziocinio. Kafka
cerca, ma mai attraverso le vie naturalmente irrazionali del
sentimento: tutto per lui deve passare attraverso gli
inesorabili e spesso deboli ingranaggi del cervello. Così,
lui che pur ammirava e leggeva assiduamente Kierkegaard, a
un certo punto se ne distacca quando si tratta di trovare
spiegazioni che quel pensiero e quella filosofia non gli
offrano con sufficiente rigore. E' in definitiva questa la
sua posizione di fronte alla religione: ciò che non gli
appare sufficientemente giustificato dal raziocinio diventa
subito laido, sporco, intriso di banalità e di brutture;
mentre non rari squarci di lirico anelito (così l'episodio
del messaggero e delle invitanti parole di Momus, segretario
di Klamm) aprono spiragli di luce sulla sua tendenza a voler
credere, a volersi avvicinare alla verità (altrimenti
inspiegabile) con metodi e per vie che non siano puramente
razionali e banalmente spiegabili. Il romanzo, tuttavia, è
certamente assai più vario e più vivo nella sua stesura del
Processo. "Nuovo è nel romanzo, se lo consideriamo nella sua
sostanza artistica, il rafforzarsi del realismo. Scritto in
un periodo di convalescenza in un villaggio montano, Il
castello è allietato da figure vivissime di miseri e pure, a
modo loro, felici contadini slovacchi. Nuovo è il paesaggio,
sempre invernale, bianco con il cielo plumbeo e il turbinare
del nevischio che toglie spesso la vista del castello che
incombe sul villaggio. Manca sempre il colore, quel colore
che è l'elemento imprescindibile della vita; ma
sull'insistente sfondo bianco le figure, sempre nere,
acquistano certa nuova corposità.
"D'altra parte si rafforza anche il
procedimento surrealistico, esplicandosi con trovate sempre
nuove e sempre più bizzarre. Tanto inconoscibile è il
mistero del castello che i personaggi che vi appartengono
sembrano costituire un solo personaggio: inconoscibile,
perchè sempre diverso" (Mittner). Le figure femminili, poi,
sono quasi tutte centratissime: specialmente Amalia, la cui
vicenda, narrata dalla sorella Olga, balza nettamente nella
sua umile, quasi ottusa ma fiera ripulsa delle facili
profferte di un alto funzionario del castello, profferte che
lei sola nel villaggio ha osato respingere, precipitando
così tutta la famiglia nella disgrazia e, particolare
grottesco, nel disonore. Questi contrappunti di apparente
incoerenza, che rispondono però pienamente allo spirito
umoristico-grottesco dell'autore, vivificano il tema e la
vicenda con sprazzi che, mentre avvolgono di più fitto
enigma il tessuto del romanzo e le implicazioni che da esso
si diramano, rendono l'opera talmente vigorosa e sempre
nuova e ricca di meditazione da porla senz'altro fra le più
robuste uscite dalla penna di Kafka.
FRANZ
KAFKA