Freud pubblicò
diversi casi clinici.
Il primo lavoro che esporrò é “Frammenti dell’analisi di un
caso di isterismo”, noto comunemente come il “caso di Dora”,
definito “un frammento” poiché l’analisi rimase incompiuta
ed il trattamento durò solo undici settimane. Nella storia
di Dora emerge la presenza di una madre poco gratificata
dalle attività domestiche che esprimerà la sua
insoddisfazione rendendo, per quanto possibile, la vita
difficile al marito. Il padre di Dora aveva intrapreso una
relazione con la moglie di un suo amico, la quale aveva
stabilito con Dora un tipo di rapporto fortemente connotato
da un interesse omosessuale. L’amico del padre arriverà a
corteggiare Dora, alla quale rivelerà, una volta compiuti
diciotto anni, il suo desiderio di sposarla una volta
ottenuto il divorzio. Dora confessò l’accaduto ai genitori,
pretendendo da questi l’immediata rottura con la coppia in
questione.
Oltre allo studio del caso, nel saggio Freud trattò di vari
argomenti di psicopatologia: una descrizione delle varie
sfaccettature dell’isterismo, la sua base organica, il
rapporto tra sintomi nevrotici e perversioni sessuali.
Lo scopo principale di Freud nel pubblicare il saggio fu
quello di voler sottolineare l’importanza che riveste
l’interpretazione dei sogni nel lavoro psicoanalitico.
Il secondo caso clinico è la prima relazione scritta di
un’analisi infantile: ”Analisi di una fobia in un bambino di
cinque anni” ed è conosciuta come “il caso del piccolo
Hans“. I genitori erano stati allievi di Freud: egli aveva
curato la madre prima che si sposasse, ed il padre di Hans
aveva seguito tutte le lezioni del Maestro. Fu appunto il
padre, e non Freud, ad analizzare il bambino, ma durante il
lavoro analitico le consultazioni furono frequenti.
Il caso tratta di una fobia che si era innestata su uno
stato di angoscia manifestatasi verso i quattro anni e
mezzo, dopo circa nove mesi dalla nascita della sorellina.
Il bambino aveva la fobia di attraversare le porte, poiché
temeva che una volta uscito potesse essere morso.
Il padre condusse l’analisi effettuando domande dirette al
bambino, trovandosi anche nella condizione di dover tradurre
ciò che al bambino risultava difficile esprimere. Freud
dovette difendersi dall’attacco di coloro che affermarono
che le conclusioni raggiunte fossero dovute solo ai
suggerimenti del padre, ponendo però l’accento sul
cambiamento di opinione che si era verificato nei riguardi
della suggestione. Infatti, mentre negli anni tra il 1887 e
il 1889, Freud, insistendo sull’importanza della
suggestione, aveva incontrato l’opposizione della classe
medica del tempo, ora paradossalmente quest’ultima
attribuiva enormi potenzialità alla metodo suggestivo.
Freud ritenne allora opportuno effettuare un esperimento:
non volle rivelare al padre alcune importanti associazioni
che aveva colto nel materiale. Il padre si trovò a lavorare
senza cognizione di causa, finché fu il bambino stesso a
chiarirle.
Freud rimase soddisfatto dai risultati dell’analisi, la
fobia scomparse, e, a distanza di anni, ebbe la grande e
gradita sorpresa di ricevere presso il suo studio un giovane
di quattordici anni, alto e robusto, che presentandosi
disse: ”Ich bin der kleine Hans” (Sono il piccolo Hans).
Freud introdusse nel lavoro un’importante osservazione sulla
paura di castrazione, che riprese nel 1923, avanzando
l’ipotesi, più volte suffragata dai dati clinici, che questa
potesse insorgere senza che vi fosse stata una minaccia
reale.
Poco dopo la pubblicazione del suo lavoro sullo “Jahrbuch”,
rispondendo ad una lettera di Jones, gli scrisse: ”Sono
contento che Lei abbia capito l’importanza del kleiner Hans.
non ho mai guardato con maggiore perspicacia nell’anima di
un bambino.”
Malgrado il successo raggiunto con questa analisi, Freud fu
molto prudente, tanto da non considerare che si era aperto
un’importante campo di intervento per la psicoanalisi:
quello dell’analisi infantile. Infatti Freud nel paragrafo
introduttivo espresse addirittura dei dubbi rispetto alla
possibilità di intervento in età infantile, fortunatamente
smentita dai successi terapeutici che successivamente tale
tipo di intervento produsse: ”Secondo me, nessun altro
sarebbe riuscito a far fare al bambino simili ammissioni. Le
conoscenze particolari grazie alle quali il padre è stato in
grado d’interpretare le osservazioni del figlio cinquenne,
erano indispensabili e senza di esse le difficoltà tecniche
che la psicoanalisi di un bambino così piccolo presenta,
sarebbero state insormontabili. E’ solo perché l’autorità
del padre e di medico si fondevano in una persona, e perché
in essa si combinavano l’interesse affettivo e quello
scientifico, che è stato possibile in questo caso
particolare applicare il metodo ad uno scopo cui esso di
solito non si presta.”
Il terzo caso di questa serie si basò su una relazione
sommaria e frammentaria di un difficile caso di nevrosi
ossessiva. Il paziente era un avvocato di circa trent’anni
che aveva sofferto fin dalla prima infanzia di impulsi
ossessivi, che si erano aggravati negli ultimi quattro anni,
compromettendo sia la vita privata che quella lavorativa. Il
caso in questione è conosciuto come “l’uomo dei topi”.
L’analisi iniziò il 1 ottobre del 1907 e durò solo undici
mesi con un risultato brillante. Freud presentò il caso fin
dall’inizio del lavoro analitico, con due serate alla
Società di Vienna, il 30 ottobre ed il 6 novembre,
aggiornando successivamente tutti i membri dei progressi che
man mano si consolidavano.
Nel congresso di Salisburgo, il 27 aprile del 1908, circa
sei mesi dopo la presa in carico del paziente, espose in
maniera più approfondita e completa il caso.
Nel suo lavoro, Freud oltre che esporre commenti di ordine
generale, introdurrà un capitolo teorico che rappresenterà
un prezioso contributo. Distinse, infatti, le diverse forme
di rimozione che operano rispettivamente nella nevrosi
ossessiva e nell’isterismo. Indicando nell’isteria il
manifestarsi dell’amnesia dei complessi più importanti,
indipendentemente dal fatto che i sintomi che ne derivano
siano fisici o psichici, mentre nella nevrosi ossessiva la
caratteristica è la permanenza del complesso
rappresentazionale nella coscienza, privato però della sua
carica affettiva. Sottolineerà anche un’altro meccanismo
tipico che è quello che determina l’elisione di un
importante pensiero intermedio che spezza la concatenazione
tra due pensieri, rendendoli incomprensibili.
Freud effettuerà un’utilissima distinzione tra le difese
primarie e secondarie che si strutturano nel corso di una
nevrosi. Il processo nevrotico è costellato di idee
razionali che si mescolano continuamente ad idee illogiche,
caratteristiche dell’inconscio. Gli ossessivi sembrano
attratti dall’incertezza, ed è questa la ragione per cui la
loro ideazione ossessiva riguarda argomenti come la morte o
l’immortalità. Freud espose due criteri utili per poter
accertare la forma precisa dei pensieri ossessivi. Il primo
è che nei sogni il contenuto appare manifesto, l’altro è che
quando i pensieri ossessivi si susseguono essi hanno
essenzialmente il medesimo significato, anche se sembrano
diversi; il primo di essi è probabile che rappresenti la
forma originaria. Freud spiegherà come la tendenza al dubbio
ed il continuo senso di compulsione siano l’uno il
completamento dell’altro. Egli considera come una delle
principali caratteristiche di questo tipo di nevrosi, la
netta scissione di questi due tipi di atteggiamenti emotivi.
Il dubbio risulta dalla profonda ambivalenza tra odio e
amore che domina la vita del paziente. Freud sottolinea la
componente sadica dell’odio, ma solo quattro anni dopo
tratterà con maggiore chiarezza tali tendenze che definirà
“sadico-anali”.
Il senso di compulsione deriva dal tentativo di
ipercompensare il dubbio e l’incertezza: quando un impulso
riesce ad esprimersi, esso viene rinforzato da tutta
l’energia incistata nelle incertezze inibitrici, quindi deve
realizzarsi ad ogni costo, poiché in caso contrario si
manifesterebbe un insopportabile stato di angoscia. Gli
impulsi, sia psichici che fisici, rappresentano sempre un
atto erotico oppure la sua proibizione diretta. Altra
caratteristica di questo tipo di nevrosi è la regressione
dall’azione al pensiero, la stessa attività di pensiero si
sessualizza, così da rappresentare una parte dell’attività
sessuale del paziente. Freud si soffermerà anche sul tema
dell’autoerotismo, poiché la maggior parte dei pazienti
nevrotici tende ad imputare i loro disturbi alla
masturbazione adolescenziale.
Sottolineerà come sia importante considerare le fantasie
legate all’atto masturbatorio, e poco tempo dopo attribuirà
grande importanza alla distorsione regressiva che la
masturbazione nell’ adolescenza comporta. Essa in definitiva
determina una reinterpretazione dei ricordi infantili con
gli strumenti dell’adulto, dandone un significato che allora
non avevano.
Il quarto studio, pubblicato nel 1911, si fonda sullo studio
che Freud effettuò su un libro di un paziente che era
parzialmente guarito da un disturbo di paranoia. Egli era
venuto a conoscenza dell’autobiografia di Schreber nel 1910,
sette anni dopo la pubblicazione, e durante una vacanza in
Sicilia discusse del caso con Ferenczi. Tornato a casa
scrisse ad Dottor Stegmann di Dresda, chidendogli di
inviargli tutto il materiale che gli era possibile reperire.
Continuò quindi a studiare il caso, finché scrisse il saggio
nella prima metà di dicembre.
Il protagonista del saggio era il dr. Schreber, che aveva
sofferto nel 1885 di una malattia nervosa per la quale venne
seguito per quindici mesi in una clinica, da un noto
psichiatra, il prof. Flechsig di Lipsia. La diagnosi al
momento della dimissione era stata di “ipocondria”. Quando
presentò la seconda crisi i sintomi furono più gravi. La
malattia si presentò in due fasi distinte: nella prima, che
durò circa un anno, il paziente mostrava idee deliranti il
cui contenuto si riferiva ad aggressioni omosessuali da
parte del suo precedente medico, il prof. Flechsig, a sua
volta sostenuto da Dio in persona. Nella seconda fase, la
sintomatologia condurrà Schreber all’accettazione del suo
destino perché voluto da Dio. A tutto questo si aggiungevano
altre idee religiose e megalomaniche, secondo le quali egli
sarebbe diventato un salvatore del mondo sotto spoglie
femminili, che avrebbe creato una razza di esseri umani
superiori.
Freud espresse il netto rapporto, che aveva per altro
osservato in casi analoghi, tra l’omosessualità rimossa e la
paranoia, esaminò i rapporti tra quattro tipici deliri della
paranoia e i corrispondenti complessi, arrivando alla
conclusione che i primi rappresentano una negazione dei
complessi o una difesa contro di loro.

Partendo dalla formula “Io amo lui” (nel caso di un uomo),
Freud esplicherà le tre forme più tipiche delle idee
deliranti paranoidi, dove ognuna delle tre parole può venir
negata separatamente. Se nella proposizione si nega il
verbo, si avrà “Io non amo lui - io odio lui”, che però nel
delirio paranoide si trasformerà ulteriormente, per via del
meccanismo della proiezione verso l’esterno, sotto forma di
“Egli odia (e perseguita) me”; in tal caso si è di fronte al
delirio paranoide più diffuso, quello di persecuzione.
Se invece nella proposizione si nega l’oggetto, avremo “Io
amo non lui - io amo lei” che proiettato diventerà “Ella ama
me”, noto come delirio erotico, per cui il malato crede che
ogni donna sia innamorata di lui.
Abbiamo poi il caso in cui nella proposizione si nega il
soggetto, “Non io amo lui - Ella ama lui” cioè il tormentoso
delirio di gelosia. In questo caso non entrerà in gioco la
proiezione perché il meccanismo interesserà l’esterno,
mentre nei primi due casi, poiché si entra in contatto con
la propria percezione interiore, si effettua la proiezione
all’esterno. Vi è infine la possibilità che tutte e tre le
parole vengano negate, con il seguente risultato “Io non amo
affatto; io non amo nessuno”. Poiché la pulsione erotica
deve riuscire ad esprimersi, essa ricade sul soggetto e lo
investe libidicamente. Il risultato è la megalomania, che in
forma più o meno marcata è presente in tutti i casi di
paranoia. Freud userà anche il termine “narcisismo”, a cui
era ricorso nel suo libro su Leonardo da Vinci (1910), ma
che ancor prima, il 10 novembre 1909, aveva trattato presso
la Società di Vienna, descrivendolo come uno stadio
intermedio, necessario nel passaggio dall’autoerotismo
all’alloerotismo, per poi successivamente collocarlo come
uno stadio fisiologico dello sviluppo erotico.
Freud aggiungerà che nella paranoia il ritiro dell’amore dal
suo precedente oggetto è sempre accompagnato da una
regressione, che secondo il Maestro porterebbe
dall’omosessualità, precedentemente sublimata, al
narcisismo. In questo saggio Freud distinguerà le diverse
forme di repressione, che poi chiamerà difese. Egli ritiene
che il tipo di repressione operante sia più strettamente
legato alle fasi dello sviluppo libidico: nessuna
repressione potrebbe aver luogo se non in rapporto con una
precedente “fissazione”, che rappresenta l’impossibilità da
parte dello stimolo istintuale, a superare un dato stadio di
sviluppo. Le fasi della repressione sono tre:
- la fissazione iniziale
- la repressione vera e propria e
- il crollo di questa repressione con il “ritorno del
rimosso”.
In psicopatologia quest’ultima fase riveste il ruolo più
importante.
Nel quinto caso clinico il paziente soffriva di una nevrosi
particolarmente grave, che gli impediva di occuparsi anche
delle attività più semplici. Si era sottoposto a varie cure,
aveva frequentato varie cliniche, consultato il prof. Ziehen
di Berlino ed il prof. Kraepelin di Monaco, due tra gli
psichiatri più famosi dell’epoca. Poiché le cure erano
risultate vane, fece ritorno a casa sua ad Odessa dove
incontrò il Dr. Drosnes, entusiasta della psicoterapia. Il
medico si offrì di accompagnarlo a Berna per consultare il
Dr. Dubois, ma quando durante il viaggio si fermarono a
Vienna, decisero di consultare Freud. Il Maestro fece
un’ottima impressione al paziente che decise su suo
consiglio, non potendo nell’immediato accoglierlo, di
ricoverarsi presso la clinica di Cottage, dato che Freud vi
si recava ogni pomeriggio per visitare un paziente. Questo
caso clinico è noto come quello dello “uomo dei lupi”. Esso
rappresenta lo studio di una nevrosi infantile fatta
attraverso l’analisi della successiva nevrosi adulta. Il
paziente quando giunse all’osservazione di Freud, all’inizio
di febbraio del 1910, era un giovane disperato di ventitré
anni, costantemente accompagnato da un medico e da un
cameriere personale, perché incapace persino di vestirsi.
Freud lavorò per quattro anni senza che importanti progressi
fossero raggiunti, finché adottando un procedimento molto
rischioso, annunciò al paziente che avrebbe interrotto la
cura all’inizio delle vacanze estive, nel luglio del 1914.
La decisione ottenne il risultato di vincere le resistenze,
tanto che una parte importante dell’analisi terminò ai primi
di luglio. Il paziente fece ritorno in Russia potendo
occuparsi di sé e della sua vita. Questi era il figlio di un
avvocato russo di Odessa, ricco proprietario terriero, morto
nel 1907. Con la rivoluzione bolscevica vennero spogliati di
tutte le loro ricchezze, il paziente riuscì a fuggire nel
1919 con la moglie facendo ritorno a Vienna, dove Freud lo
analizzò per altri quattro mesi, dal novembre 1919 al
febbraio 1920. Il paziente poté vivere adeguatamente per
circa dodici anni dopo il trattamento con Freud;
successivamente venne seguito da Ruth Brunswick,
dall’ottobre 1926 al febbraio 1927, per un’insorta psicosi
paranoide. Le ultime notizie a disposizione risalgono al
1940, epoca in cui il paziente non presentava ormai più
alcun problema. Freud cominciò a scrivere il resoconto del
caso al principio dell’ottobre del 1914, dopo tre mesi dal
termine dell’analisi dell’uomo dei lupi. Alla fine del mese
aveva scritto 54 pagine e all’inizio di novembre tutte le
116 pagine. Sarebbe stata sua intenzione pubblicarlo sullo
“Jahrbuch” , ma la guerra determinò la chiusura prematura
della rivista e poiché era un lavoro troppo lungo per la
“Zeitschrift”, Freud lo ripose nella speranza che dopo la
guerra lo “Jahrbuch” potesse uscire di nuovo. Quando però,
alla fine della guerra, quelle speranze svanirono, lo
pubblicò nella quarta serie della sua Sammlung kleiner
Schriften, nel 1918.
L’ultimo caso “Psicogenesi di un caso di omosessualità
femminile” riguardò una paziente di diciotto anni la cui
analisi fu breve. La ragazza era innamorata di una signora
di molti anni più anziana di lei; dopo un litigio con
quest’ultima la paziente tentò il suicidio, atto che spinse
i genitori a rivolgersi a Freud. Il maestro aveva intuito
che la ragazza aveva un motivo profondo per conservare
l’omosessualità nel tentativo di vendicarsi del padre,
quindi interruppe la cura e consigliò alla paziente di farsi
analizzare da una donna. Nell’infanzia la ragazza aveva
attraversato una conflittuale fase edipica che si era
risolta in modo non fisiologico: non riuscendo a trasferire
il proprio amore su un sostituto del padre superando la
rivalità e l’ostilità nei confronti della madre, si era
identificata con l’oggetto perduto. Secondo Freud questo è
uno dei tipi di regressione al narcisismo , che ha il
vantaggio di evitare i conflitti con la propria madre. Freud
colse l’occasione per fare un’affermazione di carattere
generale sul suicidio, alla quale aveva accennato in altri
scritti: ”Forse nessuno riuscirebbe a trovare l’energia
psichica sufficiente ad uccidersi se insieme a se stesso
egli non uccidesse in primo luogo qualcuno con cui si è
identificato, cioè se non dirigesse contro se stesso un
desiderio di morte che aveva precedentemente diretto contro
questo qualcuno.”