LETTERATURA - CARLO EMILIO GADDA

    

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana


Carlo Emilio Gadda (Milano 1893 - Roma 1973)

Rinnovatore della narrativa del '900. Lavorò come ingegnere in Italia e all'estero. Collaborò alla rivista Solaria, dove pubblicò Il castello di Udine (1934, premio Bagutta). Dalla sofferenza per la morte della madre (1936) nacque La cognizione del dolore (1963, Prix International de litterature), apparso su Letteratura tra il 1938 e il 1941. A Firenze compose e pubblicò i racconti dell'Adalgisa (1944). A Roma, alla fine della guerra, iniziò la stesura di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, pubblicato nel 1957. Il Giornale di guerra e di prigionia (1955) raccoglie l'esperienza della Prima guerra mondiale. La scrittura di Gadda affronta il problema teorico e tecnico della rappresentazione della realtà complessa e molteplice, in quanto risultato della conoscenza dei singoli. Il linguaggio è caratterizzato da un marcato espressionismo e plurilinguismo, che danno luogo a forme comico-grottesche. Mescola dialetti, gerghi, tecnicismi, lingue straniere in una infinita varietà linguistica.


Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Il romanzo si fonda su una trama gialla, in cui la ricerca dell'assassino offre l'occasione di creare un vivissimo quadro della società romana negli anni del fascismo.

Pubblicato dapprima a puntate in cinque fascicoli della rivista fiorentina Letteratura, negli anni 1946-1947, fu quindi edito in volume a Milano nel 1957. Come giustamente riferisce A. Seroni, il romanzo è nato "in quegli anni che videro al trionfo della bestialità fascista seguire la disastrosa guerra, la distruzione delle città, la fame, il freddo, la doppia paura delle bombe dal cielo e della deportazione per opera dei nazisti". La città, in cui Gadda immagina si svolgano i fatti da lui narrati, è Roma, e più precisamente via Merulana, dove sorge un palazzone, detto il palazzo dell'Oro, o anche "er palazzo de li pescicani": il tempo è la primavera del 1927, quando Mussolini da presidente del Consiglio si sta trasformando in duce del fascismo e sta varando le leggi eccezionali: "Ereno i primi boati, i primi sussulti a palazzo, dopo un anno e mezzo de' novizzio, del Testa di Morto in stiffelius o in tight; erano già l'occhiatacce, er vomito de li gnocchi: l'epoca de la bombetta, de le ghette color tortora stava se po' dì pe conclude ... i radiosi destini non avevano avuto campo a manifestarsi come di poi accadde in tutto il loro splendore ... Le opinioni del mascelluto valicavano l'oceano, la mattina a le otto ereno già un cable, desde l'Italia, su la prensa dei pionieri, dei venditori di vermut. "La flotta ha occupato Corfù! Quell'uomo è la provvidenza d'Italia". La mattina dopo er controcazzo: desde la misma Italia. Pive ner sacco. E le Magdalene, dài: a preparare Balilli a la patria". E' proprio questo periodo che interessa all'autore, in quanto cerca di porre in rilievo la politica di moralizzazione instaurata da Mussolini per conquistarsi le simpatie della piccola bor-ghesia: infatti sono banditi dalla cronaca nera dei quotidiani italiani i "fattacci", le azioni della "mala", il furto, lo stupro, la violenza, la rapina che non sembrano più esistere: l'Italia sta diventando il paese dei buoni sentimenti, dell'amore della famiglia, del lavoro tranquillo e sereno, della mancanza di lotte di classe: "La moralizzazione dell'Urbe e de tutt'Italia insieme, er concetto d'una maggiore austerità civile, si apriva allora la strada". Ora avviene che un funzionario di polizia, il dottor Francesco Ingravallo "comandato alla mobile", conosca nel palazzo "de li pescicani" la signora Liliana Balducci e suo marito Remo ed entri con loro in buoni rapporti di amicizia. Ma ecco che un giorno giunge alla polizia la notizia che la contessa Menegazzi, vicina dei Balducci, è stata derubata da un giovane in tuta grigia e sciarpa verde: un secondo giovane, forse il garzone di una salumeria, ha fatto da palo. Dopo alcuni giorni il furto di gioielli con sparatoria, avviene il misterioso assassinio di Liliana Balducci. I sospetti del dottor Ingravallo si appuntano su un cugino della morta, il dottor Giuliano Valdarena, ma non ci sono prove a carico. In casa Menegazzi viene trovato un biglietto del tram, che fa spostare le indagini verso i colli Albani. Qui viene rinvenuta la sciarpa verde che, dopo accurate ricerche, risulta appartenere a un certo Andrea Retalli, detto Iginio, il quale frequenta con certa abitudine il negozio di una maestra di cucito, Zamira. Altre indagini appurano che lo stesso Iginio ha regalato un gioiello della povera Menegazzi a una ragazza di Zamira. Quanto al garzone della salumeria, pare si tratti del fratello di un elettricista, un certo Diomede Lanciani, dei colli Albani, anch'egli frequentatore della Zamira: ci troviamo di fronte ai colpevoli? Qui scatta il teorizzare del dottor Ingravallo, descritto magnificamente da Gadda: "piuttosto rotondo nella persona", di "media statura", dai "capelli neri e folti e cresputi", dall'aria "un po' assonnata", dall' "andatura greve e dinoccolata", dal fare "un po' tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione": da questa descrizione fisica non è difficile intuire la "saggezza molisana" del commissario. Ingravallo è un detective involto in fumi e filosoficherie, per cui prima ancora che si siano verificati i due fatti, furto e assassinio, ha già intuito il garbuglio della vicenda e le causali dell'assassinio in casa Balducci, nonchè il complesso che affliggeva Liliana: avere un figlio. Da qui derivava quel suo bisogno ardente di estrinsecare sentimenti materni nel proteggere e beneficare nipoti e cameriera: un viluppo erotico e una precisa presenza del sesso. La mancata maternità di Liliana si equilibra nel contrasto con il culto della maternità: così Ingravallo inquadra la figura della Balducci, mentre la conclusione della vicenda è affidata alla servetta Tina Crocchiapani, che in tal modo risponde all'ossessiva violenza dell'Ingravallo: "No, sor dotto', no, no, nun so' stata io! - implorò allora la ragazza, simulando forse, e in parte godendo, una paura di dovere: quella che nu poco sbianca il visetto e tuttavia resiste a minacce. Una vitalità splendida, in lei, a lato il moribondo autore dei suoi giorni, che avrebbero ad essere splendidi: una fede imperterrita negli enunciati di sue carni, che ella pareva scagliare audacemente all'offesa in un subito corruccio, in un cipiglio: - No nun so' stata io. Il grido incredibile bloccò il furore dell'ossesso. Egli non intese, là pe' llà, ciò che la sua anima era in procinto d'intendere. Quella piega nera verticale tra i due sopraccigli dell'ira nel volto bianchissimo della ragazza lo paralizzò, lo indusse a riflettere, a ripentirsi, quasi". Il romanzo, che ha tutte le impronte del "giallo" e una certa fioritura di linguaggio, in quanto vi sono presenti ben tre dialetti (romanesco, napoletano e molisano), è in realtà incompiuto per ciò che riguarda la soluzione dell'inchiesta e la scoperta del colpevole; ma invero la soluzione - come avverte A. Seroni - consiste nella forza ideologica, che guida il racconto: furto e delitto significano che non esiste alcuna "sicurezza" nei confronti d'una realtà varia e imprendibile. Ne nasce un "moralismo sofferto e schivo, un'amara pietà per la condizione umana" (A. Mazza).



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