| LA GERUSALEMME LIBERATA - LA GERUSALEMME CONQUISTATA |
La Gerusalemme liberata
Poema epico, in 20 canti in ottave, di Torquato Tasso (1544-1595).
Torquato Tasso
Abbozzato a Venezia tra il 1559 e il 1560, avviato fino al VI canto nel 1566,
fino all'VIII nel 1570, fino al XIX nel 1574, completato nel 1575 ("Sappia
dunque Vostra Signoria Illustrissima che dopo una fastidiosa quartana sono ora
per la Dio grazia assai sano, e dopo lunghe vigilie ho condotto finalmente al
fine il poema di Goffredo": lettera del 6 aprile 1575 al cardinale Giovan
Girolamo Albano), fu pubblicato nel 1580, incompiuto e col titolo di Goffredo
contro la volontà del Tasso, e nel 1581 in edizione più curata e precisa con il
titolo definitivo, scelto dall'amico del poeta, Angelo Ingegnesi, senza
l'autorizzazione dell'autore. Con questo poema, dedicato ad Alfonso II, figlio
di Ercole II d'Este, signore di Ferrara, il Tasso celebra la conquista del Santo
Sepolcro da parte dei Cristiani, guidati da Goffredo di Buglione, in seguito
alla prima crociata, di cui vengono narrati gli ultimi avvenimenti (1099): i
Cristiani, dopo la conquista di Nicea, Antiochia, Damasco, si trovano davanti
alla città di Gerusalemme, che cingono d'assedio; ma interviene Satana, che si
serve di Armida, bellissima fanciulla, per tramare i suoi inganni. Infatti
Armida, che è la nipote del mago Idraote, re di Damasco, si reca nel campo
cristiano e chiede a Goffredo dieci guerrieri in aiuto contro l'usurpatore del
suo trono: sono tratti a sorte i dieci guerrieri, mentre Rinaldo dopo aver
sfidato e ucciso Gernando, principe di Norvegia, s'allontana dal campo per
seguire Armida. Si sfidano a duello Tancredi, cavaliere cristiano, e Argante
"per gran cor, per gran corpo e per gran possa / superbo e minaccievole in
sembiante" (VI, 23), e rimane ferito Tancredi, che si ritira nel suo padiglione,
ricercato dall'innamorata Erminia figlia del vinto re d'Antiochia; desiderosa di
curarlo, Erminia si veste delle armi della guerriera pagana Clorinda, di cui è
invece innamorato Tancredi, ma viene inseguita da una pattuglia di guerrieri
cristiani, che la scambiano per Clorinda. Erminia fugge e si salva a stento
presso la casa di un pastore, mentre Tancredi ritenendo a sua volta che si
tratti della vera Clorinda, noncurante delle ferite, va alla ricerca della donna
amata, giungendo così nel castello dove Armida tiene prigionieri i guerrieri
cristiani. Nel frattempo giunge la notizia a Goffredo che una schiera di
guerrieri danesi, guidati da Sveno, corso in aiuto dei crociati, è stata
annientata da Solimano, ex re di Nicea: serpeggia la rivolta nel campo. Sembra
che tutto vada male per l'esercito cristiano; ma ecco che l'arcangelo Gabriele
interviene: Solimano è vinto e si rifugia dentro la città, sono liberati i 50
guerrieri, prigionieri con Tancredi della maga Armida, si dà l'assalto a
Gerusalemme. Scoppia una furiosa battaglia attorno alle mura, mentre Argante e
Clorinda cercano di dar fuoco alla grande torre, fatta costruire da Goffredo;
intervengono i cavalieri cristiani e mentre Argante riesce a rientrare nella
città, Clorinda ne rimane fuori ed è ferita mortalmente in un duello sostenuto
con l'ignaro Tancredi, che alla fine riconosce nel suo antagonista la vera
Clorinda e la battezza prima che spiri. Mentre si cerca di ricostruire la torre,
il mago Ismeno rende incantata la selva: può vincere l'incantesimo solo Rinaldo,
che vive nelle isole Fortunate innamorato di Armida. L'eroe viene richiamato da
due crociati; segue il perdono concesso da Goffredo a Rinaldo, e la fine degli
incantesimi. Finalmente si dà l'assalto alla città di Gerusalemme, che è presa.
Solo la rocca è ancora in mano agli Infedeli, ma alla fine cade anch'essa:
muoiono Argante a opera di Tancredi, Solimano ucciso da Rinaldo, Aladino, re di
Gerusalemme, per mano di Raimondo di Tolosa; l'esercito degli Egiziani, venuto
in aiuto degli Infedeli, è sconfitto da Goffredo. La città è conquistata
completamente, il voto dei Cristiani adempiuto. Armida, dopo un tentativo di
suicidio, su esortazione di Rinaldo, di cui è innamoratissima, si converte al
cristianesimo: il poema si conclude con il matrimonio di Armida e Rinaldo, dai
quali discenderà la stirpe degli Estensi. Questo è l'argomento del poema, che
poggia su basi storiche e religiose e che risponde in pieno al grido di paura,
levatosi nella seconda metà del Cinquecento da ogni parte della cristianità
contro il pericolo turco. Manca in quest'opera il sorriso incantato del Furioso,
perchè qui il mondo è più travagliato e i personaggi rivelano assai spesso gli
stati d'animo del poeta e sempre gli atteggiamenti dell'anima e della sofferenza
umana. Non manca invece il motivo amoroso, ma l'amore non è più gioia e trionfo
della natura, come nell'Ariosto, ma languore, voluttà, dolore, soprattutto
dolore, come per Erminia, che sospira continuamente in preda a un amore senza
speranza, o per Olindo con il suo amore disperato per Sofronia, o per Tancredi,
che ama invano Clorinda, divenendone alla fine l'involontario uccisore, o per
Armida, che da maga si trasforma in donna. L'avventura, tanto esaltata
dall'Ariosto, qui diventa aspirazione a un eroismo più consapevole dei suoi
fini, più ideale: manca la ferocia guerriera, sostituita da pause di umana
tristezza, onde si può ammettere che il vero eroe del poema è Tancredi, "che è
il Tasso stesso miniato: personaggio lirico e subbiettivo, dove penetra il
soffio dei tempi moderni, come in Amleto" (De Sanctis). Se è vero che l'uomo
nella sua decadenza tende al femminile, diventa nervoso, malinconico, nel poema
tassesco esso si ripiega, si raccoglie sempre, dando luogo a una concezione
veramente sublime, onde il tono è sempre elegiaco, accompagnato dall'idillico, e
la poesia è insieme eroica e indefinita, anzi le note di questa poesia, secondo
il Momigliano, "non sono nè fluenti, nè squillanti, ma indugiano nell'aria e la
impregnano della loro malinconia e della loro passione". La religione è sentita
come spettacolo e liturgia per la prima volta nella poesia italiana: "Va Piero
solo inanzi, e spiega al vento / il segno riverito in Paradiso, / e segue il
coro a passo grave e lento / in duo lunghissimi ordini diviso" (XI); essa non è
intesa invero come soluzione di tutti i problemi della vita, ma come senso del
prodigioso potere divino; perciò, come osserva il Sansone, "alcune alte
preghiere sono veri e propri motivi di poesia"; dal I canto all'VIII, dal IX
all'XI, dal XIII al XVIII il motivo provvidenziale ricorre con costanza. Ma c'è
anche Lucifero, "il gran nemico de l'umane genti", che chiama a raccolta tutti
gli spiriti maligni: "Chiama gli abitator de l'ombre eterne / il rauco suon de
la tartarea tromba; / treman le spaziose atre caverne, / e l'aer cieco a quel
romor rimbomba" (IV); nel VII canto Belzebù consiglia di scagliare una freccia
contro Raimondo; nell'VIII compare Aletto, che sparge la discordia nel campo
cristiano; nel XIII gli spiriti maligni, convocati dal mago Ismeno, accorrono
per incantare il bosco; nel XVIII gli spiriti infernali s'oppongono in tutti i
modi all'eroismo di Rinaldo. Così due motivi soprannaturali si intrecciano e
formano il tessuto connettivo della favola, quello provvidenziale e quello
diabolico, che fa come da contrappunto: anzi l'originalità del Tasso sta proprio
nell'aver scelto un argomento storico e, immettendovi lo spirito provvidenzlale,
averlo innalzato al piano epico: così la Gerusalemme "diventa il poema di tutto
un popolo anzi di due popoli avversi o piuttosto di due civiltà e di due
religioni contrastanti, la storia d'una lotta gigantesca, cui prendono parte
cielo, terra, inferno e, in particolare, innumerevoli eroi, i quali subordinano
la loro azione agli interessi della patria e della religione" (Tonelli).
Numerosi gli episodi di guerra e i duelli formidabili: tra Rinaldo e Gernando
(V), tra Tancredi e Argante (VI), tra Argante e Raimondo (VII), tra Clorinda e
Tancredi (XII), tra Tancredi e Argante (XIX), tra Raimondo e Aladino, tra
Rinaldo e Solimano (XX); belle le descrizioni, come la solenne e mistica
processione, propiziatrice della battaglia (XI), la foresta incantata (XIII), la
tragica siccità (XIII) , la lieta tempesta, salvatrice dell'esercito crociato
(XIII); delicatissime le parti idilliche, come nell'episodio di Erminia tra i
pastori (VII) , o di Armida nel suo giardino (XV) , o nei canti seducenti di
qualche alato, cui fan coro tutti gli uccelli (XVI). Stupendi sono gli episodi
d'amore, che qui è vero sentimento, come quello di Olindo e Sofronia (II), o di
Erminia (VI e VII), o di Tancredi (IIIIXII); perfino la sensuale Armida è capace
verso la fine di un vero e proprio amore; così il Tasso si dimostra sempre
grande creatore di caratteri e in particolare profondo conoscitore dell'animo
femminile. Inoltre nel poema, considerato dai critici " europeo" per il suo
contenuto, scorre una forte vena di italianità per gli accenni alla "virtù
latina" (I), o per il ricordo della grandezza di Colombo: "Un uom de la Liguria
avr ardimento / a l'incognito corso esporsi in prima" (XV), o per la
rappresentazione di quei due grandi guerrieri che sono Rinaldo e Tancredi, che
nella nostra fantasia si stagliano più energicamente di Goffredo: la saggezza di
Goffredo, la generosità di Rinaldo, la gentilezza di Tancredi, la passionalità
di Armida, la sentimentalità melanconica di Erminia, la femminilità eroica di
Clorinda hanno sempre un che di nostrano, "d'intimamente italiano" (Tonelli).
Infine la Gerusalemme liberata può essere considerata il poema della
Controriforma per quel senso della serietà della vita, per la ringiovanita fede
nella volontà umana, per il gusto vivo per l'azione, per il sincero sentimento
religioso; ed è anche definibile come poema preromantico per quel senso doloroso
della vita, che si sente in tutta l'opera. L'opera non manca di difetti, ma in
definitiva, come afferma ancora il Momigliano, è il poema di un poeta immortale
per tutto quello che è espressione di malinconia e di passione.
La Gerusalemme conquistata
Poema epico in 24 canti, in ottave, di Torquato Tasso (1544-1595), composto
durante il periodo 1587-1592 e pubblicato nel dicembre 1593.
E' un rifacimento della Gerusalemme liberata, frutto della soggezione totale del
poeta alle preoccupazioni letterarie e morali del suo tempo; è ampliata la
favola, sono aggiunti nuovi personaggi, è complicata la trama dei sentimenti,
non vi è escluso l'amore, ma vi si aggiunge l'amicizia. Vi sono sviluppati
inoltre l'elemento storico, quello religioso e quello allegorico, mentre è resa
più unitaria l'azione. Inoltre vi sono soppressi l'episodio del mago Ismeno e
della statua della Vergine, e quello di Olindo e Sofronia. Altri episodi sono
spostati in libri diversi, Erminia diventa Nicea, sono soppresse le profezie
relative alle glorie della casa estense e le stanze relative alle rivelazioni
del mago Ismeno sulla presenza di Rinaldo alle isole Fortunate. La morte di
Argante, che nella Liberata è ricordata nel canto XIX, nella Conquistata viene
descritta nel libro XXII, dopo che l'eroe si è incontrato con la moglie Lugeria
e il figliolo (qui è parafrasato l'incontro di Ettore con Andromaca, descritto
nel libro VI dell' Iliade). Perfino l'inizio del poema che nella Liberata suona:
"Canto l'arme pietose e 'l capitano / che 'l gran sepolcro liberò di Cristo",
nella Conquistata diventa: "Io canto l'arme e 'l cavalier sovrano, / che tolse
il giogo a la città di Cristo". Il poema denota la diminuita forza poetica
dell'autore e la perduta capacità di riabbracciare, armonicamente insieme, i
molteplici elementi, di cui invece aveva saputo mantenere l'intima e profonda
unità nella Liberata .