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Satire (Saturae)
Raccolta di 16 satire in versi esametri del poeta latino
Decimo Giunio
Giovenale (c. 55-130)
I cinque libri o gruppi di satire furono composte in periodi diversi, e
precisamente il I libro dopo il 100, il II libro intorno al 116, il III tra
il 117 e il 120, il IV nello stesso periodo o poco dopo, il V intorno al
128. La satira I è un prologo, in cui il poeta espone i criteri della sua
arte, perchè scriva satire e perchè voglia ricongiungersi agli esempi di
Lucilio e di Orazio. La satira II è indirizzata agli ipocriti: è preferibile
l'immoralità apertamente professata a un'ipocrita compunzione; certo le ossa
dei grandi uomini di Roma fremono di sdegno, mentre i corrotti costumi dei
maschi sono oggetto di biasimo da parte di una donna dissipata. Nella III si
descrive la vita di Roma, divenuta scomoda e corrotta per la presenza dei
Greci. E' Umbricio che presso la porta Capena fa queste confidenze al poeta:
la vita romana è impossibile perchè i buoni e gli onesti sono sempre in
coda, c'è arrivismo, adulazione, maleducazione, perfino l'impossibilità di
camminare tranquilli per le vie: "Se anche noi pur ci si affretta, un'onda
ci si oppone di gente innanzi, mentre in gran fiumana urge alle reni il
popolo che segue: un del gomito ci urta, uno c'investe con un pancone, ed
una trave questo su la testa ci dà, quello un barile" (trad. di G. Vitali).
La satira IV prende le mosse da un atto di ingorda prodigalità del corrotto
Crispino, che si è comperato una triglia per il bel prezzo di 6000 sesterzi,
e ciò offre occasione a Giovenale per ricordare che al tempo di Domiziano fu
portato alla corte dell'imperatore ad Alba un grosso rombo pescato nel mare
di Ancona: viene inoltre descritta la tragicomica adunanza del consiglio
imperiale convocato da Domiziano per deliberare sul modo più adatto di far
cuocere il rombo data la mancanza di una padella di sufficiente grandezza:
vince il parere dell'adulatore Montano che caldeggia l'immediata costruzione
di una profonda padella. La satira è una parodia del perduto poema di Stazio
De bello germanico e contiene una espressione rimasta celebre: vitam
impendere vero ("sacrificare la vita alla verità"). La satira V tratta della
misera condizione dei clienti e della insensibilità arrogante dei ricchi
patroni: vi si parla di un cliente che invitato dal ricco anfitrione Virrone,
deve sopportare ogni sorta di villanie; eppure basterebbe che il cliente
possedesse 4000 sesterzi, per essere servito signorilmente dallo stesso
Virrone. La VI, la più lunga e famosa, dopo un indirizzo a un certo Postumo,
che si è deciso a prendere moglie, ci presenta in vari quadretti le varie
forme della corruzione delle donne: le adultere, che si concedono ad attori,
musicisti e gladiatori (con un accenno a Messalina, che si prostituiva nei
lupanari) , quelle belle e nobili che si prostituiscono, dopo aver reso
succube il marito, le viziose, l'amante degli eunuchi, la politicante, la
brutale, la pedante ecc. La presenza della suocera in casa produce sempre
inconvenienti; la castità non esiste più, vigono a Roma le orge sfrenate
della Bona Dea. La libidine è imperante; le ricche non vogliono partorire, e
mariti e figliastri vivono nell'incubo di morire avvelenati. Una volta
invece "una condizione modesta garantiva la castità delle donne latine e le
proteggevano dalla macchia del vizio, la casa modesta, il lavoro, il sonno
limitato, le mani tormentate e indurite nella lana etrusca, Annibale
vicinissimo a Roma e il fatto che i mariti stavano in armi sulla torre
Collina" (vv. 287-291). Nella VII si afferma che chi vive dei frutti del
proprio ingegno, a Roma vive male: miserevole è la condizione degli
intellettuali, i poeti impegnano piatti e mantello, gli storici guadagnano
tanto da pagare il papiro, gli avvocati sfoggiano per necessità clientelare
un lusso esagerato, i retori devono perseguire in tribunale una modesta
mercede, i grammatici che sorvegliano i bambini sono pagati malissimo.
L'VIII è diretta a Pontico e tratta della nobiltà della nascita, che deve
accompagnarsi alla nobiltà delle virtù; è il merito personale che conta
veramente, anche perchè i Romani discendono da bifolchi o da vagabondi
ladroni, adunati da Romolo. "La IX è una specie di dialogo fra il poeta e un
certo Nevolo, il quale si lamenta dell'avarizia e dell'ingratitudine del suo
amatore ma Giovenale lo invita a non disperare: finchè Roma esisterà non gli
mancheranno i corrotti clienti. Nella satira X il poeta parla dei beni falsi
e veri e, come Persio, tratta dell'inutilità e dei danni dei desideri umani:
falsi beni sono la ricchezza, la potenza, la gloria oratoria, quella
militare, la longevità e la bellezza; si deve chiedere agli dei sanità di
mente e di corpo (orandum est ut sit mens sana in corpore sano). Con la
satira XI si deplorano le gravi conseguenze del vizio della gola; la tavola
di Giovenale è invece modesta, come modeste erano le cene degli antichi
Romani: si potranno leggere Omero e Virgilio e godere i raggi del sole. La
XII, dedicata all'amico Corvino, tratta della grazia ricevuta dal suo amico
Catullo, sbarcato incolume a Ostia dopo una tempestosa navigazione:
Giovenale ascenderà il Campidoglio per un sacrificio di ringraziamento, con
sincerità e devozione, diversamente da chi va a caccia di eredità e fa voto
di sacrificare elefanti o la stessa figlia pur di ingraziarsi un ricco senza
figli. La XIII è una satira di genere consolatorio, dedicata all'amico
Calvino, truffato di una forte somma: del resto sono rari gli uomini onesti
e il mondo è pieno di gente spergiura: desiderare una vendetta materiale è
pensiero ignobile, basta il rimorso per far soffrire il colpevole, che prima
o dopo finirà in prigione. Satira-epistola è la XIV, diretta a Fuscino, che
ha per tema i cattivi esempi che danno ai loro figli i padri viziosi: ecco
il caso del figlio di Cretonio che sperperò tutto il patrimonio per emulare
la mania di costruzione del padre o di chi, nato da padre ebreo, osserva
tutta la casistica della legge ebraica. L'avarizia poi è il peggiore dei
vizi perchè viene contrabbandata come sobrietà: c'è qui una frase divenuta
proverbiale: "Maxima debetur puero reverentia" ("la più grande riverenza si
deve all'infanzia"). Nella XV Giovenale narra un episodio di cannibalismo
accaduto nel 127 a.C. in una rissa tra gli abitanti di Ombo e di Tentira,
due cittadine del superstizioso Egitto: veramente deplorevole la crudeltà
umana, meglio si comportano le fiere che hanno maggior rispetto reciproco
del genere umano. Infine la satira XVI nel breve tratto conservato,
indirizzata a un certo Gallio, ricorda i privilegi e i vantaggi della vita
militare: dell'autenticità di questa satira si è dubitato. Il mondo di
Giovenale è un mondo in fermento; le efferatezze e gli eccessi dell'ultimo
periodo del principato di Domiziano sono una causa determinante degli
atteggiamenti della sua satira: l'indignatio è il sentimento disinteressato
e irresistibile del poeta; in numerosi quadri di vita, Giovenale sembra il
poeta tragico della poesia con quel suo costante pessimismo: indignazione e
sincerità che danno alla poesia, oltre che un valore umano, anche un valore
sociale; inoltre si nota una profonda umanità e una forte sentenziosità. Non
parlare dei vivi, ma dei morti, fustigando così spietatamente vivi: ecco il
compito di Giovenale, moralista non intransigente, apparentemente cristiano
talvolta, spesso malinconico. Il suo stile rivela arcaismi che danno colore
al dettato: molte sentenze incisive e profonde sono divenute proverbiali.
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