Grazia Deledda
Elias Portolu


 

Il 27 settembre 1871 nasce a Nuoro Grazia Deledda, una delle principali scrittrici italiane del primo Novecento. Presto si dedica - da autodidatta - alla lettura di opere in prosa in voga alla fine dell'Ottocento. Incomincia a scrivere novelle, poesie e romanzi che Luigi Capuana critica favorevolmente. All'inizio del Novecento si sposa e il matrimonio la porta a trasferirsi a Roma. Produce con una continuità numerosi romanzi. Si dice che la sua narrativa sia ispirata a Giovanni Verga o ad Antonio Fogazzaro. Grazia Deledda ama scrivere per mettere in risalto la naturalezza e la poesia della sua Sardegna, l'amore, il dolore, il senso del peccato e della colpa , il tutto vissuto nel totale potere di una inevitabile fatalità e con la conseguente necessità di espiazione. Si colloca a pieno diritto fra le scrittrici donne che tra fine Ottocento e inizi Novecento hanno maggiormente voluto dare risalto alla componente più cupa dell'esistenza umana. Il suo lavoro è stato premiato con il maggior riconoscimento possibile: vince il Nobel per la letteratura nel 1926.

ELIAS PORTOLU

Composto a Roma nel 1900 e pubblicato nel 1903, questo romanzo di Grazia Deledda (1871-1936) porta i migliori fra i segni che distinguono l'arte della scrittrice: l'immediatezza di certe scene, la rapidità dello svolgimento, la facoltà di unificare il dramma segreto dell'anima con gli aspetti della natura, così da comunicare ai casi dell'uomo la solennità semplice, la docilità, la fatalità della storia delle cose.

Il pastore Elias Portolu, ritornando in famiglia dopo aver scontato alcuni anni di carcere sul continente per una colpa di cui è stato accusato a torto, si innamora di Maddalena fidanzata a suo fratello Pietro. Gli anni di carcere che hanno sbiancato la pelle di Elias pare ne abbiano ammollito anche l'animo. Elias ha ventitré anni, si commuove facilmente, ritrova nei profumi della terra sarda, coi ricordi della fanciullezza, vaghe aspirazioni religiose, anzi mistiche, e il desiderio di farsi prete. A volte si sdegna, a volte si impietosisce della propria debolezza dove neppure l'ingiustizia subìta ha potuto infondere un lievito di ribellione. In quest'anima di convalescente l'amore mette con violenza radici profonde, ma non si disgiunge per lui dall'orrore del peccato. Elias non trova in sé la forza per liberarsene, e non sa neppure impedire con una sincera confessione, come gli ha consigliato il pastore Martinu Monne, le nozze di Pietro e Maddalena, che saranno per tutti causa di infelicità e di colpa, perché anche Maddalena ama Elias e non il marito ubriacone e manesco. È chiaro che Elias, nella sua lotta contro l'amore, dovrà soccombere; ma non lo sa egli che si difende in buona fede e cerca nella pace della "tanca" fiorita, nelle preghiere, nel pastore Martinu, in prete Porcheddu, ovunque, fuorché in se medesimo, una difesa e un aiuto. I suoi pensieri sono semplici e disperati; quando la colpa è consumata egli sente con orrore che la sua felicità sarà sempre mista al dolore e al rimorso. Poi la sua passione soddisfatta si placa, ed egli ritorna agli antichi propositi di darsi al sacerdozio. Maddalena intanto ha avuto un figlio da lui, ed Elias pensa che, facendosi prete, porrà un ostacolo insormontabile fra sé e Maddalena che non oserà più tentarlo, potrà così amare senza colpa suo figlio, educarlo, tenerlo seco. Alla morte del fratello Pietro, Elias non è ancora stato ordinato sacerdote, potrebbe lasciare il seminario, sposare Maddalena, dare un padre a suo figlio, ma non trova la forza di agire; se resiste a Maddalena che gli domanda di sposarla, la sua è una misera vittoria; ormai l'amore per lei è quasi spento, mentre più forte di ogni altro sentimento vive in lui l'amore per il figlio. Quando Jacopo Farre si fidanza a Maddalena e comincia, frequentando la casa, a mostrarsi padre affettuoso col piccolo Berte, Elias è tormentato da una nuova e più dolorosa gelosia e dubita: "Forse il Signore voleva che io riparassi la mia colpa invece di dedicarmi indegnamente al suo servizio". Il bimbo si ammala; Jacopo Farre veglia vicino al suo lettino, e prete Elias sente ridestarsi nell'anima un odio selvaggio contro quell'uomo che si frappone tra lui e l'anima del bimbo che sta per lasciare la vita. Soltanto quando il piccolo Berte sarà morto, prete Elias potrà trovarsi solo con lui, vestirlo, calzargli i piedini ancora tiepidi. Allora lo sentirà finalmente suo per sempre. Quella morte innocente rompe la malvagia prigionia del peccato e concede all'anima debole e torturata di Elias Portolu un dolore puro che lo placa e lo redime.

Con Elias Portolu Grazia Deledda si affermò scrittrice di fama europea: alla forte coloritura delle prime opere succede qui una visione interiore dei personaggi e della natura stessa nella quale gli uomini e le cose sembrano fondersi nel clima di un unico paesaggio spirituale, segreto, demoniaco, che è ancora quello della sua terra. Nel passare da una ispirazione folcloristica a una più universalmente psicologica, la Deledda non sacrificava nessuno dei motivi della sua arte: Elias Portolu è opera inconfondibilmente sarda nei personaggi e nello scenario, ma gli uni e gli altri ci appaiono qui in un silenzio interiore dove covano slanci mistici e crudeli violenze e che pervade insieme gli uomini e la terra della Sardegna.

 

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