Battista Guarini



La poesia pastorale si rifà a piene mani a tutto ciò che è classico rispolverando i miti, i personaggi, i nomi, i luoghi di tutta la cultura ellenistica. Ebbe un gran successo, il pastorale, nel Cinquecento: prese le mosse in Italia e si diffuse in tutta Europa. Tra i primi, in campo teatrale, ci fu il Tasso, con l'Aminta, indiscusso capolavoro del genere. Ma il più celebre dei drammi pastorali fu, pubblicato nel 1590, Il pastor fido, del Guarini. Divenne un best-seller: si contano ottanta edizioni in pochi anni e fu tradotto, già all'epoca, in tutte le lingue letterarie europee, diventando, a buon diritto, il padre della drammaturgia pastorale che ne seguì.


Il pastor fido
Dramma pastorale di Battista Guarini (1538-1612)


Iniziato nel 1580, vide la luce nel 1589, dopo un paziente lavoro di lima, cui parteciparono, oltre l'autore, anche Leo-nardo Salviati e Scipione Gonzaga. La storia di questo dramma è attinta direttamente da Pausania; il Prologo fu aggiunto quando il dramma doveva essere rappresentato nel 1586 durante il carnevale, alla presenza di Carlo Emanuele I e Caterina d'Austria; tema di fondo è la celebrazione dell'amore, che vince ogni ostacolo. Più che un dramma è una "tragicommedia", cioè un misto di tragedia e di commedia, cosa che fece arricciare il naso ai dotti aristotelici; sono rispettate le unità di tempo e di luogo, gli atti sono cinque, il metro è l'endecasillabo misto di settenari, liberamente rimati. Mirtillo, il pastore fido, ama Amarilli, già promessa sposa dal sacerdote Montano a suo figlio Silvio; e questo matrimonio si deve fare perchè entrambi i giovani sono di origine divina e perchè - secondo le predizioni dell'oracolo - solo con questo matrimonio avranno termine le sventure dell'Arcadia. Corisca però è innamorata di Mirtillo e cerca uno stratagemma, per cui la povera Amarilli è condannata a morte. Quando ciò viene a conoscenza di Mirtillo, questi cerca di sostituirsi all'amata nella pena di morte: interviene allora il pastore Carino, che svela un retroscena: Mirtillo è figlio di Montano, perciò anch'egli è di origine divina; così la vicenda si conclude a lieto fine: Mirtillo sposa Amarilli, mentre Silvio sposa un'altra fanciulla da lui amata, Dorinda, con grande scorno e pentimento di Corisca la quale colpita da eventi così inaspettati e come redenta dalla gioia di tutto il popolo chiede il perdono e l'ottiene. Numerose sono le affinità con l' Aminta del Tasso, e le mescolanze fra tragico e comico, fra lirico e drammatico: il Carducci definì questo dramma "l'ultimo frutto perfetto del classicismo come ritorno ai Greci"; vi si nota infatti la perizia dell'artefice che cesella con estrema eleganza la frase, scopre segreti contrasti e simmetrie profonde e sfuma colori e concetti con grazia meravigliosa. La morale che ne deriva è questa: amare e godere. Lo dice chiaramente Corisca ("Troppo è breve la vita / da trapassarla con un solo amore"), ma il dramma è anche arricchito di belle sentenze, di tono controriformistico: "Non si comincia ben se non dal cielo" o "Quello è vero gioire che nasce da virtù dopo il soffrire". E ci sono anche spunti di carattere contingente e adulatorio, per quel "Monarca a cui / nè anco quando annotta il Sol tramonta; / sposa di quel gran Duce / al cui senno, al cui petto, alla cui destra / commise il Ciel la cura / dell'Italiche mura". Bella la chiusura del dramma da parte del coro: "O fortunata coppia, / che pianto ha seminato, e riso accoglie! / con quante amare doglie / hai raddolciti tu gli affetti tuoi! / Quinci imparate voi, o ciechi e troppo teneri mortali, / i sinceri diletti e i veri mali. / Non è sana ogni gioia / nè mal ciò che v'annoia. / Quello è vero gioire / che nasce da virtù dopo il soffrire". Il pregio dell'opera, secondo il Sansone, "sta nel fatto che essa interpreta in soavità di ritmi e con espertissimo gusto l'ideale di natura tutta letteraria, di una vita di sogno, aliena da ogni riferimento alla realtà, e di una stilizzata ingenuità, rivissuta attraverso una secolare tradizione poetica".

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