|
|
|
|
Edward T. Hall
→
‘La dimensione nascosta’ |
|
"Prossemica" e’ una disciplina che studia che cosa siano lo spazio personale
e sociale e come l’uomo li percepisce.
Uno dei maggiori studiosi di prossemica è Edward T. Hall nel cui libro ‘La
dimensione nascosta’ (Bompiani) esamina cosa siano lo spazio personale e
sociale e come l’uomo li percepisca. Nel suo testo spiega come negli animali
siano rigidamente codificate e geneticamente trasmesse le informazioni
relative agli spazi da mantenere. In particolare uno studio effettuato sui
topi fatti proliferare all’interno di uno spazio diviso in settori ha
mostrato come in situazioni di affollamento l’ordine e le gerarchie si
sovvertano producendo quella che è stata definita “la fogna del
comportamento”, in cui gli elementi malsani del gruppo sociale raggiungono
un livello parossistico. I topi, infatti, allo stesso modo degli esseri
umani, tendono a mantenere salde le gerarchie, non tollerano il disordine ,
hanno bisogno di zone e momenti di solitudine: troppi individui portano alla
disorganizzazione e alla moria dei soggetti più deboli della colonia.
Inoltre la densità di popolazione provoca conseguenze fisiologiche come la
caduta del tasso di natalità.
Le scoperte più interessanti riguardano la codifica di distanze programmate
per le interazioni:
Animali Umani
Distanza di fuga (individui di specie diverse) Pubblica
Distanza critica ( “ ) Sociale
Distanza personale (Individui della stessa specie ) Personale
Distanza sociale ( “ ) Intima
Ma anche il contesto in cui il
senso della distanza si esprime modifica i significati degli spazi: si pensi
ad una visita medica o, peggio, ad una visita ginecologica dove una persona
consente ad un “estraneo” di entrare in contatto con le sue parti più
intime.
Ognuno di noi ‘prende possesso’ di una quota di spazio e la gestisce ,
spesso dotandola di estensioni che descrivono il soggetto e sono utili a
dare informazioni agli interlocutori. La scrivania, anche quella di un
medico, è una estensione classica: è molto grande? Classica? Monumentale e
di legno massiccio del genere preferito dai medici di esperienza e docenti
universitari, oppure è leggera, di metallo, semplice come quelle preferite
dai medici più giovani? Ha le zampe o un pannello che non consente di vedere
le gambe? Non ha soprammobili oppure è carica di oggetti del suo
proprietario? Il paziente vi ci si può appoggiare oppure vi è una barriera
di confezioni di farmaci? E come si comporta il vostro paziente: si siede
comodo o in bilico sul bordo della sedia? Quando lo invitate ad accomodarsi
sul lettino lo trovate già sdraiato o seduto in pizzo senza sapere cosa fare
delle mani che tiene incrociate sul petto in attesa che lo invitiate a
stendersi?Rispondere a queste domande è utile per intuire come ci poniamo
nei confronti degli altri e capire se la persona che ci siede di fronte è
preoccupata o a suo agio, se ha fiducia in noi, se è ansiosa.
Analizzare il contesto spaziale può dirci molto sui sentimenti tra le
persone e sui rapporti di potere e fiducia che intercorrono tra essi.
Entriamo quindi nel merito delle distanze, al fine di capire il loro
rispettivo significato: la ‘distanza intima’ implica un alto grado di
coinvolgimento perché tutte le percezioni sensoriali si acuiscono. Nella
fase di vicinanza si può raffigurare come la distanza della lotta o al
contrario, dell’amplesso, mentre in quella di lontananza (da 15 a 45 cm.) il
capo, le cosce e le parti pelviche non si toccano facilmente come prima, ma
le braccia possono afferrare con facilità l’altro e sono visibili con
dovizia di particolari tutti i particolari del volto dell’altro. A questa
distanza la voce è un sussurro e serve a richiamare nell’altro emozioni e
sentimenti. Mantenere questa distanza in pubblico è considerato disdicevole
dagli americani e quando ciò possa avvenire in un bus affollato è regola
delle società che seguono la regola del non-contatto che istintivamente si
irrigidisca il corpo e ci si ritragga se avviene il contatto con un altro
corpo. Al contrario in Medio Oriente è normale, e non desta alcun fastidio,
essere toccati, sfiorati o urtati per la strada da estranei.
La ‘distanza personale’ è quella rispettata dai membri di una società che si
ispira al non-contatto: la fase di vicinanza va dai 45 ai 75 cm., distanza
entro la quale si potrebbe, volendo, allungare un braccio e afferrare
l’altro. Questa distanza, che rappresenta un po’ la “bolla” o quell’alone di
cui si parlava, può essere infranta solo da persone in contatto con il
soggetto come un coniuge, mentre non è valicata dagli estranei. Nella fase
di lontananza che conta dai 75 ai 120 cm la soglia è posta appena oltre la
possibilità di toccare l’altro allungando la propria mano. A questa distanza
si può ancora discutere di argomenti personali ma la forza della voce è
moderata e non si percepisce il calore del corpo dell’altro, cosa in grado
di instaurare intimità o mettere a disagio gli altri.
Nella fase di vicinanza della ‘distanza sociale’ (da 1.20 a 2.10 m.) si
trattano gli affari sociali e gli incontri occasionali. E’ la distanza più
usata tra persone che lavorano assieme, mentre la fase di lontananza è
quello entro la quale si svolgono incontri formali (da 2.10 a 3.60 m.)
oppure che permette alle persone che lavorano a contatto col pubblico di
svolgere le proprie mansioni senza essere obbligate alla conversazione.
Infine è una distanza che permette anche a persone che vivono nella stessa
casa e sono nella stessa stanza di impegnarsi in conversazioni brevi e
tornare poi a dedicarsi alla propria attività preferita.
Infine nella ‘distanza pubblica’ (da 3.60 m. in poi) un individuo può
fuggire o cercare di difendersi se subisce una minaccia mimando la reazione
di fuga istintiva animale, la voce è alta e i contenuti sono formali, mentre
una ‘bolla’ di oltre 7 metri è quella che si stabilisce attorno ad
importanti personaggi pubblici che devono aumentare mimica, tono e volume
della voce per essere apprezzati, oltre a puntare molto sulla gestualità e
il linguaggio del corpo.
Quindi teoricamente esistono quattro distanze e otto fasi entro cui le
persone interagiscono col territorio e con gli altri. In realtà ognuno di
noi poi sembra adattare lievemente al proprio modo di essere queste distanze
e non dimentichiamo che questi studi sono stati fatti negli Stati Uniti che
hanno modelli sociali piuttosto diversi da quello mediterraneo, quindi non
possono essere applicati pedissequamente. La prossemica ad ogni modo è uno
strumento che può interessare il medico come il politico che sia impegnato
nella creazione di nuovi quartieri, l’urbanista come l’ecologo, l’etologo
come il sociologo, senza dimenticare l’esempio dei cervi che morirono
proprio di sovraffollamento, situazione in cui l’organismo reagisce allo
stress e alla carenza di risorse. Forse da domani sapere dei nostri pazienti
se abitano in un quartiere residenziale o in un fabbricato di cemento, se ha
un giardino o solo finestre, se convive con sei persone in un bilocale o
vive solo in un castello può aiutare a comprendere qualche causa in più di
alcune patologie e che possono risentire negativamente di una ‘prossemica’
patologica.
Ogni cultura ha bisogno di un
habitat congeniale di cui si deve tenere conto. Secondo Edward T. Hall
quando persone di paesi diversi vengono spesso a contatto tirano conclusioni
sui modi di comportarsi degli altri popoli quando siano in contrasto con il
proprio. Abbiamo qui tratto alcuni brevi esempi citati da Hall, che ha
studiato il modello di altre culture in relazione a quello americano.
Tedeschi: ritengono che gli americani diano troppa importanza al tempo
dedicato al lavoro e dedichino poca attenzione allo spazio. Hanno un rigido
concetto della privacy e dell’ordine che dimostrano anche con l’abitudine di
tenere le porte chiuse, sia in casa che sul lavoro. Anche lo sguardo di una
persona al di fuori del proprio cancello è considerata una violazione e non
ritengono che lo spazio debba essere messo ‘in comune’ come dimostrano
invece gli spazi antistanti le casette americane privi di recinzioni.
Inglesi: sin da piccoli sono abituati a condividere gli spazi della casa con
fratelli e sorelle al contrario dei giovani americani che godono di una
stanza tutta per loro. Si stupiscono che gli americani abbiano bisogno di
uno spazio fisso e prestabilito per svolgere il lavoro e di avere spazi
materiali come muri e porte isolati per isolarsi dagli altri: gli inglesi
usano barriere interiori che permettono loro di non considerare scortese una
persona che stia per conto proprio in una stanza con altre. Gli inglesi
considerano il telefono una violazione e un disturbo e preferiscono
scrivere. Gli uomini godono del dominio sulla camera da letto al contrario
degli americani che lo considerano uno spazio privilegiato della donna che
vi si può rifugiare quando sia stanca o arrabbiata, chiudendo la porta e
dimostrando quindi di non essere disponibile a comunicare in quel momento.
Francesi: vivono molto all’aria aperta perché le loro case sono spesso
piccole e anguste, baste e molto affollate, ma all’affollamento sono
abituati e lo apprezzano specie se serve a condividere il panorama dato
dalla vista dei passanti dalla ‘terrasse’ di un caffè all’aperto. La casa è
un luogo molto privato, gli amici si incontrano fuori, nei locali pubblici.
L’organizzazione dello spazio urbano a ‘stalla radiante’ svolge una funzione
di attrazione sociale ed è tipico delle città francesi e spagnole mentre
quelle americane sono organizzate secondo la struttura a griglia, New York
ne è un esempio lampante, che rappresenta più la fuga sociale e il desiderio
di rifugiarsi nella propria casa.
Giappone: Gli schemi prossemici che si tramandano servono a proteggere il
gruppo sociale e a proteggerlo dalle incursioni di coloro che di quella
cultura non fanno parte. Un esempio particolarmente calzante è offerto dal
Giappone in cui la casa è modulare, varia al variare delle ore del giorno e
delle stagioni e nella quale tutte le attività si svolgono insieme e al
centro delle stanze dove si raccolgono i mobili, al contrario di ciò che
avviene in occidente dove il mobilio è posto lungo le pareti. In Giappone le
strade non hanno un nome ma solo gli incroci che le uniscono, i discorsi dei
giapponesi sono molto ‘intricati’ e ad un americano medio potrà sembrare che
non arrivino mai al ‘dunque’. Il vocabolario giapponese non contiene alcun
corrispondente della parola privacy e sono abituati a vivere in situazioni
di grande affollamento in molti momenti della loro giornata.
Arabi: Anche questo popolo ha delle peculiarità che secondo la prossemica
europea ed americana possono sembrare a dir poco singolari. Nei luoghi
pubblici vi è un enorme quantità di stimoli sensoriali, le strade sono
affollate, il contatto fisico frequente, mentre gli alloggi sono molto
vasti, quasi dispersivi. Il concetto dell’inviolabilità del corpo altrui non
risiede nella sua fisicità o nei suoi abiti che gli americani vivono come
estensione delle barriere spaziali, ma la persona è una entità che quindi
non si sente minacciata dal contatto fisico con un estraneo, che anzi
cercano tramite la conversazione vis-a-vis e un contatto visivo che ad un
americano sembrerebbe una intollerabile intrusione.
Territorialità
• Edward T. Hall, La dimensione nascosta
La territorialità offre protezione dai predatori, esponendo invece ai
pericoli dei rapaci gli inadatti, che sono troppo deboli per stabilire e
difendere un territorio. Così, nel corso del processo selettivo, essa
rafforza le situazioni di predominio, giacché gli animali più deboli sono
meno capaci di stabilire un proprio territorio. D’altro canto, la
territorialità facilita la generazione e l’allevamento dei figli, fornendo
una sfera di sicurezza ‘domestica’: aiutando a proteggere i nidi e i
piccoli. In alcune specie, individua vaste disposizioni ambientali e
inibisce o previene i parassiti. Ancora, una delle funzioni più importanti
della territorialità è la costituzione di uno spazio proprio ad ogni
individuo, che preserva dal supersfruttamento quella parte dell’habitat da
cui una specie dipende per sopravvivere.
Oltre alla difesa della specie e dell’ambiente, sono associate alla
territorialità anche funzioni personali e sociali. C. R. Carpenter ha
provato che il vigore e la superiorità sessuali giocano uno scarso ruolo in
un contesto territoriale, e ha scoperto che persino un piccione desessuato
nel suo proprio territorio vincerà regolarmente, se impegnato in una lotta
con un maschio normale, anche se la mancanza di sessualità comporta
generalmente una perdita di posizioni nella gerarchia sociale. Così, mentre
sono gli animali più forti a determinare la direzione generale in cui si
evolve la specie, il fatto che i più deboli possano vincere (e dunque
generare) a casa propria aiuta a conservare la plasticità della specie,
incrementando la varietà e impedendo che gli individui più forti
monopolizzino la linea dell’evoluzione, irrigidendone i caratteri.
La territorialità è anche associata alla posizione. Una serie di esperimenti
condotti dall’ornitologo britannico A.D. Bain sulla cinciallegra ha mostrato
come si modifichino, e addirittura si rovescino, le relazioni di dominio, al
mutare della posizione delle ‘stazioni di nutrimento’, in rapporto con gli
uccelli viventi in aree adiacenti: man mano che la ‘stazione di nutrimento’
si avvicinava al territorio proprio, ‘di casa’, dell’uccello, esso
guadagnava vantaggi, che invece andava perdendo mano a mano che se ne
allontanava.
Anche l’uomo ha la sua propria territorialità, e ha inventato molti modi per
difendere quel che considera la sua terra, il suo campo o lo spazio di sua
pertinenza. La rimozione dei segnali dei confini di proprietà e la
violazione del terreno altrui sono reati nella maggior parte dei paesi
occidentali. Da secoli, nel diritto consuetudinario inglese, la casa di un
uomo è stata considerata inviolabile come un castello, e protetta con la
proibizione di illegittimi sequestri e perquisizioni, anche da parte di
pubblici ufficiali. Precisa è la distinzione fatta tra la proprietà privata,
che è il territorio di un individuo, e la proprietà pubblica, che è il
territorio del gruppo sociale.
Questa rapida rassegna delle funzioni della territorialità dovrebbe essere
sufficiente a stabilire che essa è un sistema base del comportamento, che
domina tutti gli esseri viventi compreso l’uomo.
Edward T. Hall, La dimensione nascosta, 1966, tr. it. Milano: Bompiani, pp.
17-18
• Edward T. Hall, La dimensione nascosta
Gli animali che vivono in gruppo hanno bisogno di rimanere in reciproco
contatto: la perdita di contatto col gruppo può riuscire fatale per una
quantità di ragioni, fra cui il pericolo di esporsi agli animali da preda.
La distanza sociale non è semplicemente la distanza oltre la quale
l’individuo perderà i contatti col suo branco: cioè non potrà più vedere,
udire o fiutare i suoi compagni; è piuttosto un limite psicologico, passato
il quale l’animale comincia manifestamente a sentirsi ansioso. Possiamo
pensarla come una fascia nascosta che tiene insieme il gruppo. La distanza
sociale varia da specie a specie: è assai breve – di pochi metri soltanto, a
quanto pare – tra i fenicotteri, e molto lunga per altre specie di uccelli.
[…]
La distanza sociale non è sempre rigidamente fissa, ma è parzialmente
determinata dalla situazione. Quando i piccoli delle scimmie o degli uomini
sanno muoversi da soli, ma non capiscono ancora la voce della madre, la
distanza sociale è quell’intervallo a cui il piccolo rimane a portata di
mano. Lo si può vedere facilmente fra i babbuini in uno zoo: quando il
piccolo raggiunge una certa distanza, la madre allunga una mano, lo prende
per la coda e lo tira presso di sé. La distanza sociale diminuisce, inoltre,
quando qualche pericolo richiede un più stretto controllo. A comprovarlo per
quanto riguarda l’uomo, c’è solo da guardare come si comporta una famiglia
con una nidiata di bambinetti per mano, quando attraversano una strada con
molto traffico.
Edward T. Hall, La dimensione nascosta, 1966, tr. it. Milano: Bompiani, pp.
23-24
|
|
|
|