I DISCORSI DEL BUDDHA



Testo sacro della letteratura indiana in lingua pali

I DISCORSI DEL BUDDHA




I "discorsi" di Buddha, assai numerosi, costituiscono il "canone" del buddhismo. Non sono stati scritti personalmente da Gautama Buddha (sec. VI a.C.), non possiamo dire neppure se siano stati tutti pronunciati da lui durante la predicazione della dottrina. Rispecchiano però la dottrina del Maestro e riflettono anche lo stile e il calore della lingua parlata, nonchè le caratteristiche stilistiche proprie di opere di tale tipo: per questo le innumerevoli ripetizioni delle stesse frasi, ripetute appunto perchè restassero nella mente dei discepoli. Per molto tempo, forse per secoli, questi discorsi vennero trasmessi oralmente (e fedelmente), prima di essere trascritti all'incirca intorno al I secolo a.C. Vengono distinti in Discorsi medi e Discorsi lunghi.

Vi è esposto il nucleo fondamentale della dottrina buddhista. Il più importante e noto è il Discorso di Benares, in cui tale dottrina viene sviluppata in tutta la sua completezza. Punto di partenza è la ricerca della liberazione dal dolore, e cioè dal samsara, il continuo trasmigrare degli esseri e delle cose, il turbine della vita. Si parte cioè dalla constatazione del dolore, di cui tutto il mondo è intessuto.

Per il buddhismo il concetto di dolore è molto più ampio che nella tradizione occidentale: non è soltanto il dolore nella nostra accezione, ma anche qualsiasi stato di agitazione, turbamento, e persino il piacere: non c'è piacere senza dolore e non c'è dolore senza piacere. Il dolore è come un assillo che spinge uomini e dei a muoversi freneticamente nel vortice del samsara. La prima verità è che al mondo tutto è dolore; nascere e morire, esistere, soffrire e godere, l'io: tutto è dolore. Quale ne è l'origine? La nascita (nascita in senso biologico in senso ampio, come sorgere di stati nuovi, di situazioni diverse), che è dovuta alla sete, cioè al desiderio di esistere.

Questa è la seconda verità, dunque: che la nascita è la causa del dolore. La terza verità è che esiste una "fine del dolore", la quarta è la via che conduce alla fine del dolore. Tale via è il cosiddetto ottuplice sentiero: retta opinione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta vita, retto esercizio, retta consapevolezza, retta concentrazione. La rettitudine nella parola, nell'azione e nella vita costituiscono l'attuarsi della "condotta" del monaco, i cui precetti sono: non uccidere (inteso in senso lato: non solo privare un altro essere della vita, ma anche desiderarlo o danneggiare un altro essere è considerato "uccidere", come pure l'odio e qualsiasi forma di violenza), non prendere il non dato (il monaco può prendere solo l'aria che respira, e la terra su cui si sdraia per riposare). Tutto il resto, anche un frutto caduto, non può prenderlo: il monaco vive solo di ciò che gli offrono; la castità (anche dei pensieri); la veridicità (il monaco non deve mai mentire, per nessun motivo, in nessuna occasione); non essere maligno; essere gentile, usare un linguaggio proprio e dolce. L'ascesi è distinta in tre parti: la sila e cioè la condotta, il comportamento del monaco, il samadhi (concentrazione) che permette di raggiungere il prag'na, ovvero il sapere che libera dall'avija (ignoranza).

Raggiungendo il prag'na il monaco si libera dai "veleni" dell'esistenza, entra nello stato del bodhi (Buddha) ossia del risveglio, dell'illuminazione, ponendo fine al samsara, e aprendosi la via verso il nirvana (nibbana in lingua pali), che è lo scopo finale dell'ascesi buddhista, il superamento dell'antitesi essere-non essere, l'"estinzione". Dell'estinzione si parla a lungo in un altrettanto celebre Discorso medio, la XVI sutta (o discorso): in esso viene narrata minutamente la vicenda spirituale del Buddha (il Risvegliato), che raggiunse la totale estinzione nella selva di Kusinara. Ecco in che modo viene narrato questo processo: "Allora il Sublime si rivolse ai monaci: "Orsù, o monaci, io vi esorto: elementi mutevoli sono i sankhara [preparazione sacramentale], esercitatevi con zelo" . Queste furono le ultime parole del Sublime. Allora il Sublime raggiunse la prima esperienza, superata la prima esperienza, raggiunse la seconda esperienza, superata la seconda esperienza, raggiunse la terza esperienza, superata la terza esperienza, raggiunse la quarta esperienza, superata la quarta esperienza raggiunse la sfera dello spazio infinito, superata la sfera dello spazio infinito, raggiunse la sfera dell'infinita viana [termine pali: secondo il lessico del Frola, "vocabolo che manca assolutamente di corrispondente nelle lingue occidentali, semantizza una coscienza diffusa universale, nello stesso tempo la possibilità di essere consci in concreto e la forza che regge in vita gli esseri viventi"]. Superata la sfera dell'infinita viNNana, raggiunse la sfera del non esiste alcunchè, superata la sfera del non esiste alcunchè, raggiunse la sfera del non conscio e non inconscio, superata la sfera del non conscio e non inconscio raggiunse la fine di coscienza e sensazione. Allora l'onorevole Anando [Ananda] disse all'onorevole Anuruddho [discepolo di Buddha] così: "Si è estinto, o signor Anuruddho, il Sublime!" . "No, amico Anando, il Sublime non si è estinto, ha raggiunto la fine di coscienza e sensazione" . Allora il Sublime, abbandonata la raggiunta fine di coscienza e sensazione, raggiunse la sfera del non conscio e non inconscio.

Abbandonata la raggiunta sfera del non conscio e non inconscio, raggiunse la sfera del non esiste alcunchè. Abbandonata la raggiunta sfera del non esiste alcunchè, raggiunse la sfera della infinita vinnana. Abbandonata la raggiunta sfera dell'infinita vinnana, raggiunse la sfera dello spazio infinito. Abbandonata la raggiunta sfera dello spazio infinito, raggiunse la quarta esperienza. Abbandonata la quarta esperienza, raggiunse la terza esperienza. Abbandonata la terza esperienza, raggiunse la seconda esperienza. Abbandonata la seconda esperienza, raggiunse la prima esperienza. Superata la prima esperienza, raggiunse la seconda esperienza superata la seconda esperienza, raggiunse la terza esperienza. Superata la terza esperienza, raggiunse la quarta esperienza. Superata la quarta esperienza, immediatamente il Sublime si estinse. Estintosi il Sublime, alla sua estinzione si manifestò un gran terremoto, spaventoso, orripilante, e risuonò il tamburo degli dei. Estintosi il Sublime, alla sua estinzione Brahma Sahampati recitò questi versi: "Tutti gli esseri al mondo abbandonano il corpo. Ora il Maestro senza pari al mondo, il Compiuto, il Fortissimo, il Perfetto Svegliato si estinse" (trad. di Frola). Seguono altri versi e commenti. Come si è visto, il Sublime compie gli otto stadi (o esperienze) verso l'estinzione una prima volta dal primo livello all'ottavo, una seconda volta dall'ottavo al primo. Una terza volta dal primo al quarto: dopo di che raggiunge il nirvana. Le prime tre liberazioni permettono all'Illuminato di superare la coscienza formale, il quarto stadio (la quarta liberazione) gli permette di applicare lo spirito allo "spazio infinito", completamente libero dall'illusione dei sensi. E' interessante notare che prima di arrivare a queste supreme esperienze il Sublime sembra ripercorrere, come è narrato nella stessa sutta, tutta una serie di esperienze terrestri (fra cui anche quella di ammalarsi per aver mangiato dei funghi). Riguardo allo stato di nirvana, la stessa sutta si esprime in modo assai articolato: moltissime pagine dottrinali sono dedicate appunto all'analisi di tale concetto (impropriamente tradotto con "estinzione"). A questo argomento è dedicata la XV sutta, in cui il Sublime spiega per successive negazioni al discepolo Ananda in che cosa consista la "totale" estinzione.

Le regole della condotta inferiore

Con queste regole dettate ai monaci ha inizio il discorso chiamato Rete di Brahma. Nelle regole sono espressi il rigorismo e l'ascetismo, che devono costituire la prima conquista del monaco, nel suo lungo cammino.
1. Un tempo il Sublime percorreva la via maestra tra Raajagaha e Naalanda con una grande schiera di monaci, circa cinquecento monaci. Ed anche Suppiyo, il pellegrino, percorreva la via maestra tra Raajagaha e Naalanda con un discepolo, il giovane Brahmadatto. Proprio allora Suppiyo, il pellegrino, con più di un argomento parlava contro il Buddha, parlava contro la Dottrina, parlava contro l'Ordine. Invece il discepolo di Suppiyo, il pellegrino, il giovane Brahmadatto, con più di un argomento parlava a favore del Buddha, parlava a favore della Dottrina, parlava a favore dell'Ordine. Così questi due, maestro e discepolo, l'un l'altro in diretto contrasto, seguivano passo passo il Sublime e la schiera dei monaci.2. Dunque il Sublime era entrato, colla schiera dei monaci, nel padiglione reale di Ambalatthiko, per la dimora di una notte. Ed anche Suppiyo, il pellegrino, era entrato con il discepolo, il giovane Brahmadatto nel padiglione reale di Ambalatthiko, per la dimora di una notte. Ed anche allora Suppiyo, il pellegrino, con più di un argomento parlava contro il Buddha, parlava contro la Dottrina, parlava contro l'Ordine. Invece il discepolo di Suppiyo, il pellegrino, il giovane Brahmadatto con più di un argomento parlava a favore del Buddha, parlava a favore della Dottrina, parlava a favore dell'Ordine. Così questi due, maestro e discepolo, l'un contro l'altro in diretto contrasto, seguivano passo passo il Sublime e la schiera dei monaci.3. Dunque nella notte a molti monaci, alzatisi prima dell'alba, nella rotonda sala insieme seduti, insieme adunati, sorse desiderio di parlare: «È meraviglioso, o amici, è straordinario, o amici, come da lui, dal Sublime, sapiente, veggente, Santo, Perfetto, perfettamente Svegliato, siano ben note le diverse propensioni degli esseri. Quel Suppiyo, il pellegrino, con più di un argomento parla contro il Buddha, parla contro la Dottrina, parla contro l'Ordine. Invece il discepolo di Suppiyo, il pellegrino, il giovane Brahmadatto, con più di un argomento parla a favore del Buddha, parla a favore della Dottrina, parla a favore dell'Ordine. Così questi due, maestro e discepolo, l'un contro l'altro in diretto contrasto, seguono passo passo il Sublime e la schiera dei monaci».4. Dunque il Sublime, cui era noto il desiderio di parlare dei monaci, entrò nella rotonda sala, entrato sedé sull'apprestato sedile, seduto disse ai monaci così: «Corpo ed anima nella conversazione, o monaci, qui riuniti sedete.Qual è il vicendevole discorso interrotto?» Così avendo egli detto, i monaci così risposero al Sublime: «Ecco, o signore, nella notte, a noi alzati prima dell'alba, nella rotonda sala insieme seduti, insieme adunati, sorse desiderio di parlare: è meraviglioso, o amici, è straordinario, o amici, come da lui, dal Sublime, sapiente, veggente, Santo, Perfetto, perfettamente Svegliato siano ben note le diverse propensioni degli esseri. Quel Suppiyo, il pellegrino, con più di un argomento parla contro il Buddha, parla contro la Dottrina, parla contro l'Ordine. Invece il discepolo di Suppiyo, il pellegrino, il giovane Brahmadatto, con più di un argomento parla a favore del Buddha, parla a favore della Dottrina, parla a favore dell'Ordine. Così questi due, maestro e discepolo, l'un contro l'altro in diretto contrasto, seguono passo passo il Sublime e la schiera dei monaci'. Questo proprio, o signore, il vicendevole discorso interrotto quando entrò il Sublime».5. «Se qualcuno, o monaci, contro me parla, se contro la Dottrina parla, se contro l'Ordine parla, in voi allora non sorga collera, non scontento, non turbamento di mente. Se qualcuno, o monaci, contro me parla, contro la Dottrina parla, contro l'Ordine parla, e voi foste offesi o dolenti, ne verrebbe a voi impedimento. Se qualcuno, o monaci, contro me parla, contro la Dottrina parla, contro l'Ordine parla, e voi foste offesi e dolenti, potreste allora forse riconoscere se l'altrui discorso è giusto o falso?»«No di certo, o signore».«Se qualcuno, o monaci, contro me parla, contro la Dottrina parla, contro l'Ordine parla, allora voi respingete il non esistente come non esistente: Ciò proprio non è esistente, ciò proprio è falso, in noi non v'è ciò; al contrario in noi ciò non si realizza .6. Se qualcuno, o monaci, a favore mio parla, a favore della Dottrina parla, a favore dell'Ordine parla, in voi allora non sorga felicità, non piacere, non esaltazione della mente, Se qualcuno, o monaci, a favore mio parla, a favore della Dottrina parla, a favore dell'Ordine parla, e voi foste felici, compiaciuti, esaltati, ne verrebbe a voi impedimento. Se qualcuno, o monaci, a favore mio parla, a favore della Dottrina parla, a favore dell'Ordine parla, allora voi riconoscete l'esistente come esistente: Ciò proprio è esistente, ciò proprio è vero, ciò è in noi, ciò in noi si realizza.7. L'apparenza, o monaci, l'esteriorità, il comportamento, è proprio quello per cui un uomo comune nelle sue chiacchiere può parlare a favore del Compiuto. E qual è l'apparenza, l'esteriorità, il comportamento con cui un uomo comune, nelle sue chiacchiere, può parlare a favore del Compiuto?8. Ha rinunciato ad uccidere, si astiene dall'uccidere l'asceta Gotamo, senza mazza, senza spada, riguardoso, pieno di simpatia, amico e compassionevole con tutti gli esseri viventi dimora così parlando, o monaci, può parlare un uomo comune a favore del Compiuto.Ha rinunciato al non dato, si astiene dal non dato l'asceta Gotamo, (solo) il dato ricevendo, (solo) il dato accogliendo, con puro animo, non furtivo, in sé dimora così parlando, o monaci, un uomo comune può parlare a favore del Compiuto.Ha rinunciato alla condizione di impurità, è in condizione di purezza l'asceta Gotamo, in condizione di solitudine, si astiene dalla comune legge sessuale così parlando, o monaci, un uomo comune può parlare a favore del Compiuto.9. Ha rinunciato alla menzogna, si astiene dalla menzogna l'asceta Gotamo, veritiero, tutt'uno col vero, fermo, conseguente, non adulatore del mondo così parlando, o monaci, un uomo comune può parlare a favore del Compiuto.Ha rinunciato a parole maligne, si astiene da parole maligne l\'asceta Gotamo; quanto qua ode non riferisce là per la disunione di quelli, quanto là ode non riferisce qua per la disunione di questi. Così è dei discordi conciliatore, dei concordi rafforzatore, nell'armonia lieto, nell'armonia giocondo, nell'armonia felice, parole che generano armonia egli parla.Così parlando, o monaco, un uomo comune può parlare a favore del Compiuto.Ha rinunciato a parole aspre, si astiene da parole aspre l'asceta Gotamo. Parole non pungenti, dolci all'orecchio, amorevoli, che scendono al cuore, corrette, che molti rallegrano, che molti sollevano, parole siffatte egli dice. Così parlando, o monaco, un uomo comune può parlare a favore del Compiuto.Ha rinunciato alle chiacchiere, si astiene da chiacchiere l'asceta Gotamo, interlocutore tempestivo parla di cose reali, parla di cose profittevoli secondo la Dottrina, secondo la Norma, dice parole ricche di contenuto, opportunamente adorne di paragoni, adeguate al soggetto, parole siffatte egli dice. Così parlando, o monaco, un uomo comune può parlare a favore del Compiuto.10. Si astiene dal danneggiare gli esseri che nascono da semi l'asceta Gotamo; una sola volta (al giorno) si nutre l'asceta Gotamo. Di notte digiuna, si astiene da cibo fuori tempo l'asceta Gotamo. Si astiene da danze, canti, giuochi, spettacoli l'asceta Gotamo. Si astiene da corone, profumi, unguenti, ornamenti, acconciature, addobbi l'asceta Gotamo. Si astiene da alti e grandi letti l'asceta Gotamo. Si astiene dall'accettare oro ed argento l'asceta Gotamo.Si astiene dall'accettare cereali crudi l'asceta Gotamo.Si astiene dall'accettare carne cruda l'asceta Gotamo. Si astiene dall'accettare donne e fanciulle l'asceta Gotamo. Si astiene dall'accettare servi e serve l'asceta Gotamo. Si astiene dall'accettare pecore e capre l'asceta Gotamo. Si astiene dall'accettare polli e maiali l'asceta Gotamo. Si astiene dall'accettare elefanti, buoi e cavalli l'asceta Gotamo. Si astiene dall'accettare proprietà terriere l'asceta Gotamo.Si astiene dall'assumere messaggi, commissioni, incarichi l'asceta Gotamo. Si astiene da compravendita l'asceta Gotamo. Si tiene lontano da falsa bilancia, falsa moneta, falsa misura l'asceta Gotamo. Si tiene lontano dalle tortuose vie dell'inganno, della frode, della bassezza l'asceta Gotamo. Si tiene lontano da ferimenti, da risse, baruffe, furti, rapine, violenze l'asceta Gotamo. Così parlando, o monaci, un uomo comune può parlare a favore del Compiuto.da: Discorsi lunghi a cura di E. Frola - trad. di E. Frola - Bari, Laterza, 1960

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