I QUATTRO VEDA
Dapprima tramandati oralmente e poi, molto più tardi, fissati per iscritto, i Quattro Veda (Veda degli inni, Veda delle formule magiche, Veda delle melodie, Veda delle formule sacrificali) costituiscono i fondamenti dell'Induismo.



Rig Veda
Testo religioso della letteratura indiana antica

E' uno dei quattro Veda, insieme con l' Atharva Veda, il Sama Veda e lo Yajur Veda: in realtà questa suddivisione è del tutto convenzionale, anche perchè, propriamente parlando, non c'è un solo Rig Veda ma diversi Rig Veda, secondo le varie redazioni in cui i testi vedici ci sono stati tramandati. Il Rig Veda pare comunque il testo vedico più antico: la sua composizione sembra risalga al secondo millennio a.C.; di tratta di una raccolta di inni (circa un migliaio), dedicati agli dei: gli inni sono divisi in dieci "cerchi". Questi inni, oltre a essere preghiere e invocazioni, sono anche confessioni (chi li recitava confessava le proprie colpe per purificarsi e rendersi così degno di sacrificare al dio). Le immagini sono numerose, ricche, variopinte, ma lo stile, a lungo andare, risulta monotono: del resto gli autori non avevano tanto finalità artistiche, quanto scopi religiosi (per altro molti inni hanno anche un grande valore poetico). E' stato scritto che la funzione degli inni nel Rig Veda è paragonabile a quella dei Salmi nella liturgia cristiana: prima di tutto, brani composti da poeti che conoscono bene l'arte retorica: ogni divinità, in ciascun inno, è posta al vertice della gerarchia divina, il che finisce col produrre un effetto curioso di enoteismo invero letterario e non teologico: Agni è il sommo dio negli inni a lui dedicati, Indra negli inni dedicati a Indra e così via. Di notevole importanza sono gli inni dedicati ad Agni, il dio del fuoco e del focolare, quindi la divinità familiare. Suo compito è permettere il collegamento fra questo mondo e il mondo divino: Agni mangia l'offerta (il fuoco brucia l'offerta) e la porta agli dei. Agni è il simbolo della sicurezza, della forza, della compattezza e della fortuna della famiglia: "Portaci, o Agni, alla ricchezza per mezzo della buona via, / portaci, dio che conosci tutte le strade! / Risparmiaci l'errore che rovina, / perchè noi vogliamo cantarti in molteplici modi ... // Sìi una fortezza per noi e i nostri figli; porta ai nostri salute e giustizia. / Tu, Agni, risparmiaci le malattie: che queste si attacchino a coloro che sono privi del tuo soccorso!". Un'altra divinità liturgica è Soma: è il succo della pianta che porta lo stesso nome, trasformato in divinità. Questa pianta veniva colta sulle montagne, tritata e poi spremuta in mortai o con macine: ne usciva un succo che veniva filtrato, messo in tazze di legno e lasciato fermentare: veniva offerto agli dei e bevuto dagli offerenti. L'ebbrezza (o l'intossicazione) che provocava veniva forse ritenuta una "parvenza" di ciò che produceva il "vero" soma, quello degli dei, cioè l'ambrosia: "Io ho gustato il soave elisir, / colui che compiace, il grande liberatore: / colui che tutti, dei e mortali / cercano e bramano e chiamano miele": così dice il bevitore di soma, del quale fra gli dei è particolarmente appassionato Indra. Numerosi inni sono dedicati a Varuna, il dio sovrano che comprende in sè il cielo notturno, che è il suo mantello, cosparso di stelleocchi, il signore dell'Ordine (del Cosmo) morale e universale, il Signore delle Acque. Negli inni è associato a Mitra, colui che garantisce l'autorità spirituale, e quindi controlla il comportamento morale degli uomini: lega il peccatore e libera il pentito. Vanno poi ricordati gli inni al Sole, signore del tempo, quindi ordinatore delle sacre cerimonie, e chiamato Savitar o l'Incitatore (perchè invita gli uomini al lavoro o li conduce al riposo col suo muoversi celeste), gli inni alla Notte ("O Notte, lo spazio terrestre è stato riempito da te, / secondo i comandamenti del Padre. / Tu ti stendi in altezza fino alle dimore del cielo. / Ecco che scendono le tenebre scintillanti"), all'Aurora ("Ecco che si avvicina la luce, la più bella delle luci, / il messaggero radioso è nato, già possente. / La Notte era sorta sotto l'impeto di Savi-tar, / ed ora cede il suo letto all'Aurora"), a Indra, dio guerriero, che s'inebria di soma e seduce le mortali, benchè sia sposato (è in questo affine a Zeus): aiuta gli Aria nella conquista di nuovi territori, quindi fonte di maggiore benessere, e li aiuta anche mandando loro la benefica pioggia, che ottiene squarciando le nubi e il cielo con la sua arma possente, il fulmine. Questi caratteri di Indra sono elencati e cantati negli inni.


Atharva Veda
Testo sacro della letteratura indiana antica in lingua sanscrita

Si tratta di una raccolta di formule magiche, di inni magico-rituali e anche di canti speculativi, che non fanno parte del canone ortodosso dei Veda. Comprende una serie di canti che si trovano anche nel RigVeda. Nella redazione più attendibile, l'AtharvaVeda comprende 731 inni, divisi in 20 libri (circa 6000 versi). Il nome significa "Scienza dell'Atharvan", e Atharvan vuol dire "sacerdote" (nella sua accezione più antica), stregone, incantatore (in quella più recente). Gli inni sono formule magiche recitate dall'officiante durante certi riti solenni. Potevano avere efficacia per ottenere l'amore di una donna, la guarigione dalle malattie, la salvezza dall'incendio. Alcuni inni non hanno valore magico: sono inni di preghiera o di rendimento di grazie (alla Luna, per esempio) . Moltissimi si riferiscono alla guerra e si prefiggono che il re non venga sconfitto: infatti l'atharva o purohita (cappellano regale), veniva considerato, per così dire, spiritualmente responsabile della nazione impersonata dal re e doveva ottenere l'aiuto di tutte le forze celesti. Il libro riflette le più antiche tradizioni e superstizioni magiche indoeuropee, nonchè tratti estremamente arcaici del folklore: gli autori hanno comunque rielaborato questo materiale originario, che si presenta a noi, nell'AtharvaVeda, in forma letteraria e spesso veramente poetica. L'opera riunisce le formule necessarie per rendere efficaci i talismani protettori, che liberano coloro che li possiedono dai demoni della miseria, delle malattie e della morte: i talismani possono essere amuleti, unguenti o anche le formule stesse. Ecco, per esempio, il talismano d'oro: "L'oro, nato dal fuoco, che fu dato ai mortali come una cosa immortale; colui che lo conosce lo merita; colui che lo porta morirà in tarda età ... Io te lo metto per la durata della vita, per lo splendore, per la forza e il vigore: in modo che davanti agli uomini tu risplenda sotto i fuochi dell'oro! Colui che conosce il dio Varuna, colui che conosce il dio Brhaspati, che conosce Indra uccisore di Vrtra, che sia per te di lunga vita, che ti dia prestigio!". Altre poesie si propongono di guarire gli individui colpiti da mali come l'emorragia, la follia, il veleno dei serpenti. La malattia viene concepita come un demone che deve essere cacciato, mentre altre formule consistono nel "comandare" all'organo malato di ritornare alla normalit. Un lungo inno è dedicato alle piante medicinali: "Che salvino quest'uomo dai mali inviati dagli dei, queste erbe! Loro padre è il Cielo, loro madre la Terra, loro radice l'Oceano ... Con la potenza che è vostra, o Piante potenti, e la forza e il vigore, liberate quest'uomo dal male!". E più avanti: "La radice è di miele, di miele la punta, di miele il mezzo delle Erbe, di miele le loro foglie, di miele il loro fiore; partecipando al miele esse sono l'alimento dell'immortalità. Possiamo noi trarre il loro burro, primo dei nutrimenti che vengono dalla vacca. Finchè sono sulla terra in numero e quantità di specie, possano le piante dalle mille foglie liberarmi dalla morte, dall'angoscia!". Ecco un inno contro gli incubi notturni: "Tu che non sei nè vivente nè morto, o Sonno, tu sei il figlio immortale degli Dei, la sposa di Varuna è tua madre, Yama è tuo padre: sei chiamato Araru. Noi sappiamo la tua origine, o Sonno. Tu sei il figlio delle sorelle divine, il servo di Yama. Sei il Termine, sei la Morte. Ti conosciamo bene, Sonno. Guardaci dal cattivo sogno, o Sonno!". Suggestivo è l'incantesimo contro la Morte, che così inizia: "Che le cose vicine ti rimangano vicine, e così le cose lontane! Non andartene, non seguire gli antichi Padri! Io attacco fortemente il tuo spirito vitale. Se ti ha stregato un uomo dei tuoi o uno straniero, io ti annuncio con la mia voce queste due cose: liberazione, riposo". Altre formule assicurano la prosperità, il bel tempo, la buona semina, la fecondità del bestiame, la vincita al gioco. Molti sono gli incantesimi d'amore: quelli che servono per far sorgere l'amore nel cuore dell'amato indifferente, quelli che servono per conservarlo, quelli che rendono potenti i filtri d'amore. Ecco un incantesimo d'amore: "Desidera il mio corpo, i miei piedi, i miei occhi, le mie cosce. Che i tuoi occhi, i tuoi capelli, amorosa, si consumino di passione per me! Ti faccio appendere al mio braccio, attaccare al mio cuore. Che tu cada in mio potere, che tu ti sottometta alla mia volontà! Quelle che hanno nel cuore la tenerezza come un piccolo che esse leccano, le vacche, madri del burro sacro, che facciano in modo che questa donna mi ami!". La donna invoca la liquirizia, nata dal miele, e dice: "Io sono più dolce del miele, e più dolce della liquirizia. Come l'ape vicino al fiore, così tu possa languire vicino a me". E un'altra: "La follia d'amore viene dalle Apsaras, dai carri sempre vittoriosi: lanciatela su quest'uomo, o Dei, che egli bruci per me". Non poche sono le maledizioni: per cacciare i demoni o per mandarli dai propri nemici o rivali, per eliminare gli influssi di malaugurio, per formulare incantesimi di morte. Numerosi sono i canti di battaglia, le formule da recitare durante il combattimento.


Sama Veda
Raccolta di inni della letteratura indiana antica

Si tratta di un'antologia di inni, tolti dal Rig Veda, del quale quindi può essere considerato una parte. Il nome significa "Veda delle melodie". Si tratta di un "libro di canti" per l'uso pratico dei sacerdoti-cantori, per le necessità della liturgia. Benchè composto di inni compresi nella raccolta maggiore (ma in altre redazioni anche nell' Atharva Veda), assumeva nel rituale indiano un valore autonomo e sacro, come un'entità a sè. Così per esempio nel lungo e complesso rito matrimoniale, tra i numerosi canti e le molte preghiere alle varie divinità, c'è la preghiera recitata dallo sposo, durante l'offerta di un sacrificio (la sposa sta dietro il marito e gli tiene una mano su una spalla). La preghiera è composta di quattro strofe: la prima è rivolta al dio Agni, alla Terra, e al Rig Veda; la seconda a Vayu all'Aria, e al Yajur Veda; la terza appunto, a Surya (il Sole), al Cielo e al Sama Veda; la quarta, infine, a Chandra (la Luna) agli "Orienti", e al Brahma Veda (che è un altro nome con cui è chiamato l' Atharva Veda).


Yajur Veda
Libro di preghiere della letteratura indiana antica

La materia, distribuita in 40 parti, è esposta in versi e in prosa. Per lo più si tratta di ripetizioni di inni e preghiere del Rig Veda e del Sama Veda. Poi maledizioni, scongiuri, indovinelli, storielle (anche oscene: avevano lo scopo di divertire gli dei durante i riti). Questo libro, molto interessante per gli studiosi di storia delle religioni, ci è pervenuto in due versioni: una, detta "bianca", contiene solo le preghiere o mantra, la seconda, detta "nera", contiene anche le indicazioni per il sacerdote (come svolgere i riti, quali formule pronunciare e in quale momento). Il nome sanscrito significa Veda delle formule sacrificali.
 

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