Il Cavaliere errante
Le chevalier errant di Tommaso III marchese di Saluzzo è un testo in apparenza
strano, per certi versi testimonianza pseudo-autobiografica del tempo in cui fu
composto - l’ultimo decennio del Quattordicesimo secolo - per altri composizione
ibrida, mista di prosa e di versi, a metà strada tra il romanzo cavalleresco, il
trattato enciclopedico e lo scritto etico-allegorico. [...]
Il “romanzo” racconta l’Aventure del protagonista, un io narrante che
s’identifica con l’autore e che, partito in cerca dell’amata, passa attraverso i
successivi regni del Dio d’amore, di Dama Fortuna e infine di Dama Conoscenza
(la saggezza), visitando anche il palazzo degli eletti dove fa la conoscenza dei
“nove Preux” (i “Prodi”, i re-eroi fondamentali nella storia e nella letteratura
epica, desunti tre dalla storia sacra, tre da quella profana antica e tre da
quella cavalleresca: Giosuè, David, Giuda Maccabeo; Ettore, Alessandro, Cesare;
Artù, Carlomagno, Goffredo di Buglione). Questi nove personaggi esemplari, cui
si affiancarono anche nove figure femminili illustri (le Preuses), furono alla
base di una specie di vero e proprio culto: ne parlò per primo verso il 1312
Jacques de Longuyon in un componimento scritto in celebrazione di un torneo, il
Voeux du Paon, e da allora essi si trovarono al centro di scritti, cortei e
spettacoli - ma anche parodie - fino al Cinquecento. [...]
L’Aventure era fin dal Dodicesimo secolo il centro esistenziale del romanzo
cavalleresco, come ben si vede nei romanzi del cosiddetto “ciclo del Graal”. È
forse riduttivo tradurre tale termine con la parola “avventura”. In realtà, si
trattava di una ricerca all’inizio senza scopo preciso, che si traduceva in un
viaggio privo di una meta: tuttavia, nel corso di esso, il cavaliere acquisiva
progressiva coscienza di se stesso tanto da trasformare l’Aventure in vera e
propria Queste, cerca di se stesso e della verità ultima delle cose (che poteva,
appunto, venir simboleggiata dal Graal). In tal modo il racconto, che si era
snodato attraverso la narrazione di amori, di battaglie, d’incontri con creature
terribili e/o meravigliose - draghi, mostri, demoni, fate eccetera - approdava a
una sorta di seduta psicoterapeutica attraverso la quale istinti e desideri si
depuravano e si sublimavano.
Si è parlato a lungo della “verosimiglianza” del percorso descritto nei romanzi
d’Aventure. Essa era in realtà un percorso spirituale, che tuttavia poteva
tradursi, per le aristocrazie armate dei secoli Dodicesimo-Quindicesimo e magari
oltre, in forme concrete: la crociata, la partecipazione a veri e propri
campionati di torneo, il servizio militare mercenario. In tali occasioni, il
cavaliere metteva alla prova l’educazione etico-iniziatica ricevuta, la
traduceva in termini di coraggio e di lealtà oppure la tradiva.
I modelli che stanno alla base del componimento di Tommaso III sono molti. Senza
dubbio anzitutto la Psychomachia redatta in latino nel 405 da Prudenzio, un
poema che sotto forma allegorica narra della lotta che si svolge nell’anima tra
le sette Virtù teologali e cardinali e i sette Vizi capitali, rappresentati
tutti sotto l’aspetto di eroi epici. Modello capitale di Prudenzio era La
Tebaide di Stazio, che nell’Undicesimo secolo era, insieme con Ovidio, l’autore
latino più letto, e che si era a sua volta ispirato alla tragedia di Eschilo I
sette contro Tebe: verso il 1150 un chierico normanno restato anonimo si era
ispirato a Stazio per redigere un Roman de Thebes. Ma l’opera di Prudenzio era
rimasta fondamentale per chiunque intendesse fornire al romanzo cavalleresco un
senso allegorico-morale.
Non bisogna neppure dimenticare l’esempio fornito dal romanzo allegorico-cortese
per eccellenza, il Roman de la Rose; né quello del petrarchesco poema latino in
esametri Africa dove, seguendo un modello ispirato al poeta tardo-romano
Claudiano (un altro “divo” per la letteratura medievale), si era rappresentato
il Palazzo della fama. Anche le successive visite ai “regni” dell’Amore, della
Fortuna e della Saggezza che costituiscono il tessuto iniziatico del romanzo di
Tommaso III s’ispirano, dal canto loro, a un’altra opera del Petrarca, I Trionfi.
Infine, l’exploit letterario del marchese di Saluzzo, nel cui zibaldone
confluisce tutto il sapere enciclopedico delle innumerevoli epitomi medievali (bestiari,
erbari, lapidari, opere come gli Specula di Vincenzo di Beauvais e i trattati
eruditi di Giovanni Boccaccio), deve molto all’oceanica opera di uno dei più
enigmatici e affascinanti personaggi femminili del Trecento, la poetessa e
studiosa Christine de Pizan. Figlia dell’illustre medico e astrologo Tommaso di
Benvenuto, nata a Pizzano presso Bologna e giunta in Francia verso il 1368,
Christine aveva saputo affermarsi alla corte di Carlo V re di Francia ed era
divenuta la diva delle varie corti principesche dell’epoca, la sanguigna e
affascinante età della Guerra dei cent’anni cui Johan Huizinga ha dedicato il
suo indimenticabile Autunno del medioevo.
Nel poema di Tommaso si colgono molto netti gli echi di molte opere di
Christine: ma la cronologia è complessa, e non è detto che l’una e l’altro si
siano influenzati a vicenda, magari in una specie di gara non scevra di aspetti
polemici. Certo è che le tematiche dei due scrittori si somigliano e
s’intrecciano: esse sono, del resto, quelle tipiche dell’ultima età gotica.
[...]
Ma il carattere erudito e fantastico del poema di Tommaso III non deve farne
dimenticare l’aspetto politico e politologico. Il marchese di Saluzzo, le terre
del quale erano passate dall’egemonia francese all’attrazione nella sfera
viscontea fino alla sovranità savoiarda, tendeva a sottolineare - col racconto
del suo viaggio dalla sensuale e giovanile spensieratezza del "regno del Dio
d’amore" all’incertezza del “regno della Fortuna” e quindi al solido approdo in
quello della Saggezza - ch’era all’esperienza, alla solida preparazione e
all’equilibrio delle sua capacità di governo, non al solo diritto delle armi e
della discendenza ereditaria, ch’egli doveva il suo feudo.
Il percorso allegorico nel racconto epico-avventuroso dei romanzi di cavalleria
fece comunque epoca. Già avviato dal Roman de la Rose, si andò riflettendo e
rifrangendo in tutti i capolavori tardomedievali e protomoderni del genere: dal
toscano Guerin Meschino al Livre de Coeur d’amour épris di “re” Renato d’Angiò,
al castigliano Amadis de Gaula, fino allo stesso immortale Don Chisciotte. Del
resto gli stessi temi barocchi della libertina Mappa dell’Amore [...] e del
gesuitico Itinerario dal Mare del peccato all’Isola di salvezza continuarono ad
ispirarvisi, variamente combinandosi con la letteratura utopica. E pour cause:
l’itinerario allegorico-cavalleresco altro non era, in fondo, che l’ennesima
veste del tema poetico più antico del mondo, il viaggio iniziatico verso l’Altro
mondo. Da Gilgamesh a Dante, non abbiamo mai cessato di sognare, di scrivere,
d’immaginare di quello. Se ne sono ricordati anche l’Ulysses di James Joyce e La
storia notturna di Carlo Ginzburg.