Ulisse
romanzo dello scrittore irlandese James Joyce (1882-1941),
edito a Londra nel 1922.
E'
l'opera maggiore di Joyce e costituisce uno dei documenti più importanti della civiltà letteraria del nostro secolo. Quando
fu pubblicato, e per molti anni ancora, fu ritenuto opera
pressochè inintelleggibile, tale era la rivoluzione che essa
operava nei confronti della narrativa tradizionale: neppure
Proust, che pure è stato un innovatore, fu tanto discusso nè ritenuto tanto radicalmente tale. In che misura e come si
sviluppa la rivoluzione joyciana? Fondamentale è sapere che la
libertà di tecnica narrativa come di sequenza logica dei
fatti narrati è assoluta; l'autore costruisce il suo romanzo
avvalendosi di tutte le tecniche esistenti e inventandone di
inedite, dal monologo interiore al flusso di coscienza,
dalla narrazione ottocentesca alla parodia, dal dramma
dialogato al "catechismo"; ma questi non sono che mezzi del
narrare, e anche se usati con estrema maestria, non
riuscirebbero a fare di questo scritto un'opera d'arte; ciò
che lo rende tale è il fatto di aver colto personaggi vivi,
paesaggi vitali, vicende autentiche, in un contesto
balenante, teso, geniale che riproduce genialit, balenio,
tensione di quel misterioso insieme di nervi e coscienza che
è
la mente umana; tutto quanto nell'Ulisse è visto secondo
l'occhio della mente dell'uomo, nella sequenza inquietante e
pazzesca di desideri, osservazioni, ribellioni, pentimenti,
viltà, eroismi, perversioni, furberie, ingenuità, disperazioni,
aspirazioni, che neppure noi stessi riusciremmo mai a
catalogare, la cui comprensione si affida all'intuizione
soltanto: nessuna narrazione mediata attraverso il narratore,
ma i fatti messi sulla pagina così come nascono nella mente
dei personaggi; caotici, incoerenti all'apparenza,
sovrapposti per la rapidità e labilità delle immagini della
coscienza, essi offrono in questo modo la radice da cui
nascono, il dramma della loro origine, i legami sottili e
inquietanti che esistono fra i più disparati, così come è nella
realtà della mente di ciascun uomo. In questo senso il
protagonista dell'opera, Leopold Bloom, può essere
considerato un Ulisse, un eroe smitizzato e attuale, e la
sua Dublino il mondo, nel quale va peregrinando fra Ciclopi,
Circi, Calipso, Lestrigoni, Nausiche e il resto, verso Itaca
e Penelope; un eroe, come è stato infine l'Ulisse omerico,
dolente, felice e infelice, tradito e traditore, come tutti
gli uomini. La moglie di Bloom una Penelope attuale, dalla
vena volgare, dalla coscienza tuttavia turbata fra la
ricostruzione della tela e la sua distruzione; Dedalus, il
giovane amico di Bloom, infine, già protagonista di un
precedente romanzo autobiografico di Joyce, anche qui
rappresenta forse l'autore stesso, l'artista, comunque colui
che risveglia nel povero Bloom un sentimento autentico di
amore paterno: "Il viso mi ricorda la sua povera mamma. Nel
bosco ombroso. Il profondo seno bianco ... Una ragazza.
Qualche ragazza. La miglior cosa che possa capitargli ... (Mormora)
... giuro che riconoscerò sempre, celerò sempre, mai rivelerò,
parte o parti, arte o arti ... (Mormora) sulle sabbie
ineguali del mare ... a una fune di distanza dalla spiaggia
... dove la marea rifluisce ... e rifluisce ... (Silenzioso,
pensoso, vigile, sta in guardia ... Contro il muro oscuro
appare lentamente...)". Joyce stesso indicò i titoli delle
varie sezioni dell'Ulisse nella sua corrispondenza privata,
però ne vietò la pubblicazione insieme alla sua opera; le tre
parti sono Telemachiade, Odissea, Nostos, che, con il loro
sottotitolo, indicano chiaramente l'intenzione costruttiva e
logica dell'autore di voler rifare un'Odissea
reinterpretando maliziosamente e realisticamente l'opera
classica, secondo l'esperienza disincantata dell'uomo
attuale senza miti. Agente di pubblicità in Dublino, Leopold
Bloom peregrina per il suo lavoro e per il suo piacere dalle
otto del mattino alle due della notte successiva, il giorno
16 giugno 1904. La sua Odissea non è altro che la serie dei
suoi incontri per le strade, nei locali pubblici, nei
bordelli di Dublino; mille cose si realizzano intorno a lui,
nascite, morti, tradimenti, balordaggini, sentimenti, è una
giornata come tante, priva d'importanza, che non sia il
fatto vitale di sedici ore in divenire, irripetibili, e per
questo gi di per sè drammatiche, storicizzate nella sequenza
dei minuti che le scandiscono; i personaggi vivono ciascuno
il suo proprio dramma di solitudine e coscienza, in lotta
fra il bene e il male: "Oh quel pauroso torrente laggiù in
fondo. Oh il mare il mare qualche volta cremisi come il
fuoco e gli splendidi tramonti e i fichi nei giardini
dell'Alameda sì" ... "e i gerani e i cactus e Gibilterra da
ragazza dov'ero un fior di montagna sì quando mi misi la rosa"
... "e come mi baciò sotto il muro moresco e io pensavo be'
lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di
chiedere ancora sì e allora mi chiese se io volevo sì dire di
sì mio fior di montagna e per prima cosa". Queste le parole
conclusive (segue ancora qualche frase) del lungo romanzo,
conclusive anche di un lungo monologo della donna che ha
tradito il marito; monologo denso di particolari di una
spietatezza volgare e di un realismo senza reticenze, ma
senza falsi pudori, come raramente si può incontrare, e
tuttavia quasi sempre senza esserne urtati. Altre volte si
accavallano fatti e pensieri: "Le dita balenanti di Bob
Cowley suonavano di nuovo nei registri alti. Il padron di
casa ha la preced. Un po' di tempo. Long John. Big Ben.
Lievemente suonava" ... "Mare, vento, foglie, tuono, acque,
mucche muggenti, il mercato del bestiame" ... "I contadini
fuori. Facce verdi affamate che mangiano foglie di romice.
Carina questa". Mosaico infinito di azione, pensiero,
conscio, subconscio, a delineare, frantumare, scolpire,
arrotondare, affilare tutta la vita di questo povero-ricco
eroe della Terra che è l'Uomo. La tecnica dominante, che è
quella del "flusso di coscienza", permette all'autore di
dare l'illusione, che non lascia requie, dell'incessante
agitarsi dell'anima, in tutte le sue componenti più segrete:
e il lettore si fa, anch'egli, Ulisse della propria
avventura, in cui squallore e speranze si impastano con
sogni marini e ricordi frantumati.
Anna Livia
Plurabella