NIKOS KAZANTZAKIS, IL FIGLIOL PRODIGO DI CRETA

"Veniamo da un abisso oscuro; ritorniamo in un abisso oscuro. Lo spazio luminoso
che intercorre tra di loro lo chiamiamo vita. Appena nati inizia il nostro
ritorno; contemporaneamente l’inizio e il ritorno; ogni attimo moriamo. Per
questo molti hanno protestato: lo Scopo della vita è la morte. "
Il più famoso scrittore contemporaneo cretese è Nikos Kazantzakis. Nato nel
1883 a Iraklio, la capitale di Creta allora sotto il dominio turco, Kazantzakis
trascorse la sua infanzia nel periodo in cui sull'isola si respirava un'aria
di rivoluzione e di cambiamento. Nel 1897 la rivoluzione scoppiata contro il
dominio turco costrinse lo scrittore a lasciare Creta per studiare a Nàxos,
Atene e poi a Parigi. Kazantzakis iniziò a dedicarsi alla scrittura solo nel
1914, all'età di 31 anni, traducendo in greco libri di carattere filosofico.
Per molti anni lo scrittore viaggiò in tutta Europa (Svizzera, Germania,
Austria, Russia e Gran Bretagna), traendo ispirazione per una serie di
libri-documentario su paesi stranieri, che scrisse verso la fine della sua
carriera letteraria.
Nikos Kazantzakis era uno scrittore molto complesso e le sue prime opere
furono fortemente influenzate dalle idee filosofiche prevalenti del tempo.
La filosofia nichilista di Nietzsche ebbe una notevole influenza sul lavoro
di Kazantzakis, che fu sempre tormentato da una profonda angoscia
esistenziale. Il suo rapporto con la religione fu sempre molto difficile:
anche se si dichiarava non credente, le sue posizioni non furono mai molto
nette. Lo scrittore riteneva che il suo poema Odissea (1938), ispirato a
Omero, fosse il suo capolavoro, un'opera che avrebbe dovuto porre il suo
nome accanto a quelli di Virgilio, Tasso e dello stesso Omero. Il poema di
Kazantzakis, complesso e composto da 33.333 versi giambici, non è riuscito a
realizzare il sogno dell'autore, ma resta un esempio significativo della
produzione lirica della Grecia contemporanea.
Per ironia della sorte, Kazantzakis diventò famoso solo verso la fine della
sua carriera letteraria, quando iniziò a scrivere romanzi. In particolare
furono libri come Zorba il greco (1946) e t'ultima tentazione (1948) a
renderlo famoso in tutto il mondo. Il romanzo di Zorba fu portato sullo
schermo da Michael Cacoyannis nel 1964 e reso immortale dall'interpretazione
di Anthony Quinn.
Kazantzakis mori il 26 ottobre 1957 mentre si trovava a Friburgo, in
Germania. Nonostante le resistenze della chiesa ortodossa, lo scrittore ebbe
un funerale religioso e il suo corpo venne sepolto nella parte meridionale
del Bastione di Martinenga, che fa parte delle antiche mura di Iraklio.
Cristo è
ricrocifisso
Romanzo dello scrittore greco Nikos Kazantzakis (1883-1957), pubblicato ad Atene
nel 1954.
L'azione si svolge a Lykovryssi, villaggio dell'Asia Minore abitato da cristiani
ortodossi e governato da un agà turco. Nel villaggio si usa festeggiare la
Pasqua rappresentando ogni sette anni il dramma della Passione; e ancora una
volta vengono scelti gli attori. Da questo momento i futuri protagonisti vivono,
senza quasi accorgersene, nello spirito del Vangelo, inconsapevolmente
trasformandosi nelle figure a loro affidate. Così, quando da un villaggio
bruciato dai Turchi giungono dei profughi greci, mentre l'avido ed egoista prete
di Lykovryssi, Papa-Grigoris, vorrebbe scacciarli, i contadini che faranno la
parte di Cristo e degli Apostoli li accolgono fraternamente e li aiutano a
sistemarsi nelle grotte di una vicina montagna, Sarakina. Specialmente
tormentato dalla sua nuova anima è "il Cristo", un giovane pastore di nome
Manolios, il quale, rinunciando alla fidanzata, si propone di redimere la vedova
peccatrice che interpreterà la figura della Maddalena. E quando viene ucciso
Yussufaki, il bell'efebo amato dall'agà, egli si accusa del delitto per stornare
la sua minaccia di incendiare il villaggio e di passarne a fil di spada gli
abitanti, se non gli consegnano il colpevole. Ma la vedova, "la Maddalena",
contendendogli la corona del martirio, afferma che l'assassina del ragazzo è
lei. Nella sua collera, l'agà la sgozza con le proprie mani; ma súbito
comprendendo ch'essa ha mentito per salvare Manolios, ordina che quest'ultimo
sia condotto al patibolo. Senonché, con un imprevisto colpo di scena, una
schiava cristiana dimostra con prove irrefutabili che l'assassino è un turco, lo
scudiero dell'agà, anch'egli innamorato di Yussufaki. Manolios, salvo, comincia
a predicare la giustizia, la fraternità, l'amore e, ritenuto santo, riesce a
convertire qualche anima pura del villaggio. Frattanto un contadino ricchissimo,
Michelis, che deve fare la parte dell'apostolo Giovanni, dona ai rifugiati le
sue terre e li invita a prenderne possesso. Contro questa nuova comunità
cristiana si scatena però l'odio di coloro che vedono in essa una minaccia ai
loro egoismi; e alla loro testa è Papa-Grigoris, che scomunica Manolios. Quando
i profughi scendono dalla montagna per vendemmiare l'uva delle vigne offerte da
Michelis, Papa-Grigoris li accusa presso l'agà di agire da sovversivi, di
invadere la proprietà altrui e di disprezzare le leggi pretendendo la comunità
dei beni. Si viene così a guerra aperta: da una parte è il piccolo esercito dei
profughi, affamati ed esasperati, sotto la guida di un'anima ardente che milita
in nome di Cristo, Papa-Photis, e di Manolios; dall'altra i gretti benpensanti
di Lykovryssi, sostenuti dal loro prete. Uno degli uomini di Lykovryssi rimane
ucciso: Papa-Grigoris coglie allora l'occasione per chiedere all'agà la testa
dello scomunicato Manolios. Così il dramma biblico si ripete: a Manolios tocca
la sorte dell'Angelo, l'agà fa la parte di Ponzio Pilato, Papa-Grigoris quella
del Sommo Sacerdote ebreo: Cristo è stato crocifisso per la seconda volta. In
quest'opera, dove forti passioni si svolgono su uno sfondo intensamente colorito
di tradizioni e di costumi popolari greci, K. ha felicemente trasposto quella
parabola del Cristo ritornato e respinto che un altro ortodosso, Dostoevskij,
aveva immaginato nella leggenda del Grande Inquisitore, e le ha infuso una
vitalità primitiva e tragica che ne fa la piú compiuta espressione del suo mondo
ideale. Dal romanzo è stato tratto il film Colui che deve morire (1957) di Jules
Dassin. Trad. di M. Vitti col titolo Cristo di nuovo in croce, Milano, 1955.
Ulisse [Odissea]
Poema epico in 33.000 versi di diciassette sillabe dello
scrittore neogreco Nikos Kazantzakis (1883-1957), pubblicato ad Atene nel 1938.
Uccisi i pretendenti, Ulisse si sente prigioniero nella piccola Itaca, e,
insofferente delle divinità tradizionali e dei vecchi concetti di patria e di
famiglia, decide di intraprendere un nuovo viaggio (analogamente all'Ulisse di
Dante, di Tennyson e di Pascoli). Sceglie alcuni compagni liberi e intrepidi,
costruisce una nave e salpa, dopo aver unito in matrimonio Telemaco e Nausicaa
perché la famiglia non si estingua. Gettata l'ancora in una rada del
Peloponneso, si dirige verso Sparta dove aiuta il vecchio compagno Menelao a
domare una rivolta popolare. Ma dopo un breve soggiorno presso l'amico se ne va
a Creta portando con sé Elena che non riesce più a sopportare la vita stagnante
della reggia. Nell'isola mitica sta agonizzando una gloriosa civiltà: gli
schiavi della reggia e i barbari giunti dal Nord, in possesso di una nuova arma
(il ferro), cospirano per detronizzare il vecchio re Idomeneo; Ulisse ne diventa
il capo, e durante un grande banchetto notturno alla reggia dà il segnale della
rivolta: il re e i signori della corte sono massacrati e il palazzo di Cnosso
incendiato. Innamoratasi di un biondo barbaro, Elena decide di restare con lui
nell'isola, mentre Ulisse riparte verso sud e sbarca in Egitto; anche qui gli
schiavi affamati hanno fatto lega con i barbari per impadronirsi del potere;
dapprima esitante, Ulisse si schiera poi dalla loro parte, combatte al loro
fianco e viene fatto prigioniero dall'esercito del faraone. Messo in catene,
stringe amicizia con i rozzi compagni di prigione e, in mezzo alla fame e ai
tormenti, scolpisce in un pezzo di legno il viso del suo nuovo dio: una maschera
terribile, coperta di ferite e di sangue. Evaso con l'astuzia dal carcere,
prende con sé i più selvaggi fra gli schiavi e i barbari e si avvia attraverso
il deserto, inalberando l'insegna del nuovo dio. Dopo aver guerreggiato con le
tribù indigene, Ulisse e i compagni giungono alle sorgenti del Nilo nel cuore
dell'Africa: qui Ulisse costruisce una città, e la circonda di mura su cui
scrive i comandamenti del nuovo dio, deciso a creare una società di uomini
liberi. Ma un terremoto distrugge completamente la città, e Ulisse si ritrova
solo, senza compagni e senza speranza, sull'orlo dell'abisso che il cataclisma
ha spalancato ai suoi piedi. Si concentra allora in sé stesso come un asceta e
giunge a dominare la propria infelicità: la sua anima rifiuta la sconfitta, il
peregrinare continua. Sul suo cammino, Ulisse trova i capi spirituali
dell'umanità, coloro che hanno portato agli uomini una religione o un'utopia
(Budda, Cristo, Omero) e anche le creature della fantasia come Don Chisciotte,
Amleto e Faust, figure archetipe, presentate nel poema sotto nuovi nomi. Giunge
infine all'estremo lembo dell'Africa, davanti al mare tanto desiderato; qui si
costruisce un'imbarcazione, stretta e sottile come una bara, e dicendo addio
alla terra si dirige verso il polo sud. Una tempesta getta l'imbarcazione su una
costa rocciosa: avviatosi verso l'interno, Ulisse giunge a un villaggio sepolto
sotto la neve, accolto come un dio dai selvaggi pescatori di foche che lo
abitano. Passato con loro l'inverno, in primavera esce sul vasto mare con la sua
ultima barca, fatta di pelle di foca; rema a lungo sotto il sole del polo,
finché gli appare Caronte. È come lui un vecchio dalla barba bianca, coperto di
ferite; i due si sorridono e navigano senza parlare finché lo scafo urta contro
una massa di ghiaccio galleggiante. Sull'impervio iceberg arriva per Ulisse
l'ultima ora: egli dice addio ai suoi cinque sensi, ringraziandoli di averlo ben
servito, apre le braccia e chiama con un grido tutti gli esseri che ha amato.
Tutti odono il suo appello, si levano dalle tombe e si gettano verso di lui che
li accoglie felice, leva la mano, e lancia con voce trionfante il segnale della
partenza: "Forza, ragazzi, il vento della morte ci soffia in poppa!". In questo
poema, K. intende esprimere l'agonia della civiltà occidentale e insieme i
presentimenti di una civiltà nuova: il suo Ulisse muove alla ricerca di Dio,
così come l'Ulisse di Omero muove alla ricerca della patria; entrambi son
guidati dalla nostalgia, ma se l'eroe antico ritrova Itaca, l'eroe moderno non
ha pace, nella sua vana ricerca del vero Dio, e incontra l'unica esperienza del
trascendente fra le braccia della morte. Un'epopea che vuole esprimere e
trasfigurare tutta la storia dell'uomo, ed è invece, al di là di tante
intenzioni simboliche talora prolisse, la confessione di un'anima profondamente
inquieta.
L'ultima tentazione
opera dello scrittore
Si tratta di una biografia romanzata di Cristo, certamente non ligia alla
tradizione cattolica e per questo immediatamente condannata al suo apparire
(1955). La vita di Cristo raccontata con molta libertà, ben lungi dal contesto
tradizionale cattolico. Cristo infatti vi è visto, studiato e rappresentato
soprattutto dal lato umano, in quanto l'autore insiste in particolare sulla
personalità umana di Gesù e la isola poi dal resto degli uomini perchè Cristo
intende e segue solamente la voce dello spirito. Il vero dramma di Gesù si svolge
sulla croce. Nel momento stesso in cui lo crocifiggono, egli è assalito da
un'"ultima tentazione": in un'allucinazione brevissima, ma orribilmente intensa,
egli vive tutto ciò che in lui è represso, schiacciato da Dio; come in un lampo,
vive la vita calda, gioiosa e dolorosa, tutta umana: beve del vino, ride, piange,
abbraccia la donna, procrea dei bambini, percorre, insomma, tutto il cerchio del
destino umano. Ma non è che l'ultima rivolta, l'ultima tentazione della sua
carne, ormai domata per sempre dallo spirito. Gesù getta un grido, respinge la
tentazione, vede che non è caduto nella trappola umana, che è sulla croce, e
prova una gioia immensa, sovrumana: Dio in lui ha divorato l'uomo, Dio in lui ha
cambiato l'elemento umano in divino. Il romanzo è l'espressione di una
religiosità sincera, che tuttavia rimane in un ambito razionalistico-romantico;
il Cristo di K. è più vicino a quello di Renan che a quello della fede. Di qui
la disparità di accoglienze che ebbe il libro, e il radicale dissenso delle
Chiese cristiane.
Capitan Michele
Romanzo dello scrittore greco Nikos Kazantzakis (1883-1957), pubblicato ad Atene
nel 1953.
Il sottotitolo dell'opera, "Liberta o morte" (che è il motto ricamato sulle
bandiere dei cretesi ribelli all'invasore turco), conviene perfettamente a
quest'opera, che narra le vicende della sfortunata insurrezione del 1889. Le
ostilità cominciano con un massacro di cristiani nella città fortificata di
Candia, proseguono con la guerriglia combattuta fra le montagne dell'isola, e
terminano con l'olocausto del monastero di Aphéndis Christós. Il racconto si
chiude con la morte di Capitan Michele, combattente focoso e solitario, che
ignora testardamente la capitolazione dei suoi compagni e muore da eroe (o
piuttosto da "desperado"), fedele al motto della sua bandiera: "La libertà o la
morte". Capitan Michele, il solitario, grazie al suo sacrificio, domina
finalmente le folle, e dà un senso alla loro rivolta. Ma, come è stato notato,
il personaggio centrale del libro è Creta, l'isola selvaggia di cui nessuno sa
dire "se ami o detesti i suoi figli", e che "vincerà i Turchi con il suo
dolore". Questa passione per la patria e quest'amore della libertà, più che le
gesta crudeli dell'oppressore, descritte talvolta con compiacenza, e le
sovrumane imprese dei ribelli, danno all'opera una maestà di legenda e di poesia
popolare. Attingendo alla tradizione e alla lingua del popolo, l'A. è riuscito a
raggiungere una nobile arcaicità, e ha creato con la sua vocazione di aedo,
libero da preoccupazioni storiche, personaggi tipici, quasi figure di antica
epopea. Dal romanzo è stato tratto un dramma omonimo rappresentato ad Atene nel
1959. Trad. di E. Levi Gunalachi, Milano, 1959.
Vita e fatti di Alessio Zorba
Romanzo dello scrittore pubblicato ad Atene nel 1946
Un intellettuale cretese, il narratore, assume al Pireo un vecchio minatore di
origine macedone, e torna all'isola natale per sfruttare una miniera di lignite.
Egli coltiva il desiderio utopistico di creare una cooperativa esemplare, e vuol
dedicarsi con tutto sé stesso a un lavoro manuale, nella speranza di guarire
della propria inattività contemplativa. Ma presto cambia propositi, perché il
vecchio Alexis Zorbàs rivela in sé un tesoro inesauribile di esperienze
turbolente, che incantano lo scrittore ormai stanco di tutto. Lo sfruttamento
della lignite si riduce così per i due uomini a un pretesto che consente loro di
vivere insieme, godendo di interminabili colloqui e delle avventure picaresche
suscitate dalla presenza di una vecchia cortigiana francese, tenutaria della
vicina locanda. Zorbàs è un essere vorace, senza pregiudizi né scrupoli, e
accetta tranquillamente quella realtà che sbigottisce il suo compagno. I due
amici hanno però qualcosa in comune: l'angoscia, rabbiosa in Zorbàs, rassegnata
nel narratore, davanti al mistero del mondo. Quando la loro impresa mineraria,
com'era fatale, fallisce, l'intellettuale si separa a malincuore da Zorbàs, dopo
averlo riconosciuto proprio maestro spirituale, colui che gli ha insegnato ad
accettare senza riserve il prodigio della vita, e la sua crudeltà. Il romanzo
può essere collocato nel filone picaresco: l'azione investe personaggi e
ambienti in margine alla società "normale", e consiste essenzialmente in un
seguito di gozzoviglie, commentate da discorsi pseudo-filosofici; lo stile,
estremamente ricco e audace, deve il suo rilievo al violento contrasto fra due
caratteri e due concezioni della vita: l'intellettualismo, la cultura di un
filosofo nutrito di Nietzsche e Bergson, e la saggezza popolare di un rozzo
macedone. Ma spesso al di sopra dei personaggi si affaccia e si confessa l'A.
stesso, con le sue preoccupazioni metafisiche e le sue esperienze spirituali,
che danno al romanzo una dimensione più complessa. Trad. di O. Ceretti Borsini,
col titolo Zorba, il greco, Milano, 1955.
Rapporto al Greco
Opera dello scrittore
l'ultima opera di Kazantzakis, iniziata nel 1956 e pubblicata postuma nel
dicembre del 1961: sta fra il diario spirituale e l'autobiografia, con pagine
dense di grande pathos umano e vive di numerosi ricordi: una continua ascesi
spirituale, attraverso varie tappe, che sono Cristo, Buddha, Lenin, Ulisse, e
che significano per l'autore esperienza e meditazione: non quindi la conquista
della verità suprema o il bisogno di dare un credo alla sua anima tormentata, ma
il desiderio di percorrere un itinerario che giunga alla sua vetta. Per questo
l'autore ha scelto come maestro di solitudine ascetica il "Greco", che altri non
che Domenico Teotokpulos, il pittore cretese, che l'autore conobbe, attraverso
le sue opere, in Spagna 30 anni prima: a Teotokpulos che l'autore parla della
sua vita come potrebbe fare un soldato al proprio comandante. Alla fine
Kazantzaskis può "contemplare il cammino percorso per ascendere, tracciando sul
suo sentiero la linea rossa del sangue" (B. Lavagnini). Tutto ciò mostra
l'inquietudine filosofica dell'autore, il suo tormento nella creazione artistica,
il dissidio fra cuore e intelletto; il pathos nato dal dramma di una guerra
dolorosamente vissuta e dalla morte degli ideali.
Ascetica
Opera filosofica dello scrittore greco Nikos Kazantzakis (1883-1957), pubblicata
ad Atene nel 1927 e, in forma definitiva, nel 1945.
L'A., stilla scorta di suggestioni kantiane, nietzschiane e bergsoniane, vi
espone la propria concezione della conoscenza, del mondo, di Dio e della morale.
Dopo una breve prefazione, i primi due capitoli, "Preparazione" e "Cammino",
tracciano una dottrina gnoseologica fondata sull'asserzione che lo spirito umano
ha una limitata capacità di penetrare il mistero dell'universo. Il terzo
capitolo, "Visione", espone una metafisica fondata su un Dio inteso come uno "slancio
vitale" che ha messo in moto la creazione e ha determinato l'evoluzione
dell'universo: è una presenza divina trascendente e immanente insieme, che lotta
senza tregua per manifestarsi in forme di vita sempre più evolute. Di
conseguenza la morale, oggetto del quarto capitolo, "Azione", consiste
nell'identificarsi con lo slancio ascendente di Dio: "Il bene è tutto ciò che
cerca di salire, e di aiutare Dio a salire. Il male è tutto ciò che pesa, che
trascina verso il basso, e impedisce a Dio di salire". L'uomo è quindi
"Salvatore di Dio" (donde il sottotitolo del libro: "Salvatores Dei"): e in
questo sta il suo dovere e la sua felicità. Il conclusivo "Credo" torna sul tema
del Dio "che combatte sulle estreme frontiere, potente ma non onnipotente,
impegnato in una lotta interminabile e dolorosa", e proclama le beatitudini di
coloro che si offrono in suo aiuto e con lui si identificano, ma, ancor più, di
coloro che senza vacillare accolgono in sé "l'ultimo il sublime, l'abominevole
segreto: Dio non esiste", cioè è una personificata espressione di ogni ascesa.
L'opera, nel suo incrocio di motivi gnostici, idealistici e letterari, è
filosoficamente assai debole, ma è importante come documento riflesso e
sistematico della concezione che l'A. ha meglio affidato ai suoi romanzi.
Teatro di Kazantzakis.
Lo scrittore neogreco Nikos Kazantzakis (1883-1957) ha riunito in tre volumi,
pubblicati ad Atene nel 1955-56, tutti i lavori teatrali da lui scritti fra il
1916 e il 1956.
Il primo volume contiene le "tragedie su temi antichi": la trilogia Prometeo,
comprendente Prometeo piroforo, Prometeo incatenato e Prometeo liberato; Kuros,
sul tema della lotta di Teseo col Minotauro, concepito come la vittoria di una
civiltà nascente sopra un'altra ormai esausta; Odisseo, sul ritorno di Odisseo a
Itaca; Melissa [1939], che, riprendendo il mito del tragico destino della
discendenza di Periandro, re di Corinto, narrata da Erodoto (III, 50-54 e V,
92), vi esemplifica la propria dottrina di disperazione: i regni del mondo non
bastano a strappare l'uomo alla sua solitudine, la gloria è irreale, i troni
legna secca. Il secondo volume contiene le "tragedie su temi bizantini" (o
cristiani): Cristo [1928], un "mistero" di forma medievale, situato in una
chiesa e diretto da un "typicaris" o maestro delle cerimonie, sul tema
dell'apparizione di Gesú risorto agli apostoli e alla Maddalena; Giuliano
l'Apostata [1945], che nella lotta interiore di questo imperatore simboleggia la
lotta di due fedi reciprocamente incompatibili nel cuore di un uomo; Niceforo
Foca [1927], sulla congiura ordita dal generale Tsimiskes per impadronirsi del
trono di Bisanzio; Costantino Paleologo, sulla caduta di Costantinopoli:
Costantino personifica la coscienza superiore che coglie il significato di un
immenso dramma storico e che, sebbene priva di illusioni, continua ad agire come
vuole la sua dignità umana. Il terzo volume contiene le "tragedie su temi
diversi": Capodistria, sull'assassinio di Giovanni Capodistria (1776-1831),
primo capo della Grecia liberata; Cristoforo Colombo: Colombo, dopo aver
superato ogni sorta di difficoltà, deve vincere un'ultima prova per essere degno
di vedere la nuova terra, deve cioè accettare i futuri martirii che due angeli
gli predicono in sogno; Sodoma e Gomorra, sulla somiglianza tra il destino delle
antiche città peccatrici e quello della civiltà occidentale, ormai priva di
saldi valori e presaga di una catastrofe atomica; Budda, in cui, nel quadro di
un'immensa inondazione della Cina a causa dello straripamento del fiume Yang Tse,
l'A. sviluppa i temi cari al suo pensiero: Dio non si cura del bene degli uomini;
la vita è il sogno d'un sogno; tutti gli sforzi umani sono assurdi, e tuttavia
gli uomini non se ne possono esimere, se non vogliono venir meno al dovere della
dignità. Per la maggior parte, queste tragedie sono scritte in versi secondo la
tradizione della poesia drammatica classica; e per alcune di esse, l'A. stesso
avverte che "non sono state scritte per il teatro" (e intende certamente
alludere al teatro moderno, il teatro chiuso, succeduto al teatro classico
all'aria aperta). Bisogna d'altronde ammettere che non hanno incontrato il
favore dei direttori teatrali; quattro sole infatti furono rappresentate:
Capodistria (1946), Giuliano l'Apostata (1959) e Melissa (1964) al Teatro Reale
d'Atene, e Sodoma e Gomorra al National-theater di Mannheim (1954). Più che ai
soggetti delle singole tragedie importa guardare alle intenzioni poste dall'A.
nella loro scelta. K. concepì agli inizi della sua carriera di scrittore, una
teoria personale sull'uomo e sul mondo; teoria che, formulata in astratto
nell'Ascetica, ha preso corpo nelle figure e nei miti della sua poesia
drammatica ed epica (Odissea). Le idee di K. possono essere così sintetizzate:
le civiltà sono destinate a perire; l'uomo combatte col demonio e questa lotta è
la sola giustificazione della sua esistenza; l'uomo, eterno combattente, non
s'aspetta nessuna ricompensa; non essendo provata l'esistenza d'un Principio non
temporale, la lotta dell'uomo forse è completamente vana, donde il conflitto fra
la volontà d'azione e la volontà d'inazione; la vita è un sogno, ma anche in
sogno bisogna agire con dignità; Dio lotta entro l'uomo, lo spirito divora la
carne, ma l'esito del combattimento è sempre dubbio... Nel pensiero di K. si
riconoscono facilmente le correnti che hanno dominato questo mezzo secolo: i
terrori di un decadere del cosmo a caos, il senso dell'assurdo, il pessimismo
eroico, il conflitto fra lo spirituale e il temporale. Il suo teatro ha quindi
un valore di testimonianza e partecipazione ideologica alla problematica
filosofica moderna, più che un'efficacia drammatica, a cui del resto l'A. abdica
nell'atto stesso di dichiararne le intenzioni.
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1)
L’ interesse degli studiosi, delle case editrici europee, e in particolare di
quelle italiane, intorno agli autori greci, si esaurisce - per la maggior parte
- nell’ antichità. Una strana, e certamente errata, separazione voluta da una
tradizione prettamente anti-ortodossa (e non anti-greca in generale) vuole che
si veda nella Grecia antica il culmine della civiltà occidentale, mentre la
cultura della Grecia moderna viene considerata un frutto tipicamente orientale.
La Grecia moderna, e in particolare la sua letteratura, paga un debito per la
sua “resistenza” linguistica all’ omogeneità delle lingue latine. Ci sono mille
fattori che possono farci comprendere a pieno perchè un grande autore come
Kazantzakis (1883-1957) rimanga sconosciuto in Italia, paese da lui amato così
tanto da portare il suo patrimonio letterario in Grecia. Infatti tradusse nel
1932 la Divina Commedia in soli 45 giorni nella metrica greca della “terza rima”.
Inoltre scrisse “Il poverello di Dio” in cui presenta il suo grande ideale San
Francesco come il simbolo dell’ uomo. Nel suo ultimo libro autobiografico (“Riferimento
al Greco”) effettuò una particolareggiata descrizione del suo amore per Assisi e
per l’ Italia. Ultima menzione di testi riguardanti questo paese e da rivolgere
ai testi “Viaggiando in Italia”, “Questa sera si recita a soggetto”, traduzione
dell’ opera di Pirandello e “Il Principe” di Machiavelli. Ma nulla può
giustificare l’ abbandono nell’ oblio delle sue, ormai rare, edizioni italiane,
come la sua fedeltà alla sua lingua madre. E parlo di fedeltà perchè avrebbe
potuto scrivere agevolmente anche in Inglese, Francese, Tedesco, Italiano o
Russo. E, quando i suoi scritti furono vietati dal potere della chiesa ortodossa
negli anni ’50 (ma anche prima), lo fece con la circolazione del suo libro - che
più tardi ispirerà Martin Scorsese per l’ omonimo film - L’ ultima tentazione
del Cristo. Nonostante tutto egli continuò a scrivere in Greco, probabilmente
portando con sè questo vecchio consiglio dei suoi -e di tutti gli anziani che
vedevano i loro figli emigrare in Europa- “stai attento figlio mio, dovunque
andrai, non diventare Franco”. Ed egli è stato EllhnaV fino alla sua morte.
EllhnaV vero perchè ha offerto la sua mente, “l’ unico laboratorio che aveva per
trasformare le tenebre in luce”, alla sua missione : trovare un punto d’incontro
tra il “Franco” Nietzsche e il Buddha, tra il “Franco” S.Francesco e Alessandro
Magno. Di questo splendido greco, che ha scritto su tutto e di tutto, che
dovrebbe essere onorato dal paese che lui onora con le sue “terze rime”, ora non
si ha neanche a disposizione una copia dei suoi innumerevoli libri. Io posso
soltanto scrivere questo piccolo, ma spero significativo, saggio per presentare
il suo pensiero. Pensiero che, grazie alla sua pregnanza di significato, può
divenire un punto di riferimento per tutti noi, anche se impossibilitati nella
lettura diretta dei suoi scritti.
2)
Nel 1954 il Pontefice della Chiesa Cattolica mise “L’ultima tentazione” nell’
Index Dei Libri Vietati. In risposta soltanto una frase telegrafata da
Kazantzakis, ripresa dall’ apologetico Tertulliano : “ Ad tuum, Domine,
tribunal appello”. Come dice Luciano Canfora, “la storia del libro è soprattutto
la storia della sua distruzione”. In questo senso si possono leggere i divieti o
i rifiuti di pubblicazione dei suoi scritti, il fatto che per due voti non entrò
nell’ Accademia Greca, la perdita del premio Nobel nel ‘56 e il gesto, sintomo
di odio o di stupidità, della chiesa ortodossa, che non ha permesso l’
esposizione della sua salma ad Atene. Tutto ciò va a edificare il mito di un
intellettuale che ha dedicato la sua intera vita allo scrivere. Ma in fondo non
è il rifiuto che lo rende grande ma le sue stesse opere. Ha scritto, con ardore
e costanza, saggi, opere teatrali, traduzioni, racconti storici e qualsiasi
altro genere letterario. Alcuni anni fà ho letto in un articolo di giornale che
un gruppo di filologi, volendo pubblicare le sue opere complete, si sono resi
conto che il suo corpus letterario oltrepassa i cento volumi (!). I suoi libri
sono tradotti in quarantacinque lingue. Intorno alle sue opere si è svolta anche
una intensa produzione di film. “L’ ultima tentazione del Cristo” di M.Scorsese,
“Zorba il Greco”, con l’ interpretazione di Anthony Quinn, e “Il Cristo di nuovo
in Croce” (Celui qui doit mourir-Colui che deve morire), realizzato per il
festival di Cannes in lingua Francese. Ma quale è il significato più profondo
della sua opera? Ecco cosa scrive nel suo diario : “Tutta la mia opera Devise e
questo scopo ha: “Come l’ uom s’ etterna” (Inferno, Dante, XV,85)”. Tante volte
mi è capitato di essermi stupito di fronte alle opere grandiose dei grandi
spiriti umani. Nessuna di queste è però paragonabile alla meraviglia che ho
provato prendendo in mano la sua “Odissea” e leggendo mille volte la sua
“Ascetica” . E da discutere chi sia più geniale tra lui e Omero. Questo perchè
la fama e il lavoro di Omero sono giunti fino a noi con la proteziene
dell’autorità della tradizione. Guardando le idee di Eraclito, i palazzi di
Knosos, l’Acropoli o l’oracolo di Delfi non mi sembra affatto strano che un uomo
abbia cantato queste opere uniche. Ma lo spirito di un uomo che nel ’38 scrive
33.333 rime per celebrare un Ulisse che, annoiato dalla quiete familiare e dalla
patria, parte di nuovo, mi fa dubitare delle ragioni della fama dell’ autore
antico. Riguardo all’ “Ascetica” posso affermare che è l’espressione lampante
dell’acume di Kazantzakis. E’ costituita da sole 100 pagine ma rachiude la
sapienza di 100 libri. E’ veramente una guida preziosa all’ esercizio filosofico.
Vi è riassunto tutto il percorso dello spirito umano, unificando il materialismo
estremo all’idealismo romantico, favorendo il progresso dell’uomo, la vita come
lotta contro la finitezza che non può accettare etichette nè limitazioni,
tipiche di ogni corrente filosofico. E’ un manuale di Guerra in senso Eracliteo,
e un manuale di Pace in senso Bubbhista. Mio proposito è di presentare questo
libro tentando di avvicinarmi alle intenzioni che muovevano lo stesso
Kazantzakis, di far sì che, grazie alla letteratura, i popoli si avvicinino e
testi come questo divengano armi contro l’ignoranza, l’indifferenza,
l’obbedienza e ogni forma di malattia culturale.
3)
“Veniamo da un abisso oscuro; ritorniamo in un abisso oscuro. Lo spazio luminoso
che intercorre tra di loro lo chiamiamo vita. Appena nati inizia il nostro
ritorno; contempora-neamente l’inizio e il ritorno; ogni attimo moriamo. Per
questo molti hanno protestato: lo Scopo della vita è la morte.” Così Kazantzakis
apre la sua “Ascetica” (Esercizio Mistico), facendoci immediatamente capire il
suo modo di filosofare: astratto e contemporaneamente concreto, come concreta è
la vita stessa nella sua astrattezza. E’ questo il suo operato: mettere insieme
gli opposti; vincere le diversità e arrivare al punto esatto in cui inizio e
fine si uniscono, in cui il ciclo si compie, cambiando e rimanendo sempre uguale
a se stesso. “Ma appena nati inizia lo sforzo di creare, di comporre, di
plasmare la materia vita; ogni attimo nasciamo. Per questo molti hanno
protestato: lo Scopo della nostra effimera vita è l’immortalità.” Questo è lo
schema antitetico, tipico dell’autore, capace di racchiudere in sé entrambe le
tendenze del nostro pensiero, o, se vogliamo, entrambe le manifestazioni del
Divenire. Il suo parlare prima di morte e poi di immortalità non ha un
significato particolare. Non vuole lasciare la parola immortalità a risuonare
come fosse un’eco. Potrebbe valere in ogni caso anche il contrario. Questo
ragionamento non è privo di importanza. La duplicità delle idee non è uno schema
letterario per lasciar “vincitrice” l’Immortalità; infatti l’equivalenza dei due
termini nel divenire si manifesta subito dopo, con l’inversione
conseguente-mente necessaria delle posizioni delle due parole: “Negli esseri
viventi contingenti queste due tendenze configgono: A) la salita verso la
composizione, la vita , l’immortalità; B) la discesa verso il disfacimento, la
materia, la morte. ” Tutto torna al suo posto, il ciclo sembra conclusosi.
Proseguendo la lettura, Kazantzakis si domanda quale sia la nostra posizione,
con la morte o con l’immortalità? Definisce tutte e due le correnti “Sante”.
Quindi termina il suo prologo in questa maniera: “E’ nostro dovere concepire una
visione che contenga armonizzati questi due impulsi privi di ordine e incessanti.
E, seguendo tale visione, disciplinare la nostra visione e Prassi.” “E
combattiamo tutti - piante, animali, uomini e idee - in questo breve frangente,
che è la nostra vita personale, per ordinare il Caos dentro di noi, per quietare
l’abisso, per rielaborare la totale oscurità che c’è nei nostri corpi,
rendendola luce.” In tutta la sua opera è centrale il tema della salvezza. E a
nessuno di noi, figli di una tradizione filosofica nichilista o esistenzialista,
piacciono questi concetti. Tuttavia, alcune volte, la verità è nascosta tra le
righe, dietro le parole, dietro le tematiche, nella nostra mente, che non è
capace di esprimere (cioè di oggettivare) il suo soggettivismo innato. Ecco
quindi cosa afferma Kazantzakis a proposito della salvezza: “non che il Dio ci
salverà, ma: Noi salveremo Dio, combattendo, creando, trasformando la materia in
spirito ”. Quello che risulta dal pensiero del filosofo, che ad una prima
occhiata può apparire mistico e spirituale, non è altro che una esatta
identificazione con il mio “principio” di materialista: “Ci dobbiamo salvare
dalla salvezza e dai salvatori ”. Infatti, tutta la sua opera esprime un
significato Umano, dove uomo è colui che compie un salto, oltrepassa i propri
limiti. Ciò vuol dire che la trascendenza di Kazantzakis, ovunque si trovi, è
una trascendenza esistenziale proprio dell’uomo che, per comprendere il mondo e
se stesso, deve chiamarsi Dio. Un uomo al quale sia data la partecipazione alla
possibilità eterna, e così si spieghino i modi umani, il dolore, l’amore e la
negazione. Nel suo libro “Il poverello di Dio”, da me chiamato “Manuale di un
cristianesimo cristiano”, c’è un continuo dialogare fra l’uomo accecato e l’uomo
nietzschiano, che rappresenta il Cristo vivente contro i “cristiani”. Questo
accostamento è ritrancciabile nello schema dello stesso Nietzsche, secondo il
quale: “Cosa nega Cristo? Tutto ciò che ora porta il nome di cristiano”. Ma
vediamo come lo descrive lo stesso Kazantzakis: [parla il Despote a Francesco]
“- Fai il bravo Francesco, sei andato oltre…
- E’ proprio lì che si trova Dio, mio Despote; risponde Francesco.
Il Despote dice, muovendo la testa:
- E la virtù richiede limiti; altrimenti rischia di diventare impudenza.
- Nei limiti si trova l’uomo; oltre i limiti Dio. Verso ciò comincio ad andare,
mio Despote, afferma Francesco, camminando verso la porta - aveva fretta.”
E cosa importa se, dopo aver accettato un tale modo di pensare (perché queste
scene denotano una certa mentalità, o meglio, un certo stile di vita), ti
chiameranno idealista, o se, non chiamando questo arrivo Dio, ma Uomo, ti
chiameranno ateo, ecc., ecc.? Non importa nulla! Ma ancora voglio scrivere le
bellissime parole fatte pronunciare ancora a Francesco da Kazantzakis: [ parla
frate Elias a Francesco ]
- “Fratello Francesco, perdonami e, con tutto rispetto, fammi parlare: andare
seguendo il tempo in cui vivi, questo è il dovere dell’uomo vivo.
Andare contro il tempo in cui vivi, replica Francesco, questo è il dovere
dell’uomo libero!”
E io, uomo che vive quarantacinque anni dopo la morte di Kazantzakis, uomo
pienamente cosciente delle estreme conseguenze del proprio materialismo, non
temo di aprire la mia visione e di illuminarla, accogliendo il suo particolare
misticismo. Misticismo che non ha niente a che fare con quello disumano, proprio
delle religioni semitiche, né con quello ipocrita, tipico della cultura
occidentale, che ha bisogno della scienza per edificare qualcosa di obiettivo.
L’abitudine propria degli spiriti deboli è quella di mettere etichette e
categorizzare tutto ciò che è pensiero, per chiudersi nel proprio campo e non
permettere alcuna espansione. Perché l’espansione delle idee, provocata da
qualsiasi intellettuale, rappresenta una minaccia all’ordine degli Stati e delle
società, che devono rimanere addormentate, ipnotizzate dall’abbondanza, dalla
conformità e dalle informazioni. Quest’abitudine, quindi, tipica degli ignoranti
formati da “profeti” come Cohelo, etichetta il filosofo come un idealista, che
non ha posto nel pensiero… moderno, o come materialista, che non può insegnare
nulla di nuovo sullo spirito umano. Ma è da prendere in considerazione, che
molte volte, un intellettuale abbraccia il materialismo solo per contrapporsi
all’idealismo. Questo è capitato a molti filosofi moderni e contemporanei.
Seguendo il pensiero di Kazantzakis, possiamo giungere a un raggruppamento di
idee apparentemente contrapposte: “Perché il nostro Dio non è una riflessione
astratta, né una necessità logica, un edificio alto e armonioso costituito da
sillogismi e fantasie.”Non è una purissima, neutra, ermafrodita, inodore,
distillata invenzione della nostra mente. E’ uomo e donna, mortale e immortale,
sterco e spirito. Fa nascere, feconda e uccide, è l’amore unito alla morte, e
che da di nuovo la vita e nuovamente uccide, danzando dolcemente al di là dei
confini della logica, poiché in essa non sono contenute le antinomie. “Il mio
Dio non è onnipotente, lotta, rischia ogni momento, freme, vacilla su ogni ente,
grida. Incessantemente è sconfitto e di nuovo si erge, sporco di sangue e di
fango, e ricomincia la lotta.” Inoltre afferma: “Sii dissidente, inquieto,
insoddisfatto… Quando un’abitudine degenera in conformismo, distruggila!” Questo
è il grande paradigma del cammino dell’uomo. Se avete letto Nietzsche, vi avrete
trovato la figura di un Superuomo pronto, già creato, cui non si può aggiungere
nulla, pensato in modo tale da far sorgere la domanda se ci sia una differenza
fra lui e un ideale teologico. Invece in Kazantzakis è palesato il cammino
dell’uomo in lotta per salire, per diventare Zaratustra, che “godette del suo
spirito e della sua solitudine, né per dieci anni se ne stancò” già dalla prima
pagina dell’opera. Ma per l’uomo reale non è così semplice. A mio parere è
questa la grande, ma anche sottile, differenza tra il Nietzsche “tedesco” e
quello “greco”. Cioè che mentre l’uno chiama Dio l’uomo, l’altro chiama Dio il
percorso verso l’uomo.
4)
“L’essenza del nostro Dio è la LOTTA. In questa lotta si manifestano e operano
eternamente il dolore, la gioia e la speranza. Il salire e la guerra
controcorrente ge-nerano in noi il dolore. Ma il Dolore non è il monarca
asso-luto. Ogni vittoria, ogni equili-brio è solamente un momento della scalata,
che riempie con gioia ogni ente vivente, che respira, cresce, si innamora e
genera. Ma all’interno della gioia e del dolore c’è la speranza eterna di
sfuggire alla sofferenza, di moltiplicare la felicità. E’ così che ricomincia la
salita, il dolore, rinasce la gioia e ricompare di nuovo la speranza. Il Ciclo
non ha mai termine. ”
La storia dello spirito umano non è la storia della filosofia, ma quella delle
interpretazioni filosofiche. L’interpretazione è tanto implicita nella nostra
mente, quanto lo è il nostro io, la nostra soggettività. Una volta superata l’
angoscia primitiva esistenziale, non ci chiediamo se il Dio esiste; il perché
non c’ interessa. Non è la migliore cosa possibile neanche donare la nostra
mente alle illusioni, come ha fatto Pascal, e negare all’umanità la possibilità
di avanzare. Non importano le figure storiche, ma soltanto la chiarezza con cui
interpretiamo le loro parole. E questa chiarezza ha a che fare con il ‘come’,
vale a dire con la prassi. Questo nostro modo di agire, in ultima analisi, ci
farà comprendere propriamente chi siamo. Anche se all’imperativo “conosci te
stesso” noi rispondessimo che siamo figli di Dio o gli eletti dello spirito,
comunque la nostra esistenza rimarrebbe senza scopo, senza essenza. Prescindendo
da una risposta negativa, o positiva riguardo l’esistenza di Dio, nel momento
stesso in cui mi interrogo sulla possibilità della sua esistenza, mi interrogo
sulla possibilità di trascendere me stesso e di accettare l’apparenza della cosa
in sé. Il film di Pasolini “120 giorni a Sodomia”, se con la capacità
interpretativa non lo si collega alla vita politica, è solamente un film
perverso. Quindi agiamo seguendo le rappresentazioni dettate
dall’interpretazione, che non può esserci fornita da nulla di esterno a noi. Ne
siamo i soli responsabili, e, di conseguenza, lo siamo anche delle nostre azioni.
E poiché il nostro agire caratterizza il nostro essere, è evidente che dalle
nostre interpretazioni si determina la nostra essenza. Ecco perché il Santo, il
vero Santo guarda con bontà anche i dannati. Kazantzakis lo spiega nel
“Poverello di Dio”, attraverso le parole di Francesco, che si rivolge a Chiara:
“Cosa vuol dire Paradiso? La felicità perfetta. E come potresti essere
pienamente felice quando, sporgendoti dal Paradiso, vedi i tuoi fratelli e le
tue sorelle che si dannano nell’Ade? Com’è possibile che ci sia il Paradiso, se
c’è anche l’Inferno?”. Se una persona sceglie di essere cattiva, interpreta
tutto secondo la categoria del male. Se uno sceglie l’esclusione, tutto ciò che
interpreta lo porta a questa. Per questo non vi è distinzione alcuna tra
intenzione moralmente buona e azione accidentalmente cattiva. Anche se la
conseguenza di una nostra intenzione buona fosse negativa, porterebbe sempre con
sé la bontà del soggetto che agisce. Se Dio non esistesse, l’avremmo capito
tutti una volta per tutte. Se Dio esistesse, l’avrebbe fatto sapere
oggettivamente una volta per tutte. Cosa ci rimane escludendo la logica (che,
volenti o nolenti, è propriamente umana, e quindi non possiamo evitarla)? Ci
rimane un Nulla da riempire con la nostra responsabilità. Ed ecco il primo
dovere del filosofo: mettere in discussione tutti i valori e, se nessuno
rappresenta i bisogni reali dell’uomo, crearne dei nuovi. Forse è proprio questo
il punto di vista di Kazantzakis che, davanti al potere ecclesiastico e alla
degenerazione dell’interpretazione delle parole di Cristo da parte della folla
accomodata, fa esplodere, grazie alla sua penna, il grido di Dio:
“Io, l’Urlo, sono il tuo Signore, il tuo Dio! Non sono un rifugio. Non sono una
Casa, neanche la speranza. Non sono Padre, né Figlio, né Spirito. Sono il tuo
Generale! Tu non sei uno schiavo, né un giocattolo nelle mie mani. Non sei mio
amico, non sei mio figlio. Sei il mio compagno nella battaglia. Difendere
coraggiosamente gli stretti che ti ho affidato; non tradirli! Hai il dovere e le
possibilità per diventare un eroe nel tuo ambito. Amare il pericolo. Qual è la
cosa più difficile? Questa pretendo! Qual è la strada da seguire? La salita più
ardua. Questa strada ho intrapreso anch’io; seguimi! Impara ad obbedire. Solo
quello che obbedisce ad un ritmo superiore a se stesso è libero. Impara a
comandare. Solo colui che sa comandare è il mio rappresentante su questa terra.
Amare la responsabilità. Dire: io, soltanto io ho il dovere di salvare il mondo.
Se non si salverà sarà soltanto colpa mia. ”
Queste frasi aiutano la descrizione dell’ interpretazione della nozione
metafisica di Kazantzakis, che sentiamo più o meno tutti, ma che alcuni
rifiutano, altri l’accettano così com’è, altri ancora la trovano nelle Sacre
Scritture. Necessariamente, però, sono riduttive nel presentare un filosofo
complesso, geniale e così grande nel comunicare con i dotti e con il popolo,
usando sempre lo stesso linguaggio. Ho comunque cercato di trovare qual è il suo
messaggio ultimo, la sua lezione fondamentale al posto vostro, di voi italiani,
che siete impossibilitati nel leggere direttamente le sue opere. Credo che si
possa rintracciare in due momenti fondamentali della vita di ogni uomo, la sua
nascita e la sua morte. In particolare in Kazantzakis questi due istanti
sembrano armonizzati con il ritmo di tutta la sua vita: quando nacque, a Creta,
la sua isola si trovava in una condizione di schiavitù, sotto l’occupazione
dell’Impero Ottomano. Quando morì lo seppellirono su una montagna, sempre a
Creta, incidendo un’epigrafe, sotto sua richiesta, con tre frasi di contenuto
politico, ontologico, teologico e filosofico, che chiudono in maniera eroica il
ciclo infinitamente continuo da lui sempre sostenuto:

La
biografia di Nikos kazantzakis
www.parodos.it