GRANDI AUTORI DELLA LETTERATURA MONDIALE

    

STENDHAL


La certosa di Parma (La chartreuse de Parme)

Romanzo in due libri dello scrittore francese Stendhal (Henry Beyle, 1783-1842).

Scritto in brevissimo tempo (novembre-dicembre 1838) e pubblicato nella primavera dell'anno seguente è dedicato a un'èlite ristretta capace di apprezzarlo. Un giovane nobile milanese, Fabrizio del Dongo, cresciuto durante il tumultuoso periodo napoleonico nel castello di Griante sul lago di Como, circondato dal padre e dal fratello maggiore, entrambi sostenitori del dominio austriaco e feroci reazionari, trova nella madre e nella zia Gina del Dongo, moglie e poi vedova del conte Pietranera, ufficiale napoleonico, le sostenitrici dei suoi sogni di gloria e di libertà. Fabrizio, in realtà, non è figlio del vecchio marchese del Dongo, ma frutto dell'amore della giovane marchesa e di un luogotenente francese, un certo Robert; alla notizia del ritorno di Napoleone dall'isola d'Elba nel 1815, arde dal desiderio di raggiungerne l'armata. Aiutato dalla zia nella fuga, dopo numerose avventure, giunge a Waterloo il giorno stesso della grande battaglia: passivo e stordito testimone, ben poco riesce a comprendere di ciò che accade intorno a lui e nella fuga viene anch'egli travolto. Al suo ritorno in Italia, cade in sospetto al governo austriaco per l'entusiasmo dimostrato verso Napoleone e si rifugia presso la zia a Parma. Nella piccola corte del principe di Parma, Ranuccio Ernesto IV, l'affascinante zia aveva sposato il vecchio e ricco duca di Sanseverina, così da nascondere agli occhi di tutti il suo amore per il conte Mosca, primo ministro del principato. In questo nuovo ambiente la duchessa sogna per il nipote un avvenire brillante: passato ormai il tempo di conquistare glorie militari, il giovane Fabrizio si avvia alla carriera ecclesiastica. Di ritorno a Parma, dopo aver studiato teologia a Napoli, ottiene la protezione del vecchio arcivescovo, monsignor Landriani, e ne diventa il coadiutore. Tuttavia il suo modo di vivere non è affatto consono a quello di un futuro prelato: sempre in cerca di avventure amorose, come quella per la commediante Marietta, Fabrizio in un duello rusticano uccide l'attor comico Giletti. Pur avendo agito in stato di legittima difesa, deve fuggire perchè una potente fazione del principato desidera la sua rovina per colpire indirettamente il conte Mosca e la duchessa Sanseverina. Dopo che è stato condannato in contumacia, la duchessa, che segretamente ama il nipote, cerca di farne annullare la condanna ricorrendo al suo ascendente sul principe: Ranuccio Ernesto IV fa arrestare il giovane Fabrizio e si limita a ridurre la pena da 20 a 12 anni di prigione nella torre Farnese. Nei lunghi nove mesi trascorsi nella fortezza, continuamente minacciato di morte per avvelenamento, Fabrizio trova la felicità: pur separati da ostacoli materiali che superano l'ingegnosità dell'amore, nasce l'idillio tra lui e Clelia, la giovane e bella figlia del governatore della prigione, il generale Fabio Conti. Elaborato un piano d'evasione, la duchessa è costretta a convincere Clelia a tradire il padre e a prendere parte all'impresa, dal momento che per nulla al mondo Fabrizio abbandonerebbe la prigione dove Clelia vive. Fortunosamente, lui si cala dalla torre e si salva, ma per facilitare la sua fuga si era ricorsi a una forte dose di oppio propinata al governatore, che corre pericolo di morte. Clelia, tormentata dai rimorsi, purchè il padre si salvi fa voto alla Madonna di non rivedere mai più Fabrizio e di sposare il ricchissimo marchese Crescenzi. Nel frattempo la duchessa e il nipote si rifugiano a Belgirate, sulle rive del lago Maggiore, ma il giovane, immerso in una profonda melanconia, resta insensibile alle incantevoli bellezze del luogo e all'amore di Gina. A Parma muore il vecchio principe, apparentemente di malattia, in realtà avvelenato dal cospiratore e poeta Ferrante Palla che esegue la vendetta della Sanseverina. Sotto il nuovo principe Ranuccio Ernesto V, il conte Mosca, sedata una ribellione, sembra godere di un grande ascendente, per cui richiama in città la duchessa e suo nipote. Fabrizio, però, venuto a conoscenza del prossimo matrimonio di Clelia, spontaneamente si dà in mano ai suoi nemici, ritornando nella torre Farnese. Nuovamente salvato dalla zia che offre i suoi favori al giovane principe in cambio della grazia e che subito dopo lascia Parma senza mai più farvi ritorno accompagnata dal conte Mosca, Fabrizio, sempre più debole e infelice, si impegna nella vita ecclesiastica divenendo un affascinante predicatore. Animato sempre dalla passione per Clelia, riesce infine a incontrarla e a rivederla ogni sera nella più profonda oscurità, rispettando in parte il voto alla Madonna. Dopo tre anni di felicità, in cui la loro relazione non viene mai scoperta, la disgrazia li colpisce. La morte del loro figlioletto Sandrino conduce ben presto alla tomba la povera Clelia, tormentata da grandi rimorsi, mentre Fabrizio, da tempo divenuto arcivescovo di Parma, diviso il suo patrimonio tra la zia Gina divenuta contessa Mosca, la marchesa del Dongo sua madre e una sua sorella, presenta le dimissioni dalla sua carica arcivescovile e si ritira nella certosa di Parma dove un anno dopo muore. Considerato da Balzac "il capolavoro della letteratura delle idee", il romanzo appare nell'ultima parte troppo frettoloso e superficiale. Tuttavia ciò non mina il valore poetico e letterario di quest'opera in cui Stendhal ha trasfuso ogni sua esperienza di vita, ogni suo ideale. Con vera mano d'artista l'autore ha tracciato la lotta delle passioni, dell'ambizione, dello scetticismo cinico, ha compiuto un'analisi minuziosa dei sottili sentimenti e delle macchinazioni, degli intrighi e di tutte le passioni, offrendo al lettore un quadro fine, conciso, vivace e a volte alquanto satirico dell'Italia dopo il 1815. Senza dubbio uno dei motivi poetici maggiori è il paesaggio. Le avventure di Fabrizio non possono dissociarsi dalla natura che lo circonda, ma al di là del semplice sforzo di rendere le cose viste, Stendhal disdegna il pittoresco e la colorazione descrittiva. L'analisi del paesaggio, come quella delle azioni dei personaggi, viene subito ricondotta con delicatezza e precisione alle sue armonie morali, al suo senso, quasi che l'esterno meriti attenzione solo quando costituisca un presagio o la manifestazione di un simbolo.



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