La Guerra del Peloponneso
Opera
dello storico greco Tucidide (sec. V a.C.). Il titolo di quest'opera, in prosa
attica, è dubbio; quella che è la dizione comune è desunta dalle prime parole
del proemio:"Tucidide ateniese scrisse la guerra dei Peloponnesi e degli
Ateniesi". La divisione in otto libri è dovuta ai filologi alessandrini; secondo
altri studiosi, la divisione sarebbe in nove o 13 libri: l'argomento doveva
abbracciare il periodo di tempo dall'inizio della guerra (431 a.C.) alla sua
conclusione (404 a.C.), ma la morte dell'autore troncò la stesura al 411 a.C.,
con l'ultimo libro incompiuto e mancante dei soliti discorsi diretti; infine
l'opera nella narrazione ha una divisione annalistica (estati per le operazioni
belliche, inverni per i preparativi diplomatici e militari). Il I 1ibro contiene
una breve premessa, ma molto importante per conoscere il metodo storico
tucidideo; segue quindi una trattazione particolareggiata della pentecontaetia,
cioè dei 50 anni intercorsi dalla fine della guerra erodotea (480-479 a.C.) al
431, durante i quali Atene, dopo le vittorie sui Persiani. ingrandì la stia
potenza sul mare, preparandosi in tal modo a imporre la propria egemonia:
periodo questo chiamato archeologia, cioè narrazione delle cose antiche; infine
vengono esposti i motivi della guerra dovuti alla rivalità delle due più grandi
poleis, Atene e Sparta, e all'intervento ateniese nella rivalità tra Corinto e
Corcira. I libri successivi (II-IV e V fino al capitolo 25) raccontano la prima
fase decennale della guerra (guerra archidamica, così detta da Archidamo, re di
Sparta), conclusasi con la pace di Nicia (421 a.C.). Di questa parte storica,
quella più importante è rappresentata dall'epitatio di Pericle in onore dei
caduti nel primo anno di guerra; notevole è anche la descrizione della peste,
che colpì Atene nel 429 e per cui morì lo stesso Pericle. Il capitolo 26 del
libro V contiene una nuova introduzione, quindi si parla della spedizione in
Sicilia (421-416 a.C.) ed è ricordato il celebre episodio della minuscola isola
di Melo cui gli Ateniesi presentatisi in forze imposero di abbandonare
l'alleanza con Sparta per unirsi a loro. Poiché i Melii non cedettero e
combatterono, furono sterminati: gli adulti uccisi, gli altri venduti come
schiavi. I libri VI e VII raccontano la spedizione in Sicilia: impresa
grandiosa, in cui gli Ateniesi si sforzarono al massimo per cercare di
indebolire e colpire la potenza spartana nelle fiorenti colonie siciliane: capo
della spedizione era l'ambizioso Alcibiade, il quale, contro il parere del
prudente Nicia, dopo aver attraversato il mare tra numerose difficoltà, iniziò
l'assedio di Siracusa. Qui Tucidide ci offre pagine di autentica drammaticità,
perché si passa lentamente dalle grandi e smisurate speranze dell'inizio alla
tragica disperazione dei rovesci militari, della difficoltà dei rifornimenti via
mare, degli intrighi politici in patria, infine alla catastrofe con
l'annientamento dell'esercito, la perdita della flotta e la resa di Atene per
fame (412 a.C.). L'ottavo libro contiene la narrazione degli ultimi avvenimenti
dopo la disfatta siciliana, fino all'anno successivo: la reazione oligarchica
contro la democrazia, conseguenza inevitabile della sconfitta militare, che
prese il nome di"governo dei Quattrocento". Quest'ultimo libro mostra in forma
evidente la sua incompiuta elaborazione, contiene imperfezioni e lacune, e manca
come si è detto delle demegorie, cioè dei discorsi dei personaggi; né sembra
accettabile la tesi del filosofo Cratippo, il quale afferma che Tucidide abbia
volutamente escluso i discorsi da questo libro. Fonti dell'opera tucididea
sembrano essere Ellanico, Antioco di Siracusa (con la sua Storia siciliana) e
altri logografi, pur distinguendosi da questi per il tono polemico: i criteri
adottati sono soprattutto l'autopsia e l'euristica:"L'ateniese Tucidide
descrisse la guerra tra Ateniesi e Peloponnesi, come combatterono tra loro
cominciando subito al suo sorgere e immaginandosi che sarebbe stata grande e la
più importante di tutte quelle avvenute fino allora. Lo immaginava deducendolo
dal fatto che le due parti si scontrarono quando entrambe erano al culmine di
tutti i loro mezzi militari ... Certo questo è stato il più grande sommovimento
che sia mai avvenuto fra i Greci e fra una parte dei barbari e, per così dire,
anche per la maggior parte degli uomini. Giacché gli avvenimenti precedenti alla
guerra e quelli ancora più antichi erano impossibili a investigarsi
perfettamente per via del gran tempo trascorso, e a giudicare dalle prove, che
esaminando molto indietro nel passato mi capita di riconoscere come attendibili,
non li considero importanti né dal punto di vista militare, né per il resto" (I,
I). Tucidide avverte subito la difficoltà che ha uno storico per appurare la
verità storica, alterata da tradizioni e da preconcetti: "Tali adunque si sono
presentati alle mie ricerche gli antichi avvenimenti ma sono tali da rendere
difficile il prestar fede a un qualunque indizio su di loro, così come viene ...
così poco faticosa è per i più la ricerca della verità e a tal punto i più si
volgono di preferenza verso ciò che è a portata di mano"(cap. 20). Così l'autore
riproduce i discorsi in maniera approssimativa ma, in quanto ai fatti avvenuti
durante la guerra, ritiene suo dovere di storico non di riferirli secondo le
informazioni del primo venuto o ad arbitrio, ma di riportare quelli cui ha
assistito lui stesso e quelli che ha saputo dagli altri, dopo averli accertati
con la più scrupolosa esattezza: quello, intatti, che gli interessa è che la sua
storia"sia giudicata utile da chi vorrà conoscere con assoluta certezza sia gli
avvenimenti passati sia quelli futuri, che secondo il corso delle umane vicende
si ripeteranno in forma analoga o identica"(cap. XXII). In tal modo la storia,
con i discorsi, diventa animata e l'animazione presenta gli attori della storia
con evidenza di personaggi, mentre secondo il Pontani, "è a un tempo stesso
portatrice di un giudizio dello storico, che muove quei personaggi a dire le
cose necessarie". Programma invero di severa obiettività, cui lo storico tiene
fede, nonostante l'ammirazione per Atene e per certe figure spartane, né la
simpatia per un governo "misto" di aristocra-zia e democrazia: "E questa fu la
prima volta in cui ai miei tempi gli Ateniesi abbiano mostrato di governarsi
bene: avvenne infatti una moderata mescolanza di oligarchia e di democrazia..."
(VIII, 97). Così l'opera dello storico non si esaurisce nell'indagare con la
maggiore esattezza possibile la verità degli avvenimenti; rimane un lavoro più
difficile, quello cioè di interpretare i fatti e comprenderli, di scoprirne il
nesso logico, di discernere sia le cause generali, sia i motivi particolari che
li hanno determinati; per Tucidide infatti la storia si ripete e le leggi
storiche che determinarono gli avvenimenti del passato li determineranno sotto
la forza di analoghe circostanze anche nell'avvenire: infatti tutto deriva da
cause umane, di cui alcune sono materiali (come la posizione geografica o le
condizioni militari ed economiche di un paese), altre sono morali (lo spirito
delle istituzioni o la psicologia dei popoli e degli individui). Il senso
unitario della storia è radicato nella lezione della fisis, cioè nella legge del
più forte e nell'inevitabilità dell'ingiustizia; questa, come osserva il
Pontani, è consderata su un piano molto concreto come rottura di un equilibrio
di forze. che origina l'imperialismo egemonico. Geniale precursore di
Machiavelli, Tucidide scopre l'importanza dell'autonomia della sfera economica,
l'identificazione della politica con la pura utilità, toglie o quasi ogni
necessario valore alla tuche (fortuna) e sottolinea l'importanza della csinesis
(intelligenza). Lo stile dell'opera è duro, grave, vigoroso: c'è densità di
pensiero, concisione di forma, ricchezza di retorica; il dialetto è l'attico
antico, quello del V sec.