LE FILIPPICHE (PHILIPPICAE ORATIONES)

Opera dello scrittore latino Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.)

Cicerone

 

    Si tratta di 14 orazioni pronunciate davanti al Senato fra il 2 settembre del 44 e il 21 aprile del 43 (la IV e la VI furono invece rivolte al popolo, mentre la II fu soltanto scritta) contro il tribuno Antonio e la sua politica: il titolo di Filippiche risale allo stesso Cicerone (Epist. Bruti ad Ciceronem, II, 3, 4 e II, 4, 2 Ciceronis ad Brutum) , che le volle ricollegare alle famose invettive pronunciate dal grande Demostene contro Filippo di Macedonia; Aulo Gellio le chiamò Antoniane. Cicerone era appena giunto a Roma dopo un'assenza di cinque mesi, e Antonio aveva convocato il Senato, invitando alla seduta lo stesso Cicerone per sapere se poteva contare sulla sua solidarietà; ma Cicerone non si presentò e Antonio inveì contro di lui; il giorno dopo, assente Antonio, Cicerone si presentò in Senato e pronunciò la prima Filippica. In essa Cicerone si dichiara non ostile nei riguardi di Antonio, ne loda alcuni atti, altri ne condanna e finisce col dichiararsi devoto alla causa della libertà e della repubblica: come si intuisce, il tono è in generale ancora conciliante e Cicerone ancora esitante. Questo spiega il fatto per cui il giorno dopo Antonio riconvocò il Senato per ribattere al discorso di Cicerone e incriminarne la condotta: Cicerone non si presentò alla seduta, ma ritiratosi nei dintorni di Napoli pensò e scrisse la II Filippica, un'implacabile requisitoria contro Antonio: Cicerone nega di aver ricevuto benefici da Antonio, rigetta l'accusa di ingratitudine, giustifica gli atti della sua vita dal consolato alla morte di Cesare, passa poi all'attacco e risalendo alla giovinezza di Antonio fa un quadro odioso della sua vita e gli predice la vendetta del popolo romano. Mentre Antonio lasciava Roma per correre contro D. Bruto, Cicerone accorse a Roma e in una seduta del Senato pronunciò la III Filippica: con essa appoggia la proposta dei tribuni ostili ad Antonio, quella cioè di assegnare una guardia del corpo ai con-soli designati, elogia il giovane Ottaviano D. Bruto, la IV legione e la legione di Marte che hanno abbandonato Antonio. La IV Filippica è pronunciata lo stesso giorno dalla tribuna del Foro dinanzi al popolo ed è il riassunto della precedente. Con l'entrata in carica dei nuovi consoli Vibio Pansa e A. Irzio e con la proposta di Q. Fufio Caleno di inviare ad Antonio una deputazione che lo richiamasse all'obbedienza delle leggi, Cicerone sentì il bisogno di pronunciare la V Filippica: si propone di ricompensare i difen-sori della repubblica e chiede per Ottaviano la carica di propretore, chiamandolo "divino" (cap. 16: "Chi diede al popolo romano questo divino giovinetto?"). La VI Filippica pronunciata davanti al popolo è il resoconto di ciò che il Senato ha deliberato: notevole il patriottismo che rifulge in questo discorso. Con la VII Filippica Cicerone si lagna di alcuni consolari, loda i consoli in carica e ritiene la pace con Antonio turpe, pericolosa e perciò impossibile. Nell' VIII Filippica l'oratore rileva la poca energia del console Pansa, la scarsa autorità del Senato, che teme di adoperare il termine "guerra", fa l'esame delle proposte di Antonio, ritenute inaccettabili e chiede che entro le idi di marzo chiunque sia rimasto fedele ad Antonio sia dichiarato nemico della patria. Intanto, in seguito alla morte avvenuta a Modena del giureconsulto Sulpicio, il console Pansa proponeva che i funerali di Sulpicio fossero fatti a spese pubbliche e che in suo onore fossero innalzati un monumento sepolcrale e una statua. Prese allora la parola Cicerone e pronunziò la IX Filippica: il discorso contiene l'elogio del defunto. Con la X Filippica Cicerone fa riconoscere la legalità del comando affidato a M. Bruto in Macedonia, e fa un confronto fra la condotta criminale di Antonio e dei suoi partigiani con quella di Bruto. Dopo aver attaccato (XI) il proconsole Dolabella, suo genero, che osteggiava il potere di Cassio nella Siria e dopo aver inutilmente sostenuto un riconoscimento legale dell' imperium di Cassio (XII) Cicerone fa naufragare le proposte di una transazione pacifica caldeggiata da Lepido e da altri (XIII): notevole in questa orazione l'urbanità e la moderazione nel confutare un avversario, di cui in parte si accettano le proposte; dopo lo scontro degli eserciti senatoriali con Antonio, l'uccisione di Pansa e la proposta di Servilio di decretare supplicazioni in onore dei generali, viene pronunciata la XIV e ultima Filippica, in cui Cicerone consente che si facciano supplicazioni e si rendano onoranze ai caduti: "E i premi, che il senato dianzi stabil per i soldati, siano assegnati ai genitori, ai figli, alle mogli, ai fratelli di coloro che in questo conflitto morirono per la patria e siano distribuite quelle ricompense, che sarebbe opportuno da-re a quegli stessi soldati se avessero vinto da vivi a quelli che, pur morendo, vinsero". Queste sono le ultime parole pronunciate da Cicerone in Senato: meno di cinque mesi dopo, il "divino" Ottaviano per tornaconto politico cederà la testa di Cicerone ad Antonio: sarà il 7 dicembre del 43 a.C. Con Cicerone si spegne l'ultimo grido della repubblica.

 
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