PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Lucrezio - De rerum natura


Il movimento filosofico che ha preso spunto da Epicuro non ha prodotto alcuna evoluzione di rilievo all’interno del suo pensiero; più che altro si è trattato di ripetizioni che in alcuni casi hanno esplicitato qualche punto lasciato in ombra dal maestro.

Da questo panorama “uniforme” si stacca però la figura del poeta latino Lucrezio Caro, Tito (circa 99 - 55 a.C.) che costituisce un “unicum” nella storia della filosofia di tutti i tempi. Nell’opera “De rerum natura” egli cantò in mirabili versi il verbo di Epicuro sottolineandone la valenza esistenziale, ma conferendoli un tono drammaticamente pessimista.

In tale opera, trattando di argomenti quali l'origine e lo sviluppo del mondo e delle cose, la mortalità dell'anima, il rapporto con gli dei, esprime attraverso la poesia la titanica tragedia della natura universale in tutta la sua maestà, e induce a soffrire e piangere sulla nostra misera condizione di mortali. L'uomo, trascurato completamente dagli dei, costretto a vivere in una natura che gli è piuttosto matrigna che madre, può tuttavia trionfare ad opera di Epicuro, il primo che ha osato tra gli uomini schiacciare la religio, cioè la superstizione, e guardare in faccia gli dei.

Grazie all’opera del poeta latino, la dottrina epicurea non parla più solamente al lògos, ma a tutta l’emotività dell’uomo. La “malinconia” di Epicuro trova in Lucrezio un’espansione lirica, e viene ad emergere anche un senso di pietà nei confronti degli uomini non saggi, per i quali la vita appare senza luce. Il pessimismo sembra talora assumere forme radicali spingendo il poeta a chiedersi che male sarebbe stato non nascere.

Lucrezio, del resto, non fa che confermare un aspetto: l’epicureismo, al di sotto di una superficie apparentemente ottimista e fiduciosa nelle possibilità di autosalvezza del saggio, sembra percepire la drammaticità di un orizzonte esistenziale privo di senso.

Concludendo, una sola differenza sussiste fra Epicuro e Lucrezio: il primo seppe placare le sue angosce anche esistenzialmente; Lucrezio, invece, ne restò vittima, e morì suicida a 44 anni.



De rerum natura

La più grande opera di Lucrezio, il "De rerum natura" , fu scritta in esametri e suddivisa in sei libri: probabilmente non fu finita o, in qualsiasi caso, manca di una revisione. Il poema è dedicato a Gaio Memmio, che fu amico e patrono di Catullo e Cinna. San Girolamo asserisce che il "De rerum natura" fu rivisto e pubblicato da Cicerone pochi anni dopo la morte di Lucrezio. La data di composizione non è sicura: probabilmente fu composta nel periodo successivo al 58, anno in cui fu pretore Memmio. Il motivo del poema, come spiega lo stesso Lucrezio, è la diffusione della filosofia epicurea a Roma; un'impresa ardua, tanto più per il fatto che la lingua latina aveva un vocabolario molto ristretto e Lucrezio si trova in difficoltà nel tradurre in latino parole greche centrali nella filosofia di Epicuro e deve ricorrere a perifrasi nuove, quali semina, primordia o corpora prima per designare gli atomi. Ma perché allora Lucrezio, per impartire insegnamenti filosofici, si avvale della poesia? Lucrezio spiega che come i genitori somministrano le medicine ai bambini cospargendole di miele per renderle meno sgradite, così lui intende fare con la filosofia: vuole cioè cospargere col miele delle Muse una dottrina apparentemente amara, che riduce l'esistenza dell'uomo al mondo terreno. Quest'idea, di sfuggita, è ripresa anche da Torquato Tasso in La Gerusalemme liberata , libro I : E che il vero condito in mille versi, / i più schivi allettando ha persuaso . Il poema è chiaramente articolato in tre gruppi di due libri (diadi): Nel I libro, dopo l'inno a Venere, personificazione della forza vivificatrice della natura e immagine della contemplazione razionale della bellezza della natura, sono spiegati i princìpi generali della filosofia epicurea: gli atomi, le parti ultime della materia (indivisibili, immutabili, infinite), muovendosi nel vuoto infinito si aggregano in modi diversi e danno vita a tutte le realtà esistenti; interviene poi la disgregazione. Nascita e morte sono costituite da questo processo di continua aggregazione e disgregazione: a rigor di logica, spiega Lucrezio, nulla muore, nulla nasce e tutto si conserva. Alla fine del I libro Lucrezio fa una carrellata di teorie naturalistiche contrapposte a quella di Epicuro, confutandole una ad una: Eraclito, Empedocle, Anassagora. Nel II libro viene illustrata la teoria del clinamen, la caratteristica più originale di Epicuro rispetto a Democrito e Leucippo: il clinamen, ovvero la deviazione degli atomi dal loro corso, svolge due funzioni importantissime. Se non ci fosse, da un lato, il mondo non si sarebbe potuto formare: esso è infatti dato dallo scontro degli atomi e dalla loro successiva aggregazione, ma se essi cadessero verticalmente nell'infinito non potrebbero mai incontrarsi; con il clinamen, invece, per una qualche legge che sfugge al rigido determinismo, può succedere che qualche atomo si allontani dal suo moto verticale e vada a scontrarsi con altri atomi. La teoria del clinamem, poi, rende possibile il libero arbitrio dell'uomo, il quale è, per Epicuro e per Lucrezio, artefice del proprio destino: l'idea che nel mondo non tutto vada secondo necessità, secondo leggi rigidamente determinate è dimostrato dal fatto che gli atomi subiscano il clinamen (deviazione) e si scontrino, dando origine al mondo; viene così garantito un margine di libertà all'agire umano. Il III e IV libro costituiscono la seconda coppia che espone l'antropologia epicurea: il III spiega come l'anima e il corpo siano entrambi costituiti da atomi e, pettanto, entrambi destinati a morire. Tuttavia si tratta di atomi diversi: quelli dell'anima sono più leggeri e lisci. Il IV libro tratta la gnoseologia epicurea: entra in gioco la teoria dei simulacra , teoria secondo la quale alcuni atomi si staccano dall' oggetto conosciuto per colpire i sensi del soggetto conoscente. I simulacra , tra l'altro, servono anche per spiegare le immagini che vediamo nei sogni e sono anche all'origine della reazione dei dormienti di fronte all'immagine degli oggetti del loro desiderio. Lucrezio dà anche una celebre spiegazione della passione d'amore, spiegando come essa altro non sia che un'attrazione fisica, meramente materiale. La terza coppia di libri prende in esame la cosmologia: il libro V espone la mortalità del mondo (uno degli infiniti tra i mondi esistenti), analizzandone il processo di formazione. Lucrezio tratta anche, in questo libro, del moto degli astri e delle sue cause. Il VI libro, invece, si sforza di dare spiegazioni assolutamente naturali dei vari fenomeni fisici (i fulmini, i terremoti, ecc), estromettendone la volontà divina, che non influisce minimamente negli affari degli uomini. Sulla descrizione dei vari eventi catastrofici si innesta la descrizione della terribile peste scatenatasi ad Atene nel 430 e già narrata splendidamente da Tucidide, con la quale l'opera si chiude bruscamente. Ogni coppia si chiude con un quadro impressionante di dissoluzione. All'attacco di ogni libro, invece, c'è una celebrazione di Epicuro ( ille deus fuit ripete Lucrezio), del suo coraggio intellettuale e del suo ruolo storico (e qui Lucrezio evidentemente intende il riferimento anche come rivolto a se stesso). Come detto, il "De rerum natura" probabilmente non ha ricevuto un'ultima revisione: il poema avrebbe dovuto chiudersi con una nota serena, in corrispondenza con il gioioso inno a Venere, e non con il terrificante quadro della peste di Atene.

Nonostante l' egestas patrii sermonis e la mancanza di un linguaggio filosofico romano vero e proprio, il poema ha avuto per parecchi secoli fama grandissima: da quasi tutti gli scrittori latini a quelli cristiani del Medioevo, a Poggio Bracciolini sino ai pensatori dell'Illuminismo, a quelli del Romanticismo, e ancora a Foscolo e Leopardi, fino ai moderni, in quanto nella poesia lucreziana c'è ricchezza di idee, palpito di coscienza morale, pregio sovrano dell'arte.



Lucrezio: De rerum natura


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