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Vladimir Vladimirovič Majakovskij (1893-1930)
- Poema di Lenin

Si tratta di una delle opere migliori del poeta rivoluzionario, specialmente perchè evita ogni forma di retorica: si può dire che viene negata qualsiasi evocazione di Lenin di carattere retorico-monumentale. Majakovskij vede e sente in Lenin la "realizzazione" e la verifica di speranze antiche degli oppressi. La storia della Rivoluzione è poetizzata e la figura di Lenin passa dalla cronaca-storia all'immagine poetica; il passaggio è ottenuto con mezzi sobri, incisivi. Il poema è diviso in 15 canti: in essi l'autore traccia la storia di tutto il movimento operaio russo e internazionale, e intreccia questa storia con la vita di Lenin. Il poeta respinge subito ogni possibilità di "poesia di corte": "Ma è possibile che di Lenin / si debba ancora dire "Condottiero per grazia di Dio"? / No, no, per niente: se fosse stato per grazia di Dio o imperiale / sarebbe scoppiata la mia ira. / Mi sarei messo contro i cortei / avrei sbarrato le strade alle folle". Contro l'adorazione di Lenin, dunque: e per il riconoscimento che Lenin è un uomo, non un dio. Ma la vita di Lenin ha, per Majakovskij, un'importanza che varca i confini dello spazio e del tempo: "Breve è la vita di Ul'janov / ma la vita di Lenin non ha fine" (ricordiamo che Lenin è lo pseudonimo che assunse Vladimir Il'ič Ul'janov). Questa "vita vasta" nasce prima di Ul'janov, nasce col sorgere del proletariato, della "prima caldaia": "Sua Altezza il Capitale, / senza diadema o corona, / rendeva schiava la forza dei contadini; / saccheggiava e rapinava la città / e ingozzava il ventre obeso / delle sue casseforti". Intanto la classe operaia nasceva e "come una minaccia" già alzava "al cielo le sue ciminiere". Poi gli altri momenti, che hanno preceduto Lenin in questa storia del movimento operaio, scritta secondo i canoni e poeticamente viva: ecco Marx, il "fratello maggiore di Lenin", il pianto delle ombre dei comunardi "straziati da Thiers", la condanna delle azioni individualistiche, la lotta: "Per tutto questo, nella lontana Simbirsk, / nacque un bambino come gli altri, / Lenin". Il momento centrale di Lenin fu l'esecuzione di suo fratello, fatto impiccare dallo zar per attività contro lo Stato: "Allora, a diciassette anni, Lenin pronunciò queste parole, / più sicure del giuramento del soldato / quando lo dice a mano levata: / "Siamo pronti a darti il cambio, fratello. / La vittoria sarà nostra, ma la strada che seguiremo diversa"". Non seguiremo qui tutte le immagini di Majakovskij: ecco il 1905, la sconfitta operaia, la pavida reazione degli intellettuali, le lucide indicazioni di Lenin, poi il 1914: "L'imperialismo nudo, / con la pancia scoperta e la dentiera, / col sangue che gli arriva ai ginocchi / divora paesi e paesi con le baionette. / Intorno gli stanno i cortigiani, / i patrioti" che dicono: "Operaio, combatti fino all'ultimo respiro". Ma Lenin dice: trasformiamo la guerra imperialista in guerra civile. I popoli non hanno colpa. Contro la borghesia di tutti i Paesi leviamo la bandiera dell'Internazionale. Ed ecco la Russia in rivolta: da Tabriz ad Arcangelo. Ed ecco i tentativi della borghesia di salvarsi: "Lo schiavo s'è ribellato. Picchialo a sangue. / E puntano contro Lenin l'arma di Kerenskij". Lenin torna nell'illegalità, in Finlandia, ma per poco: viene l'Ottobre. "A tutti, a tutti, a tutti, / a tutti i fronti che rosseggiano di sangue, / a tutti gli schiavi che stanno sotto il pungo dei ricchi. / Il potere, tutto il potere ai Soviet. / La terra ai contadini. / Pace ai popoli. Pane a coloro che hanno fame". Scoppia la guerra civile, ma lo Stato sovietico vince e fanno presa le parole di Lenin: "Noi, / anche ad ogni cuoca / insegneremo a dirigere lo stato". La guerra civile è finita, l'URSS è a pezzi: bisogna ricostruire, costruire. E Lenin promuove la ricostruzione, anche a costo di ritirate tattiche (la Nuova politica economica). Ma il comunismo di guerra era finito. Occorreva il comunismo di pace. Il penultimo canto è dedicato alla morte di Lenin e alle reazioni suscitate tra operai, soldati e contadini: "Era un uomo umano, in ogni vena. / Portate la sua bara e struggetevi per l'angoscia / uomini". E non solo piangono in Russia: anche negli Stati Uniti "i negri piangono Lenin". Il poema è "ottimista" e Majakovskij, che passa dal tono profetico a quello sommesso, dal tono patetico a quello satirico, nell'ultimo canto esprime la sua fede nella continuità dell'opera del grande rivoluzionario russo.

Vladimir Majakovskij