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Stèphane Mallarmè - Il pomeriggio di un Fauno
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Stèphane Mallarmè (Parigi 1842 - Valvins
1898)
Poeta francese. Nato da una famiglia di funzionari statali, ebbe una vita
priva di avvenimenti esteriori rilevanti. Visse a lungo in Inghilterra, dove
potè studiare l'opera di J. Keats, di A. C. Swinburne, di E. A. Poe (del
quale tradusse la poesia Il Corvo) e il pensiero di G. Berkeley e di G. W.
F. Hegel. Tornato in Francia, fece per diversi anni il professore in
provincia, poi si trasferì a Parigi, dove si dedicò al giornalismo
letterario, scrivendo su varie riviste (e specialmente sul Parnasse
contemporain) e costituendo un circolo di poesia. Fu considerato ben presto
un maestro dai numerosi giovani che lo frequentavano e la sua fama superò
anche i confini della Francia. La sua opera poetica, non vasta ma profonda,
lasciò un solco inconfondibile nella cultura del suo e del nostro tempo,
dato che a Mallarmè hanno fatto capo, si può dire, quasi tutte le correnti
moderniste ed ermetiche della poesia contemporanea.
P. Valèry, che fu discepolo di Mallarmè, osservò che le sue liriche
danno l'idea di un oggetto in un certo qual modo assoluto, creato
dall'equilibrio di forze intrinseche.
Il pomeriggio di un Fauno (L'après midi
d'un faune)
Poemetto di 110 versi del poeta francese Stèphane Mallarmè (1842-1898)
E' tra le opere più raffinate, pure e suggestive di Mallarmè. Se c'è un
soggetto, è solo un pretesto per una serie di variazioni di carattere
evocativo-musicale: un fauno compare, in un pomeriggio d'estate, in una
mitica plaga di sole, di acque, di canne, eco onirico e inquietante della
Sicilia greca. Il Fauno insegue le Ninfe: o, meglio, parla delle Ninfe, dei
suoi desideri, della zampogna. Le ha possedute, non le ha possedute? Non ha
importanza: quel che importa è l'immaginazione del Fauno, il suo sogno (o
ricordo?) di averle amate, di avere gioito nella sua gioiosa, poetica,
divina e animalesca libidine dei loro corpi freschi. O dell'ombra dei loro
corpi. O dei riflessi delle canne, dei giochi delle luci sull'acqua.
Assistiamo, e la nostra fantasia ne è eccitata, alla nascita delle dee
acquatiche. I versi stillano parole: le parole, i sogni, le estasi sembrano
uniti in un prodigioso nodo di fantasia: in questo nodo, in questo viluppo
di suoni e cose, riaffiorano desideri di antiche suggestioni mediterranee,
di pagane sorgive, di strani, antichi esseri che soffiano nei grappoli d'uva
succosa, nell' "avidit di ebbrezza". C'è, nel poema, un continuo, incessante
e tormentoso gioco tra la realtà e il piacere immaginario, tra la pienezza
reale dell'uva e il piacere immaginario dell'acino svuotato, riempito del
soffio della poesia e del sogno. In sostanza il gioco della verità e della
menzogna fantastica, su cui si fonda la poesia: attraverso il chicco d'uva
il Fauno conosce, come osserva il Richard, "la sua trasparenza; il suo
potere, che possiede, di fabbricare la trasparenza per proiettarla in un
mondo d'oggetti". Il poemetto è diviso in parti non uguali: gli spazi "bianchi"
sono meditazioni, sogni, pause del monologo del Fauno. Il quale vuole "eternare
queste ninfe" e il loro "incarnato leggero". Centrale è la domanda del Fauno:
"Amai un sogno?", che esprime la sottile ambiguità, cui abbiamo accennato, e
che regge tutto il poemetto costituendone l'incanto: è l'illusione che
sfugge "agli occhi azzurri e freddi / come una sorgente in pianto: / oh no!
è come la brezza che sospira nella tua capigliatura". Le rive siciliane sono
vere: "O rive siciliane di un calmo acquitrino, / che all'invidia del sole
la mia vanità saccheggia, / tacito sotto i fiori di scintille, RACCONTATE /
che io qui spezzavo le cave canne domate / dal talento; quando sull'oro
glauco di lontane / verzure dedicando la loro vigna alle fontane, / ondeggia
una bianchezza animale in riposo ... volo di cigni o naiadi...". Sentiamo
l'acre sapore del sole meridiano: l'estasi panica di essere ritornati alle
radici perdute in cui la natura è divinità e le ninfe del sogno sono reali.
Ci identifichiamo così con il Fauno, sentiamo con lui sotto le nostre labbra
la pelle delle ninfe: "Il mio seno vergine di prove, testimonia / Un morso
misterioso dovuto a qualche dente divino...". Realtà e ricordo: "O ninfe,
gonfiamoci di ricordi diversi": ricordo di chiome sparse nell'acqua, di
chiarità e fremiti, di languori, profumi e rapimenti. La logica è quella del
gioco delle armonie e delle pause, delle evocazioni segrete, dell'improvviso
affiorare di una presenza arcana nell'acqua, tra i giunchi. Amori tra
divinità, amori all'origine del mondo: la parola perfetta di Mallarmè è
veramente "gonfia" di questa arcana realtà. La musica della parola è in atto:
e per un musicista della levatura di Debussy fu un "bel gioco" tradurla in
musica di note nel suo Preludio al meriggio di un fauno, in cui risuona la
voce sottile, inquietante, come arcana ed esotica (di un esotismo che ci
porta in plaghe remote, abitate da dei indigeni) del flauto. Nel poema, il
sogno si fa carnale come la realtà della speranza certa: "Verso la felicità
altre mi trascineranno / Con la loro treccia annodata alle corna della mia
fronte: / Tu sai, o mia passione, che, porpora e già matura / Ogni melagrana
scoppia e mormora d'api; / E il nostro sangue, preso da chi sta per
afferrarlo, / Cola tutto lo sciame eterno del desiderio". Una speranza
ardita, anche per il Fauno: amare, addirittura, la dea Venere. L'ardito
Fauno sarà sicuramente punito per aver ardito tanto, nel sogno del futuro.
Ma forse no...
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