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EROTOCRITO

Poema di circa undicimila versi decapentasillabi, rimati a coppie che è ancor oggi il maggior monumento della letteratura greca volgare. Il poema fu pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1713. L'unico manoscritto, conservato nel British Museum, è del 1710. Stando alle indicazioni fornite dai versi finali e confermate dalle ricerche dello Xanthudidis, ne sarebbe autore un tal Vincenzo Cornaro, nato a Sitia, in Creta, dove morì nel 1677: oriundo veneto, a quanto pare, ma interamente ellenizzato, a giudicare almeno dall'opera, che affonda profondamente le sue radici nell'"humus" nazionale greco. Gli elementi eterogenei vi sono infatti assimilati e assorbiti in una temperie omogenea che è francamente greca. Circa la data del poema, si è d'accordo fra gli studiosi nel ritenere che esso sia stato composto nell'ultimo periodo del dominio veneto in Creta, dopo il 1600 e prima del 1669. Secondo le ricerche di uno studioso romeno, il Cartojan ("Memorie" della Accademia Romena, VII, 1935), la fonte principale dell'opera sarebbe da riconoscere nel romanzo francese di Paris et Vienne probabilmente noto all'autore attraverso redazioni italiane. La questione delle fonti non menoma tuttavia il valore poetico dell'opera, concordemente riconosciuto dai critici moderni e confermato dalla vasta popolarità del poema, non solo in Grecia ma anche in altri paesi balcanici. L'azione del poema è collocata in un passato immaginario e remoto nel quale gli uomini adoravano il Sole e la Luna. Regna su Atene il re Iràklis (Eraclio) che ha un'unica figlia, Aretusa (il nome è diminutivo di Arete), naturalmente bellissima. Della fanciulla si innamora il giovine Erotocrito (il nome, che vorrebbe significare "il tormentato d'amore", ricorre nel testo del poema nelle forme Rotokritos e Rokritos), figlio di Pezòstrato, consigliere del re. Il giovane si reca ogni notte sotto le finestre della sua bella per cantare, accompagnato dal liuto, il suo amore, Aretusa è presa di simpatia per l'ignoto cantore. Ripetuti tentativi del re per scoprire il cantore riescono vani, ma il caso fa sì che la fanciulla, in una visita alla casa di Pezòstrato, durante l'assenza del giovane, venga a scoprire chi è l'autore dei canti così appassionati. Quando i due s'incontrano di nuovo, il rossore della principessa rivela i suoi sentimenti. Intanto Eraclio indìce una grande giostra, alla quale prendono parte prìncipi e cavalieri venuti dai più lontani paesi. Anche Erotocrito si presenta, supera tutti i concorrenti e riceve dalle mani di Aretusa il premio del suo valore, una corona d'oro. Le peripezie della giostra e le armature dei cavalieri sono minuziosamente descritte. Le divise e le rappresentazioni simboliche dei cimieri indicano che quasi tutti i cavalieri languono d'amore. Una sera da una finestra del palazzo Aretusa parla a Erotocrito. Entrambi confessano il loro amore ed Erotocrito ne prende coraggio per chiedere la mano della fanciulla. Ma il re si adonta della richiesta e manda in esilio Erotocrito. Una sorte ancora più triste attende la fanciulla. Come essa rifiuta di sposare il principe di Bisanzio, le vengono tagliati i capelli, ed è chiusa in una squallida prigione, dove resta a intristire per tre anni. Scoppia una guerra fra il re dei Vlachi e il re di Atene. Gli Ateniesi hanno la peggio, ma in loro soccorso arriva un cavaliere sconosciuto, nero come un Saraceno, il quale viene ogni mattina sul suo corsiero, mena strage nelle file dei Vlachi, e si ritira quando la notte interrompe la battaglia. Questo cavaliere è Erotocrito, reso irriconoscibile da un'acqua incantata. In uno di questi scontri egli salva la vita del re che vorrebbe farlo suo figlio adottivo e gli offre la metà del suo regno. Ma lo sconosciuto non accetta nessuna ricompensa e rende agli Ateniesi un servigio ancora più grande coll'uccidere il campione dei Vlachi, Aristo, in una singolare tenzone che dovrà decidere della guerra. Però anche Erotocrito è gravemente ferito e grandi cure sono necessarie per risanarlo. Dopo ulteriori prove, non tutte necessarie, il poema si chiude, come era da attendere, con un riconoscimento e colle nozze dei due protagonisti. Frutto di un bizzarro e tardivo innesto del poema cavalleresco occidentale sul vecchio tronco del romanzo bizantino, il poema esalta le virtù umane, la fedeltà, l'amicizia, l'amore, sprone alle nobili imprese, e tutte le virtù cavalleresche del mondo feudale. Questo ingenuo idealismo, che nessun sorriso ariostesco incrina, ha certo contribuito a rendere popolari gli eroi del poema, del quale si conoscono una ventina di ristampe, prima dell'edizione critica dello Xanthudidis (1915). Anche la prolissità, che è il difetto più lamentato dal lettore moderno, è un tratto dello stile narrativo popolare. La lingua poetica, che poggia sul dialetto orientale di Creta, è nitida e vigorosa, ricca e omogenea. Sin dai primi versi, come nota lo Hesseling, si ha l'impressione di trovarsi dinanzi a un'opera di forte personalità letteraria. Sembrano tuttavia eccessivi gli apprezzamenti di critici greci e stranieri che credono di vedere nel poema, il cui valore letterario è innegabile, una concreta espressione di sentimento nazionale.







EROFILE

Tragedia in cinque atti e quattro intermezzi di Giorgio Cortazze (Chorttátzes) (sec. XVI-XVII) di Rethymna in Creta, pubblicata, pare, nel 1637. Si apre con un prologo in cui, tra tuoni e folgori, Caronte, la divinità della morte, appare con una falce, e predice la fine tragica dei personaggi. S'inizia poi la tragedia vera e propria. Filogono, re di Menfi, in Egitto, aveva ucciso proditoriamente il fratello maggiore erede legittimo del trono, e ne aveva usurpato il regno. Dalle sue nozze con la vedova del fratello nasce una fanciulla bellissima che ha nome Erofile. Nella Corte veniva educato insieme alla principessa un fanciullo orfano, Panareto, figlio del re di Tzertza ucciso in guerra, senza che Filogono ne conoscesse l'origine. Panareto, cresciuto, si fa notare per senno e valore e viene perciò preposto agli eserciti regi, con i quali vince e allontana dalla terra egiziana gli invasori, i re di Persia e di Anatolia. Anche dalla giostra che festeggia la vittoria Panareto esce vincitore. Intanto l'amore che era sorto fin dagli anni puerili tra Panareto ed Erofile fa sì che essi celebrino un matrimonio segreto. Ma i due re vinti chiedono la pace e, come suggello e garanzia di essa, le nozze di Erofile con chi dei due essa preferisca. Panareto, invitato dal re a dire la sua opinione, cerca di distoglierlo da tale proposito; d'altra parte anche Erofile rifiuta le nozze. Poco dopo Filogono, avuta notizia dell'unione segreta dei due, prende una decisione terribile. Uccide Panareto, gli taglia la testa e le mani e gli strappa il cuore, e messo tutto ciò in un catino d'oro, ne fa offerta alla figlia come dono nuziale. Erofile alla macabra vista impazzisce e si uccide sulla scena. Ed essendo Filogono accorso alle grida delle donne del coro, viene da esse gettato a terra e battuto a morte, mentre l'ombra del fratello da lui ucciso, apparsa in quel momento, gioisce per la giusta vendetta. Tra i cinque atti dell'azione principale sono inseriti quattro intermezzi che costituiscono un dramma nel dramma, e servono a ricreare lo spettatore dalla tragicità dell'argomento principale, essendo anche accompagnati da musica e danza. Argomento degli intermezzi sono alcuni episodi della Gerusalemme liberata del Tasso. La tragedia tutta è ispirata e condotta su fonti libresche della letteratura italiana del XVI secolo; la truce tragedia di Giraldi Cinzio, l'Orbecche, ne è il modello. La tragedia ebbe grande fortuna nell'ambiente cretese e in generale in quello greco del tempo. Ma il lettore moderno trova l'opera pesante e alquanto noiosa: i monologhi stancano; le lunghe tirate dialogiche, che spesso sono veri e propri gnomologi, attenuano l'interesse; i lenocini retorici offendono il nostro gusto. Non sono tuttavia prive di grazia le parti liriche. Confrontata con l'Orbecche, l'Erofile cede al suo modello per la potenza drammatica: il Cortazze ha eliminato le parti più orribili e ripugnanti, rendendo però più debole il carattere drammatico dell'opera. Ma per le parti corali l'Erofile è dì gran lunga superiore: i suoi melodiosi endecasillabi si possono mettere a confronto coi migliori della letteratura neoellenica.






RACCONTI di Vlachoiannis

I racconti dello scrittore neogreco Iannis Vlachoiannis (1868-1945) furono pubblicati ad Atene nel 1893 con il titolo Storie e con lo pseudonimo di Iannis Epactitis, e nel 1964 con il titolo Racconti [Dihghmata]. La prima raccolta si apre con la novella " L'emigrante" che descrive la commozione di un giovane prossimo a lasciare la patria per affrontare la vita lontano dai suoi cari. Personaggio principale e rappresentazione efficace dello spirito patriottico greco, è la sua vecchia nutrice che non gli permette di partire prima di esser sicura che non vi sia per lui altra scelta. Il racconto successivo, "I campanacci",  presenta, attraverso gli amori e le aspirazioni di due pastori, il mondo bucolico della Rumelia; il terzo, " Thiacula", ha per protagonista una vecchia che la sera della vigilia di Natale bussa intirizzita di porta in porta. Il secondo volume comprende cinque storie, tra le quali è notevole "Il gallo", che narra di un amore tra due giovani timidi, ostacolato e messo in pericolo dalla presenza di un gallo caro alla ragazza. Alla fine l'intruso viene sacrificato e la bella s'abbandona felice tra le braccia di chi l'ama. Benché l'amore per le patrie memorie abbia presto allontanato V. dalla letteratura militante per farne un instancabile ricercatore d'archivio e uno straordinario evocatore del glorioso risorgimento ellenico, egli, per la sua aderenza alla vita e alle tradizioni popolari, occupa un posto di particolare rilievo nella narrativa neogreca, di cui i suoi racconti sono tra i migliori esempi narrativi.







L'ARCHEOLOGO

Lunga novella di Andrea Karkabitsas (1866-1923), la più ampia (193 pagine) di un volume di racconti al quale dà il titolo, pubblicato nel 1904. Sotto il riguardo dell'arte, non è la cosa più felice del Karkabitsas, ma è significativa per la tesi nazionalistica che vi è espressa, sotto il velo trasparente dell'allegoria. È la storia, simbolica, del popolo greco. Una famiglia i cui membri portano nomi significativi, si è acquistata in tempi antichi una gloria immortale. Ora essa si rialza a poco a poco. Uno dei figli riesce soltanto a studiare la storia dei suoi illustri antenati per cercarvi la via da seguire. Un altro, che non è letterato ma uomo d'azione, salva l'avvenire della famiglia. Egli sposa Elpida (Speranza) che simboleggia la grecità nuova, mentre suo fratello, il sognatore, perisce, schiacciato sotto il peso dei libri e dei monumenti antichi che ha disseppellito. Nuoce alla vitalità dell'opera l'allegoria. Il simbolo si sovrappone ai personaggi reali e li soffoca. E la stessa tesi, se può apparire una giusta reazione alla archeolatria, specie nella questione della lingua, appare iniqua verso il patrimonio ideale della civiltà antica che solo grettezza e pedanteria di interpreti hanno voluto elevare a norma e a limite dello slancio vitale.






IL MENDICANTE

Romanzo del narratore neogreco Andreas Karkavitsas (1866-1922), pubblicato per la prima volta ad Atene nel 1896 sul giornale "Estía". L'intreccio è semplice. Il mendicante, tale Tziritocósta, che sta al centro del romanzo, raccoglie abbondanti guadagni nei suoi continui viaggi, con l'accattonaggio e sfruttando la buona fede dei semplici villani. A Nicteremi, povero villaggio di Tessaglia, con i suoi inganni spinge una donna al suicidio, e dopo aver fatto finire in prigione tutti gli uomini del paese sotto l'accusa di incendiari, in barba alle autorità fugge trionfalmente con le tasche piene per continuare altrove impunito la sua opera di distruzione. Il lettore si preoccupa e si indigna per tale soluzione, e in questo appunto consiste il successo di K. Presentando consapevolmente il trionfo del male, sottolineando energicamente l'ignoranza e la superstizione e sferzando senza ritegno la struttura e la amministrazione dello stato, egli muta il romanzo in un acerbo e violento atto d'accusa, dove tutto viene posto in ridicolo senza pietà. K. soffriva vivamente per le condizioni sociali della Grecia alla fine del secolo scorso, e con le forti tinte del Mendicante, mirava a proporre un rinnovamento sociale che preparasse un più sano e giusto avvenire. Il mendicante costituisce il suo capolavoro, ed è tra i migliori romanzi neogreci del secolo XIX. Muovendo da posizioni naturalistiche, con l'intento appunto di sottolineare polemicamente il male della società, K. raggiunge qui (come in altre sue opere), un tono epico, espresso in un lingua efficacemente popolare e nutrito di un poetico senso della natura.






L'ARCHITETTO MARTHAS

Dramma dello scrittore neogreco Paulos Nirvánas (Pietro Apostolidis, 1866-1937), rappresentato ad Atene il 6 agosto 1907 e pubblicato in volume nel 1921 assieme all'altro dramma Maria Pentaiotissa.  L'architetto Marthas crede di poter mitigare i colpi del destino col nascondere a sé e agli altri le sventure. Egli ha riedificato col proprio sudore la sua casa distrutta e alla notizia che il fratello è stato ucciso in Creta tiene nascosta la verità alla vecchia madre la quale può così morire in pace lasciando la sua benedizione a un figlio che non è più in vita. Quando il medico gli dice che suo padre è ammalato senza speranza, per non mettere il vecchio in apprensione se ne va a una festa da ballo. Infine nasconde alla propria moglie, Mina, la morte del padre di lei e la propria rovina economica, e per risparmiarle ogni dolore le dà una bella morte improvvisa annegandosi con lei durante una gita in barca. Il dramma segna una parentesi nell'opera letteraria del Nirvánas, più durevolmente noto come poeta e soprattutto come romanziere e cronista della società ateniese, nei suoi "commenti alla vita", pieni di sale e venati di contenuta poesia, da lui disseminati per anni sulle colonne dei quotidiani ateniesi. L'esperimento, nell'insieme non felice né conclusivo, di creare per la scena greca un teatro d'ispirazione iboeniana, concorse tuttavia al rinnovamento del teatro greco e all'educazione del gusto del pubblico. Come fu giustamente osservato (Kampanis) una sottile vena poetica, un diffuso estetismo domina in questo e negli altri drammi dei Nirvánas. La magia della parola vela le deficienze dell'azione, come in certe opere teatrali del primo D'Annunzio, del cui lirismo nelle opere di prosa lo stile del Nirvánas risente palese l'influsso.




FONTE CANORA

Raccolta di liriche che prende nome dalla apollinea Castalia, dello scrittore neogreco Paolo Nirvánas (Pietro Apostolidis, 1866-1937). Pubblicato nel 1921, il breve volume rappresenta una parentesi poetica nell'opera dello scrittore, soprattutto noto come prosatore, romanziere, drammaturgo (L'architetto Marthas) e cronista della vita quotidiana nella stampa ateniese. Le liriche richiamano, per la forma tetrastica, l'antico epigramma. E ciascuna di esse racchiude un paesaggio a uno stato d'animo, più spesso l'una e l'altra cosa insieme. La felice brevità e il sapiente magistero dello stile si prestano a fermare nel breve giro della quartina impressioni e sentimenti fuggitivi. Le più sembrano impressioni di viaggio, di quando Il Nirvánas era medico nella marina militare greca: per esempio "Creta": "Fuor dell'azzurro pelago mi sorgi incontro, o Creta! - Ti intrecciano le nuvole dei vespro un serto d'oro! - E il sol, calando occiduo dietro lo Psilorite, - del cielo il sangue mescola con il tuo sangue, o Creta!" (dove è una allusione alle lotte che la grande isola greca allora sosteneva contro i Turchi per la sua indipendenza).





BREZZA DELL'ATTICA

Poesie varie, del greco Giorgio Viziinós (1849-1896), pubblicate a Londra nel 1884. La lirica del Viziinós segna una fase di transizione tra la scuola dei puristi fanarioti, dalla quale egli proviene, e la nuova scuola ateniese, che egli in certo modo anticipa e preannunzia. Il suo temperamento poetico oscilla tra il vecchio e il nuovo, tra la lingua dei puristi e il volgare dei canti popolari, ma comunque sente le esigenze di una poesia più moderna. La lirica è rappresentata nella silloge da canzonette leggere, ora ironiche, ora sentimentali, alla maniera di Heine ("il sogno", "Alla luna", "Denunzia", "La ragazza dimenticata"), e da un gruppo di poesie didattiche che hanno il tono spigliato della favola e dell'apologo ("I monti e i flutti", "La vita", "Le membra del corpo", "Le stagioni" "Il pipistrello"). Miglior prova il Viziinós dà nelle poesie di intonazione narrativa redatte sul modello della ballata romantica. L'ispirazione è quasi sempre attinta al folclore greco. Egli ci racconta la fondazione della chiesa di Santa Sofia; il rinvenimento della Croce da parte di sant'Elena; la leggenda dei pesci di Balukli, o quella dell'ultimo Paleologo, non già morto ma in attesa, colla spada al fianco, dell'angelo che lo risvegli. Vere e proprie novelle popolari riprese e narrate in versi sono "La paglia del compare ovvero la via Lattea" (di origine corfiota), "Sofiano", dove è rielaborato il motivo del casto Giuseppe; "Il Basilico", colla già ricordata leggenda della croce ritrovata; infine "La torre della ragazza" e "La madre dei sette", che narrano, la prima una delicata leggenda bizantina, l'altra un episodio della guerra russo-turca del 1878.






UN PECCATO DI MIA MADRE

È uno dei racconti più noti dello scrittore greco Giorgis Viziinos (1849-1896), pubblicato nel 1874. Una donna, esausta di stanchezza dopo una festa, soffoca involontariamente il figlioletto in fasce che ella aveva tolto dalla culla e messo vicino a sé nel proprio letto. Alcuni anni più tardi ha una bambina che a sua volta muore tisica. Questa nuova morte prova alla donna che il suo peccato involontario non le è stato perdonato. Allora, per espiarlo, alleva due figlie adottive prediligendole ai figli propri. Quando, al termine della sua vita, ottiene l'assoluzione dal Patriarca di Costantinopoli al quale ha potuto finalmente confessarsi si sente per un attimo consolata, ma è un breve conforto: "Il Patriarca è un sant'uomo - dice al figlio che le ha procurato questo incontro, - ma è un monaco. Come può sapere che cosa significhi per una madre l'uccisione del proprio figliolo?". Le parole che rivelano il dramma segreto e chiudono il racconto sono, come tutte quelle pronunciate dalla donna, scritte in lingua popolare, mentre l'autore, che immagina esser figlio della infelice madre, si esprime sempre in lingua scolastica. Il contrasto che ne risulta nuoce all'unità della narrazione, che rimane tuttavia uno dei migliori documenti di quel realismo psicologico introdotto dal Viziinos nella letteratura neo-greca.






BUCOLICHE ED ENCOMI

Raccolta di liriche del poeta neogreco Tellos Agras, pseudonimo di Evanghelos Ioannou (1899-1944), pubblicata nel 1934. Comprende liriche scritte tra il 1917 e il 1924, ed è divisa in otto parti: 1. Idillio autunnale; 2. Bucoliche; 3. Traduzioni; 4. Encomi; 5. Dissonanze; 6. Studi; 7. Ballate; 8. Quotidiana. Morbosamente sensibile e pessimista, ripiegato a meditare nella solitudine sul senso della vita e del destino umano, l'A. esprime nei suoi versi l'aspetto grigio della realtà quotidiana, un clima autunnale che non offre se non delusioni e dolori di ogni sorta: è il canto disperato di un'anima tormentata che vive profondamente il dramma di tutto quanto resta inappagato, il dramma della giovinezza perduta, dei sogni infranti dinanzi alla realtà di ogni giorno. Nella sua concezione della vita tutto si arresta dinanzi alle acque stagnanti del destino, che serra e soffoca sino alla morte. È uno stato d'animo passivo e turbato insieme, che tuttavia alla fine giunge a una rassegnata accettazione della sorte umana: se dovunque è presente la morte, esiste anche la incomparabile e varia bellezza della natura e l'incanto della bellezza femminile che spesso ci libera dai tristi pensieri. Di qui il tono particolare di questa poesia, che senza raggiungere la potenza della grande arte tocca intimamente il lettore con il suo simbolismo familiare, con il clima dimesso che ricorda a volte J. Laforgue, con le sue immagini evanescenti e suggestive.







ITALIA

Libro d'impressioni e paesaggi del poeta neogreco Kosta Uranis (pseud. di Konstandinos Nearchos, 1890-1953). L'opera, pubblicata nel 1953, pochi mesi dopo la morte dell'A., raccoglie numerosi brevi racconti e impressioni, scritti durante un viaggio in Italia e pubblicati via via su varie riviste o quotidiani. Come negli altri suoi libri di viaggio, Sol y sombra e Itinerari azzurri, U. mostra il suo sentimento nostalgico verso un mondo scomparso, che egli ricerca ansiosamente in tutte le parti d'Europa dove il progresso non abbia ancora disperso le più antiche tradizioni. Il lettore avverte subito la sincerità e la forza della commozione dell'A., che evita accuratamente ciò che è convenzionale o forzato. Il ritmo lento e nascosto di mille piccole cose, sfuggite all'occhio dell'uomo moderno (che, se riuscisse a vederle, cercherebbe di distruggerle), spinge il poeta a esprimere la sua inguaribile nostalgia, attraverso l'annotazione scrupolosa delle tappe del suo viaggio in Italia, del suo incontro con parti ignorate d'una vita antica che solo qui può ancora balenare agli occhi del viaggiatore. Il volume riporta pregevoli e appassionate descrizioni di Roma, Firenze, Venezia, ma le pagine più belle e ispirate sono quelle dedicate ai laghi lombardi, per i quali l'A. nutrì un delicato amore e che meglio appagarono il suo sentimento romantico.






NOSTALGIE

Raccolta di versi del poeta neogreco Kosta Uranis (pseud. di Konstandinos Nearchos, 1890-1953), pubblicata nel 1920 e compresa insieme ad altre raccolte nell'opera completa, sotto il titolo PoiPmata (Atene, 1954). Con questo volume l'anima nomade dell'A. allarga, per così dire, l'orizzonte, spesso provinciale, della poesia greca moderna. Il libro respira le amarezze, la disillusione, la tristezza dei viaggi, il rimpianto per la giovinezza fuggita, per gli amori estinti, la nostalgia per tutto quanto scompare e si perde nell'abisso del tempo: la tristezza inguaribile del poeta non trova conforto se non in una ironia amara. È la confessione lirica di un'anima che ha assaporato tutte le gioie della vita, che ha amato i viaggi, le donne, le cose belle, ma trova dentro di sé il vuoto, e si sente travolta da un duro destino al cui termine è morte. Il poeta tuttavia ha la forza di accettare l'inevitabile: egli sa che non vi è altro scampo alla disperazione e alla morte. Di qui una certa saldezza che tempera gli accenti romantici del suo assoluto pessimismo, come in " Epilogo": "Scettici e muti, come sempre, sediamoci /… / come due vecchi sposi, che curvi sulla soglia / … / quando cade il crepuscolo quale ombra sulla loro anima / abbandonano i loro occhi a visioni di sogno / e attendono, con pazienza che la morte li colga".






LIRA

Raccolta del poeta neogreco Andreas Calvos, pubblicata dapprima in due volumetti: Odi (1824), Nuove Odi (1826). Il centro del mondo poetico calviano è il motivo della " jAret%" (la "Virus"), celeste dono, divina creatura di vario nome e varia forma (Valore, Verità, Libertà), la cui forza è sorgente di gesta mirabili, la cui luce rischiara la vita dell'uomo tesa alla lotta. Contro i Turchi, turbe insaziate di sangue, il valore dei Greci si riscuote con disperato coraggio, al nome di Patria e di Libertà, per cacciare dal suolo sacro l'empio nemico. L'ispirazione, esclusivamente patriottica, si esprime in queste Odi in modi singolarissimi. Alcuni influssi evidenti (pretese pindariche, echi di Orazio, imitazioni da Foscolo) non incidono sulla originalità stilistica, linguistica, metrica. Nel quadro della letteratura neogreca, Calvos è figura isolata, come Cavafis; la sua poesia - di cui primo rivendicò la grandezza Costís Palamàs - è stata lungamente discussa e non è popolare. La lingua è arcaicizzante, ma irregolare, con improvvisi innesti demotici; la metrica (strofette di tre settenari e un quinario), di derivazione italiana (Calvos ne diede conto criticamente), esclude la "barbarie della rima". Il respiro poetico gonfia talora il petto del cantore a enfasi retorica, ma la sua natura schiva, severa, il "pathos" tragico del suo spirito, serrano e quasi coloriscono di timbri gravi, d'interne sospirose cupezze, gli abbandoni lirici in aura impervia: il "sublime" degli antichi classificatori di generi converrebbe a questa poesia, che non rinuncia alla descrizione, ma la sorveglia, non sdegna aggettivali esuberanze, in funzione tuttavia icastica e musicale. Qua e là è scoperta frattura fra nobili audacie d'assunto e gelo di resultati: né sempre le misure metriche reggono l'émpito della visione, che si frantuma nella monotonia dei conchiusi tetrastici, né l'espressione nasce sempre di dentro, necessitata: indugi, riprese, stanchezze, concettosità non dissolte, non filtrati moti oratóri aduggiano la poesia, che altrove, genuina, rapisce per evocative dolcezze e tremanti candori, o patetiche ambasce, tragiche austerità, e in genere per vigorosa densità di trapassi e altezza di volo.






LIRICHE di Malakasis

Il poeta neogreco Miltiadis Malakasis (1869-1943), nativo di Missolungi, che gli ispirò alcune tra le sue più belle poesie (il gruppo delle "Mesolonghítika"), trascorse la sua vita e pubblicò tutte le sue opere ad Atene, dove dirigeva la Biblioteca della "Voulí" (il Parlamento greco), salvo qualche prolungato soggiorno a Parigi, dove si legò d'amicizia con Jean Moréas e ne tradusse in greco le Stanze. Come Moréas, è anch'egli un poeta dalla ispirazione controllata e aristocratica, non alieno dal preziosismo lessicale. La prima silloge, Frantumi [SuntrSmmata, 1898], raccoglie poesie brevi percorse da una unica ispirazione melodica. Si segnalano in questo volume le liriche "Il bosco" e il "Cantico dei Cantici". Nella successiva raccolta Ore [{Wrai, 1903], una delicata sentimentalità si esprime in forme armoniose. Negli stessi anni M. si cimentò nel dramma fiabesco La dama del castello [1908]. La terza silloge, intitolata I destini [1909], comprende le liriche "Lutti vespertini", "Fiaba", "Debolezza d'amore". Dopo un lungo soggiorno in Francia (1909-1915) M. tornò alla poesia con Asfòdeli [1918] in cui vibra quella stessa vena musicale e nostalgica che contrassegna anche le successive raccolte Antifone [1912] ed Erotica [1941]. Prevale nella lirica di M., accanto alla musicalità del verso e alla perfezione formale, una estrema varietà di toni, che si atteggia sulla mobile e volubile vena della vita sentimentale e fa della sua opera una delle più ricche germinazioni poetiche della poesia greca contemporanea. Trad. parziale in Arodafnusa di B. Lavagnini, Atene, 1957.






LIXURI NEL 1836

Poemetto eroicomico, in quattro canti, opera giovanile del satirico neogreco Andrea Laskaratos (1811-1901), pubblicato ad Atene nel 1845. Argomento della narrazione è un modesto episodio di cronaca della cittadina di Lixuri, patria del poeta, nell'isola di Cefalonia. I Lissurioti erano in gran discordia per la scelta del punto dove doveva sorgere il molo. Ciascuno lo voleva nel proprio quartiere, e, possibilmente, davanti alla porta di casa. Finalmente gli abitanti del quartiere dove abitava il Laskaratos cominciarono a portar pietre dalla propria parte e gettarono le fondamenta del molo. Questo è il dato di cronaca che l'autore ha preso a elaborare poeticamente, ispirandosi, secondo quanto egli stesso ebbe a dichiarare, alla Secchia rapita del nostro Tassoni, che gli suggerisce episodi e motivi comici (ambascerie, concioni, ridicoli combattimenti) e soprattutto il tono generale della narrazione. Ma il poeta ha lavorato naturalmente di proprio ed è sua, in particolare, nel quarto canto, la satira del clero. Il poemetto appartiene alla prima fase dell'attività del Laskaratos, che nel 1856 procurò al poeta la scomunica e altre persecuzioni, e ha tratti di vivace realismo. Anche nel metro (sestine di endecasillabi) è d'altro lato palese l'influsso della tradizione letteraria italiana, sempre viva e presente nelle isole ionie. Maestri italiani, a Cefalonia e a Corfù, ebbe del resto l'autore, il quale nel 1839 conseguì a Pisa la laurea in giurisprudenza.





MISTERI DI CEFALONIA

Opera morale e satirica del neogreco Andrea Lascarato (1811-1901), pubblicata nel 1856 col sottotitolo "Pensieri sulla famiglia, la religione e la politica". Nei Misteri il Lascarato non è più il poeta giocoso o lievemente satirico del Lixuri. Ride e scherza allo spettacolo che gli offre il mondo meschino e retrogrado della sua isola, ma soprattutto parla sul serio e ragiona, ammonisce, consiglia e bolla a fuoco. È filosofo, osservatore sociale, moralista, riformatore religioso. Egli vuole una nuova famiglia basata sull'affetto, sull'armonia spirituale, non sull'interesse e sulla tirannide del marito, e una religione, sacra, santa e pura come l'antica, come la vera, religione cristiana, senza idoli, senza digiuni, senza miracoli di immagini e di olio delle lampade. La medesima sincerità e purezza egli esige infine anche dalla politica, che deve perseguire il vero interesse pubblico, e non quello individuale dei politicanti e dei loro amici. Il Lascarato coi suoi Misteri abbatte e ricostruisce, ma riesce bene soprattutto nella prima parte di tale compito. Il ritratto del padre di famiglia cefalonita, l'allegra rivelazione dei misteri religiosi di nuovo genere, che i sacerdoti del tempo fabbricavano allo scopo di far quattrini, e infine la caricatura del demagogo e dell'anglofilo - i due partiti opposti, dai quali il Lascarato era ugualmente lontano - sono pagine di satira morale che si leggono anche oggi con interesse e con godimento. L'opera suscitò tuttavia lo scandalo fra i concittadini e il clero dell'isola. Colpito da scomunica, e sottoposto a varie persecuzioni il battagliero polemista dovette esulare, senza tuttavia mutare il suo carattere fiero e mordace che trovava sostegno in una alta coscienza morale.





Il MIO VIAGGIO

Opera narrativa del filologo e scrittore neogreco Jean Psichari (1854-1929), pubblicata nel 1888. Genero di Renan, professore di lingua e letteratura neoellenica all'"École des Hautes Études", e all'"École des Langues orientales vivantes", lo Psichari pubblicò una quindicina di scritti filologici, alcuni romanzi (Il sogno di Janniris, Vita e amore al deserto) e molte novelle, saggi, divagazioni (Rose e mele, 12 voll., 1902-1913). Il mio viaggio è una sorta di lungo itinerario lirico soffuso d'ironia, che fu raccostato per taluni aspetti al Viaggio sentimentale di Sterne e ai Poemetti in prosa di Baudelaire. È un lavoro di lunga meditazione, di paziente preparazione: gli intenti propagandistici, e quasi l'"applicazione", nella esemplificazione letteraria, d'una dottrina linguistica e filologica, sono ben più notevoli che l'ispirazione e il tremore dell'arte; e tuttavia il valore critico e documentario di questo libro, nella storia della lingua e della linguistica ellenica, è enorme. Mosso dall'intento di superare la diglossia, perenne croce della Grecia moderna, denunziata e variamente giustificata, sostenuta, avversata da dotti stranieri (Krumbacher) ed ellenici - giunti questi ultimi a inaudite asprezze polemiche, persino a cruenti conflitti -, lo Psichari deplorò e respinse i "calchi" linguistici e le traduzioni di pensiero dovuti agli influssi franco-germanici, cercò di riconoscere nella viva esperienza della lingua del popolo, specie nelle sue manifestazioni poetiche, il vivo parlare neogreco, e lo sostenne come unica vera e legittima lingua ellenica, lanciando una clamorosa sfida alla "catharèvusa", gelosamente custodita per gretto conservatorismo (clero), e talora per la presunzione d'una ricchezza espressiva ignota e impossibile alla lingua volgare. Intuìto il principio della fatale evoluzione storica della lingua, lo Psichari lo limitò tuttavia a una naturalistica legge d'evoluzione, restando fuori della viva esperienza storica, e non riuscendo a evitare un rigoroso schematismo, a cui il linguaggio è irriducibile nella sua perenne "eccezionalità" ed eterogeneità. Con uno sforzo notevolissimo in un'opera di tanta ampiezza, riuscì a una coerenza presso che assoluta di forme, ma incorse nell'artificio. D'altronde l'incapacità di scendere a compromessi verso la tradizione (fra l'altro il radicalismo ortografico - minimo aspetto della questione - suscitò in Grecia e fuori le reazioni più accese), il suo "correre come un cavallo sbrigliato" (Palamàs), lo alienò talora dall'uso medio panellenico, adducendolo a iperdemotismi o dialettismi inaccettabili. Dopo la pubblicazione dell'opera dello Psichari, in fiera e lunga polemica si gettarono i sostenitori dei presupposti ideali e dell'esperienza letteraria del Viaggio [sebbene con temperamenti (Roidis)], i rivendicatori della esigenza d'una lingua comune come mezzo espressivo non già d'un generico "popolo" greco, ma dei ceti medi, della borghesia intellettuale e della cultura (corrente eptanesia, Pilarinòs), i negatori senza riserve dello psicarismo in nome della diglossia (sempre più rari), gli assertori della necessità d'una matura considerazione storica del linguaggio (Chatzidakis), auspicanti il prevalere dell'esperienza media della lingua di cultura d'un grande centro (Costantinopoli, Alessandria, ma ora, senza più dubbio, Atene), in attesa del capolavoro letterario capace di dare alla babele neogreca l'unità che la Commedia diede all'Italia. Intervennero nella polemica, con scritti critici, e più con la loro opera artistica, scrittori e poeti (A. Pallis, C. Palamà). Tutto questo fervore di battaglie ideali non ancora spente fu originato dal Viaggio dello Psichari. L'impetuoso affermarsi della lingua demotica sulla mummificata lingua arcaizzante, indipendentemente dai superstiti dissensi particolari, segna oggi il trionfo del rinnovamento psicariano, succeduto al periodo "eroico" della lotta linguistica, che suggerì al Roidis il ricordo del cristianesimo cemeteriale in guerra contro il morto e pur terribile mondo della Roma imperiale.






Il NUMERO 31328  [To noumero 31328]

Romanzo dello scrittore greco Ilias Venezis (pseud. di I. Mellos, 1904-1973), pubblicato nel 1924 nella rivista di Lesbo "Kambana", e in volume nel 1931. È uno dei testi di prosa più importanti e più significativi della cosiddetta "Generazione del 1930". Se l'elemento autobiografico è il connotato comune più importante di questa scuola, il romanzo di V. rappresenta uno degli esempi più caratteristici di letteratura documentaria: il ruolo della fantasia è ridotto al minimo, il "materiale vissuto" ha la priorità assoluta, l'avvenimento storico si impone per così dire da se stesso, la bruciante esperienza personale si sottrae a qualsiasi tentativo di fornire significati ambivalenti o mitizzanti. La letteratura converge in certo qual modo con la realtà. Nel caso del Numero 31328, più che di un romanzo si dovrebbe parlare di una cronaca, anche se l'autore utilizza la prima designazione. È il racconto di una prigionia, una testimonianza personale che ha per oggetto la sofferenza e la persecuzione dell'uomo. V. narra il proprio arresto da parte dei turchi nel 1922 nella nativa Ayvalì (l'antica Cydonia) in Anatolia, la deportazione con molti connazionali verso l'interno dell'Asia Minore, i quattordici mesi di detenzione nel campo di concentramento, e infine la liberazione. Già il titolo, che si riferisce al numero di matricola del prigioniero allora diciottenne, è un'accusa contro una politica che riduce la vita umana a una cifra. Il libro è nella sostanza un grido di protesta contro la guerra.






TERRA D'EOLIA

Romanzo dello scrittore greco Ilias Venezis (pseud. di I. Mellos, 1904-1973), pubblicato nel 1943. Considerato il suo capolavoro, è un libro di ricordi in cui l'A. narra la propria infanzia trascorsa con la famiglia nell'Anatolia occidentale, l'antica Eolide la cui popolazione greca, perseguitata dai turchi, era in parte fuggita in Grecia già allo scoppio della prima guerra mondiale. L'esistenza patriarcale e ordinata di quella gente, la loro calma interiore, il loro legame con la terra che coltivano, e la fine repentina di questa vita, è il mondo osservato e descritto dal piccolo Pietro (dietro cui si cela l'A.). Il romanzo non racconta una storia vera e propria e le tre parti di cui si compone ("Mondo", "Sinfonia dell'aurora" e "Uomini") non sviluppano una trama continua; ma in toni a volte idilliaci e a volte malinconici, trasfigura in paradiso perduto un modo di vita scomparso. Una quantità di episodi - esperienze, fantasie, fiabe, leggende, vicende - si intessono a formare un quadro dell'epoca, del paese, dell'uomo. Seguiamo la vita del nonno Jannacò Bibelàs; leggiamo la storia del vecchio esperto d'innesti "Barba" Giuseppe; i misteriosi giochi dei bambini nel bosco; le vicende del cammelliere Alì e del bastaio Stefano, due singolari tipi irrequieti; la fiaba di Cappuccetto Rosso che si è felicemente smarrita nei monti Chiminteni; le leggende di Gorgona, la sorella di Alessandro Magno trasformatasi in mostro marino, dell'errante Latona, che partorì Apollo sull'isola di Delo; la "storia della vita" dei noci del Caucaso e degli orsi del Libano ora trapiantati nelle foreste e valli dei Chiminteni; discorsi immaginari di alberi e animali, del vento e della notte, di fiumi e di stelle; l'oscura attività del rispettato capo dei contrabbandieri, Antòni Paghidas di Aivalì; la benefica attività del monaco Iconomos, che in passato ottenne dal Gran Visir di Istanbul un firmano che garantiva i diritti dei greci residenti nell'Eolide. Passato e presente, fantasia e realtà, magico e concreto si compenetrano e confluiscono. Solo nella seconda e nella terza parte i molteplici motivi a volte s'ispessiscono in filoni di trama. Assistiamo all'arrivo di Doris, la bionda nuora scozzese del vicino Vilaràs, che nell'ambiente orientale-mediterraneo esercita un fascino singolare; alla crescente simpatia che ispira nel giovane Petros che per lei un giorno tenta di prendere dal nido un aquilotto durante una tempesta; all'amore venato di gelosia della sorellina Artemis per il cacciatore, l'accompagnatore abituale di Doris; infine alla morte del cacciatore, ucciso da banditi turchi nella foresta. Il libro termina con la fuga della famiglia dalla fattoria del vecchio Bibelàs. È stata spesso rimproverata all'A. la propensione all'elemento suggestivo, alla descrizione di atmosfere mistiche; qui, dove sono evocati nel ricordo una terra e un'epoca perdute, quest'atmosfera magica appare perfettamente consonante. L'incertezza dei contorni, che non offusca mai il realismo del sostrato umano su cui poggia tutta la narrazione, è il prodotto di una continua alternanza: tra realtà immediata e storia o leggenda o fiaba narrata, tra l'uso del tempo presente e l'uso del tempo passato, tra presenza effettiva dell'io narrante nella vicenda, e vicende di fatto esulanti dalla sua sfera di osservazione; un singolare impasto di cronaca e di poesia.






PAPAFLESSAS [Papaflessas"]

Dramma storico in tre parti e undici quadri dello scrittore e drammaturgo greco Spiros Melàs (1883-1966), rappresentato a Atene nel marzo 1937. L'opera si rifà a un racconto biografico omonimo dell'A. Dopo la caduta di Bisanzio (1435), per quattro secoli il popolo Greco subisce la dominazione turca, finché nel 1821 non giunge l'ora della liberazione. Il monaco Papaflessas è un uomo bello, attivo e irrequieto che vive in un convento della Morea (il Peloponneso). Crede nella libertà greca e la persegue con astuzia e ardimento; sprona gli incerti e li trascina alla lotta contro i dominatori, finché si vede costretto a fuggire a Costantinopoli, allora centro dei preparativi di sollevazione. Deciso a tornare "in veste di vescovo o di pascià", nella sua ferrea volontà di guidare il popolo abbandona ogni ambizione ecclesiastica - continua a portare l'umile saio monacale - e si dedica a un'attività impavida di agitazione tra i Greci. Nella convinzione che la sollevazione debba partire dalla Morea, dove le guarnigioni turche sono relativamente meno consistenti, riesce a farsi inviare in quella zona e convince il capo dei congiurati a nominarlo suo sostituto e rappresentante. Giunto in patria, trascina i connazionali con argomenti convincenti e con menzogne, reclutando una nutrita schiera di combattenti. Dall'inizio alla fine lo accompagna Angela, una ragazza semplice che lo ama. Scoppia la sollevazione, i ribelli liberano una città dopo l'altra; in capo a quattro anni Papaflessas è ministro degli interni e della polizia, realizzando la sua profezia, che lo voleva "pascià". Purtroppo il suo temperamento indomabile lo spinge ad azioni meno nobili: preda della sete di potere, vuole annientare i suoi avversari politici. Ma quando infine il sultano chiede rinforzi a Ibrahim Pascià dall'Egitto, e la campagna militare ben organizzata da costui minaccia di soffocare la sollevazione greca, Papaflessas si ravvede, torna al suo ruolo di combattente, fino a essere nominato comandante dei greci. Circondato da pochi fedeli, attende il nemico e la morte certa sulla cima di un montagna presso Maniaki e cade nella certezza che la sua morte scuoterà i greci e li unirà attorno all'ideale della libertà. Ibrahim fa identificare il suo cadavere, lo rialza in piedi e lo bacia in riconoscimento del suo valore. Papaflessas è una delle opere migliori dell'A., e in assoluto uno dei migliori drammi storici greci. Le ultime scene sono scritte in una lingua ricca, viva e musicale, in cui trionfa la lingua del popolo. La felice ispirazione, i pregi tecnici e il patriottismo contenuto hanno fatto di Papaflessas uno dei drammi più popolari in Grecia.







POESIE di Paparrigòpulo

L'eredità poetica del neogreco Demetrio Paparrigòpulo (1843-1873) è soprattutto rappresentata dalle due sillogi liriche dei Sospiri [1866 ] e delle Rondini [1867], poi riunite sotto il titolo di Poesie. La malattia del secolo, il pessimismo romantico, di Byron, De Musset, Leopardi, era di moda anche in Atene, fra il 1860 e il 1880. Spirito meditativo e filosofico, naturalmente incline alla malinconia, all'ironia, alla satira, appare lo scrittore anche nel rimanente dell'opera sua e particolarmente nei Caratteri [1870], sorta di dialoghi in prosa dove è evidente l'influsso delle Operette morali di Leopardi. Ma le liriche distillano con più immediatezza la sconsolata negazione del giovine poeta. Egli proclama di aver dovunque cercato invano la felicità e di non aver trovato se non sospiri, dolori e amarezze ("Momenti di melanconia"). La più nota delle sue liriche "La lanterna del cimitero di Atene" è tutta una lunga allocuzione romantica alla "luce dei morti". Solo, come questa luce, anch'egli "Illuminando le tombe dei desideri e i cadaveri dei sogni, preda di un dolore ignoto", va attraverso il mondo, trascinando i brandelli della propria vita, il suo proprio passato... Il tono sconsolato dell'Ecclesiaste risuona quasi dovunque, come un ritornello monotono, anche se in qualche momento balena al poeta l'idea che non tutto è vanità, che la gioia, la voluttà sono realtà certe ("Vanitas varitatum"). Tuttavia non tutto è maniera in questa poesia che trae la sua luce dall'intelletto e brilla di immagini pungenti e di raccostamenti inattesi. L'oblio è una seconda morte che attende i defunti, un "cimitero nell'anima dei viventi"; il gelo, una "funebre coltre" che avvolge la natura d'inverno; gli astri che splendono tristi sembrano "lacrime cristallizzate"; la memoria è un "ponte misterioso" lanciato sulla voragine degli anni... La lingua, che è quella dei puristi e della tradizione bizantina, non disdice a questa lirica agitata da ritmi dialettici e animata da toni oratori, ma anzi asseconda con la sua nitida e fredda eleganza il gelo funereo dell'intellettualismo raziocinante.







RANDAGI

Novella dello scrittore greco Dimosthenis Vutiràs (1871-1958), pubblicata nel 1921. L'opera, la più caratteristica e anche la più riuscita di V., occupa un posto di rilievo nell'ambito della narrativa greca. Nei primi decenni di questo secolo in Grecia la vita urbana conosce una nuova fioritura, soprattutto ad Atene. Gli scrittori greci, impegnati fino allora a trattare temi legati all'ambiente rurale, cercano di cogliere attraverso il romanzo questa nuova realtà. Al margine della città tesa in uno sforzo ambizioso c'è una fascia di quartieri poveri, alimentati da un ininterrotto flusso immigratorio dalla provincia; gli abitanti vegetano nella miseria, sorretti dalla speranza di uscirne in qualche modo. Nelle sue opere in prosa, V. si dedica alla descrizione di questo mondo, e Randagi è una cronaca di miseria suburbana. Alimbis, un ragazzo poverissimo, cerca disperatamente lavoro per aiutare la madre, ma le sue speranze vengono regolarmente frustrate. Sua unica consolazione è l'osteria, dove si incontra con gli amici Leopis e Mirlas, dove cercano rifugio persone di ogni età, e dove terminano gli sforzi di coloro che la vita ha sconfitto. Mentre per i vecchi la morte è l'unica via d'uscita, ai giovani resta la speranza. Per Mirlas la speranza è l'America, dove va a cercare fortuna; per gli altri il futuro è incerto: mentre Alimbis piange dinanzi alla madre morta, Leopis tra molte incertezze prepara la sua fuga. Nelle poche pagine dei Randagi V. trasfonde la sua amara filosofia: sotto la pressione di una condizione materiale senza vie d'uscita la vita diventa una ininterrotta sofferenza. La miseria paralizza tutte le energie vitali, e persino l'amore per i "randagi" diventa un frutto proibito. L'A. ritrae i suoi personaggi con calore e partecipazione; a tratti mostra un umorismo amaro che arriva al sarcasmo. I Randagi segnano un culmine nella produzione di V. e forniscono uno spaccato efficace su un ceto sociale tra i più peculiari della società greca.






SCARABEI E TERRECOTTE

Raccolta del poeta neogreco Ioannis Gripàris (1871-1942), pubblicata ad Atene nel 1919. Queste liriche, già apparse sulla pagina letteraria del giornale ateniese " JEstSa" sino dal 1895, pur risentendo di influenze simboliste e parnassiane, segnano una svolta di notevole importanza nella storia della poesia neogreca, che innovano nella forma, nella lingua, nella tecnica e nello stile. Nelle "Terrecotte" G. resta ancora legato alla forma tradizionale del sonetto, mentre negli "Scarabei" cessa di nascondersi dietro gli antichi miti o i personaggi della storia per cantare le passioni e le angosce degli uomini, l'isola natale di Sifno, il ritorno in patria dall'estero, la morte, l'amore, la separazione e il sonno liberatore. E nell'intera silloge esprime "le lacrime e il sangue" come egli stesso ebbe a dire, della propria anima. L'attività poetica vera e propria di G. cessò nel 1910; in seguito si dedicò a tradurre gli autori tragici antichi, soprattutto Eschilo e Sofocle.



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