EROTOCRITO
Poema di circa undicimila versi decapentasillabi, rimati a coppie
che è ancor oggi il maggior monumento della letteratura greca volgare. Il poema
fu pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1713. L'unico manoscritto,
conservato nel British Museum, è del 1710. Stando alle indicazioni fornite dai
versi finali e confermate dalle ricerche dello Xanthudidis, ne sarebbe autore un
tal Vincenzo Cornaro, nato a Sitia, in Creta, dove morì nel 1677: oriundo
veneto, a quanto pare, ma interamente ellenizzato, a giudicare almeno
dall'opera, che affonda profondamente le sue radici nell'"humus" nazionale
greco. Gli elementi eterogenei vi sono infatti assimilati e assorbiti in una
temperie omogenea che è francamente greca. Circa la data del poema, si è
d'accordo fra gli studiosi nel ritenere che esso sia stato composto nell'ultimo
periodo del dominio veneto in Creta, dopo il 1600 e prima del 1669. Secondo le
ricerche di uno studioso romeno, il Cartojan ("Memorie" della Accademia Romena,
VII, 1935), la fonte principale dell'opera sarebbe da riconoscere nel romanzo
francese di Paris et Vienne probabilmente noto all'autore attraverso redazioni
italiane. La questione delle fonti non menoma tuttavia il valore poetico
dell'opera, concordemente riconosciuto dai critici moderni e confermato dalla
vasta popolarità del poema, non solo in Grecia ma anche in altri paesi
balcanici. L'azione del poema è collocata in un passato immaginario e remoto nel
quale gli uomini adoravano il Sole e la Luna. Regna su Atene il re Iràklis
(Eraclio) che ha un'unica figlia, Aretusa (il nome è diminutivo di Arete),
naturalmente bellissima. Della fanciulla si innamora il giovine Erotocrito (il
nome, che vorrebbe significare "il tormentato d'amore", ricorre nel testo del
poema nelle forme Rotokritos e Rokritos), figlio di Pezòstrato, consigliere del
re. Il giovane si reca ogni notte sotto le finestre della sua bella per cantare,
accompagnato dal liuto, il suo amore, Aretusa è presa di simpatia per l'ignoto
cantore. Ripetuti tentativi del re per scoprire il cantore riescono vani, ma il
caso fa sì che la fanciulla, in una visita alla casa di Pezòstrato, durante
l'assenza del giovane, venga a scoprire chi è l'autore dei canti così
appassionati. Quando i due s'incontrano di nuovo, il rossore della principessa
rivela i suoi sentimenti. Intanto Eraclio indìce una grande giostra, alla quale
prendono parte prìncipi e cavalieri venuti dai più lontani paesi. Anche
Erotocrito si presenta, supera tutti i concorrenti e riceve dalle mani di
Aretusa il premio del suo valore, una corona d'oro. Le peripezie della giostra e
le armature dei cavalieri sono minuziosamente descritte. Le divise e le
rappresentazioni simboliche dei cimieri indicano che quasi tutti i cavalieri
languono d'amore. Una sera da una finestra del palazzo Aretusa parla a
Erotocrito. Entrambi confessano il loro amore ed Erotocrito ne prende coraggio
per chiedere la mano della fanciulla. Ma il re si adonta della richiesta e manda
in esilio Erotocrito. Una sorte ancora più triste attende la fanciulla. Come
essa rifiuta di sposare il principe di Bisanzio, le vengono tagliati i capelli,
ed è chiusa in una squallida prigione, dove resta a intristire per tre anni.
Scoppia una guerra fra il re dei Vlachi e il re di Atene. Gli Ateniesi hanno la
peggio, ma in loro soccorso arriva un cavaliere sconosciuto, nero come un
Saraceno, il quale viene ogni mattina sul suo corsiero, mena strage nelle file
dei Vlachi, e si ritira quando la notte interrompe la battaglia. Questo
cavaliere è Erotocrito, reso irriconoscibile da un'acqua incantata. In uno di
questi scontri egli salva la vita del re che vorrebbe farlo suo figlio adottivo
e gli offre la metà del suo regno. Ma lo sconosciuto non accetta nessuna
ricompensa e rende agli Ateniesi un servigio ancora più grande coll'uccidere il
campione dei Vlachi, Aristo, in una singolare tenzone che dovrà decidere della
guerra. Però anche Erotocrito è gravemente ferito e grandi cure sono necessarie
per risanarlo. Dopo ulteriori prove, non tutte necessarie, il poema si chiude,
come era da attendere, con un riconoscimento e colle nozze dei due protagonisti.
Frutto di un bizzarro e tardivo innesto del poema cavalleresco occidentale sul
vecchio tronco del romanzo bizantino, il poema esalta le virtù umane, la
fedeltà, l'amicizia, l'amore, sprone alle nobili imprese, e tutte le virtù
cavalleresche del mondo feudale. Questo ingenuo idealismo, che nessun sorriso
ariostesco incrina, ha certo contribuito a rendere popolari gli eroi del poema,
del quale si conoscono una ventina di ristampe, prima dell'edizione critica
dello Xanthudidis (1915). Anche la prolissità, che è il difetto più lamentato
dal lettore moderno, è un tratto dello stile narrativo popolare. La lingua
poetica, che poggia sul dialetto orientale di Creta, è nitida e vigorosa, ricca
e omogenea. Sin dai primi versi, come nota lo Hesseling, si ha l'impressione di
trovarsi dinanzi a un'opera di forte personalità letteraria. Sembrano tuttavia
eccessivi gli apprezzamenti di critici greci e stranieri che credono di vedere
nel poema, il cui valore letterario è innegabile, una concreta espressione di
sentimento nazionale.
EROFILE
Tragedia in cinque atti e quattro intermezzi di Giorgio Cortazze
(Chorttátzes) (sec. XVI-XVII) di Rethymna in Creta, pubblicata, pare, nel 1637.
Si apre con un prologo in cui, tra tuoni e folgori, Caronte, la divinità della
morte, appare con una falce, e predice la fine tragica dei personaggi. S'inizia
poi la tragedia vera e propria. Filogono, re di Menfi, in Egitto, aveva ucciso
proditoriamente il fratello maggiore erede legittimo del trono, e ne aveva
usurpato il regno. Dalle sue nozze con la vedova del fratello nasce una
fanciulla bellissima che ha nome Erofile. Nella Corte veniva educato insieme
alla principessa un fanciullo orfano, Panareto, figlio del re di Tzertza ucciso
in guerra, senza che Filogono ne conoscesse l'origine. Panareto, cresciuto, si
fa notare per senno e valore e viene perciò preposto agli eserciti regi, con i
quali vince e allontana dalla terra egiziana gli invasori, i re di Persia e di
Anatolia. Anche dalla giostra che festeggia la vittoria Panareto esce vincitore.
Intanto l'amore che era sorto fin dagli anni puerili tra Panareto ed Erofile fa
sì che essi celebrino un matrimonio segreto. Ma i due re vinti chiedono la pace
e, come suggello e garanzia di essa, le nozze di Erofile con chi dei due essa
preferisca. Panareto, invitato dal re a dire la sua opinione, cerca di
distoglierlo da tale proposito; d'altra parte anche Erofile rifiuta le nozze.
Poco dopo Filogono, avuta notizia dell'unione segreta dei due, prende una
decisione terribile. Uccide Panareto, gli taglia la testa e le mani e gli
strappa il cuore, e messo tutto ciò in un catino d'oro, ne fa offerta alla
figlia come dono nuziale. Erofile alla macabra vista impazzisce e si uccide
sulla scena. Ed essendo Filogono accorso alle grida delle donne del coro, viene
da esse gettato a terra e battuto a morte, mentre l'ombra del fratello da lui
ucciso, apparsa in quel momento, gioisce per la giusta vendetta. Tra i cinque
atti dell'azione principale sono inseriti quattro intermezzi che costituiscono
un dramma nel dramma, e servono a ricreare lo spettatore dalla tragicità
dell'argomento principale, essendo anche accompagnati da musica e danza.
Argomento degli intermezzi sono alcuni episodi della Gerusalemme liberata del
Tasso. La tragedia tutta è ispirata e condotta su fonti libresche della
letteratura italiana del XVI secolo; la truce tragedia di Giraldi Cinzio,
l'Orbecche, ne è il modello. La tragedia ebbe grande fortuna nell'ambiente
cretese e in generale in quello greco del tempo. Ma il lettore moderno trova
l'opera pesante e alquanto noiosa: i monologhi stancano; le lunghe tirate
dialogiche, che spesso sono veri e propri gnomologi, attenuano l'interesse; i
lenocini retorici offendono il nostro gusto. Non sono tuttavia prive di grazia
le parti liriche. Confrontata con l'Orbecche, l'Erofile cede al suo modello per
la potenza drammatica: il Cortazze ha eliminato le parti più orribili e
ripugnanti, rendendo però più debole il carattere drammatico dell'opera. Ma per
le parti corali l'Erofile è dì gran lunga superiore: i suoi melodiosi
endecasillabi si possono mettere a confronto coi migliori della letteratura
neoellenica.
RACCONTI di Vlachoiannis
I racconti dello scrittore neogreco Iannis
Vlachoiannis (1868-1945) furono pubblicati ad Atene nel 1893 con il titolo
Storie e con lo pseudonimo di Iannis Epactitis, e nel 1964 con il
titolo Racconti [Dihghmata]. La prima raccolta si apre con la novella "
L'emigrante" che descrive la commozione di un giovane prossimo a
lasciare la patria per affrontare la vita lontano dai suoi cari. Personaggio
principale e rappresentazione efficace dello spirito patriottico greco, è la sua
vecchia nutrice che non gli permette di partire prima di esser sicura che non vi
sia per lui altra scelta. Il racconto successivo, "I campanacci", presenta, attraverso gli amori e le aspirazioni di due pastori, il
mondo bucolico della Rumelia; il terzo, " Thiacula", ha per
protagonista una vecchia che la sera della vigilia di Natale bussa intirizzita
di porta in porta. Il secondo volume comprende cinque storie, tra le quali è
notevole "Il gallo", che narra di un amore tra due giovani timidi,
ostacolato e messo in pericolo dalla presenza di un gallo caro alla ragazza.
Alla fine l'intruso viene sacrificato e la bella s'abbandona felice tra le
braccia di chi l'ama. Benché l'amore per le patrie memorie abbia presto
allontanato V. dalla letteratura militante per farne un instancabile ricercatore
d'archivio e uno straordinario evocatore del glorioso risorgimento ellenico,
egli, per la sua aderenza alla vita e alle tradizioni popolari, occupa un posto
di particolare rilievo nella narrativa neogreca, di cui i suoi racconti sono tra
i migliori esempi narrativi.
L'ARCHEOLOGO
Lunga novella di Andrea Karkabitsas (1866-1923), la più ampia (193
pagine) di un volume di racconti al quale dà il titolo, pubblicato nel 1904.
Sotto il riguardo dell'arte, non è la cosa più felice del Karkabitsas, ma è
significativa per la tesi nazionalistica che vi è espressa, sotto il velo
trasparente dell'allegoria. È la storia, simbolica, del popolo greco. Una
famiglia i cui membri portano nomi significativi, si è acquistata in tempi
antichi una gloria immortale. Ora essa si rialza a poco a poco. Uno dei figli
riesce soltanto a studiare la storia dei suoi illustri antenati per cercarvi la
via da seguire. Un altro, che non è letterato ma uomo d'azione, salva l'avvenire
della famiglia. Egli sposa Elpida (Speranza) che simboleggia la grecità nuova,
mentre suo fratello, il sognatore, perisce, schiacciato sotto il peso dei libri
e dei monumenti antichi che ha disseppellito. Nuoce alla vitalità dell'opera
l'allegoria. Il simbolo si sovrappone ai personaggi reali e li soffoca. E la
stessa tesi, se può apparire una giusta reazione alla archeolatria, specie nella
questione della lingua, appare iniqua verso il patrimonio ideale della civiltà
antica che solo grettezza e pedanteria di interpreti hanno voluto elevare a
norma e a limite dello slancio vitale.
IL MENDICANTE
Romanzo del narratore neogreco Andreas Karkavitsas (1866-1922),
pubblicato per la prima volta ad Atene nel 1896 sul giornale "Estía".
L'intreccio è semplice. Il mendicante, tale Tziritocósta, che sta al centro del
romanzo, raccoglie abbondanti guadagni nei suoi continui viaggi, con
l'accattonaggio e sfruttando la buona fede dei semplici villani. A Nicteremi,
povero villaggio di Tessaglia, con i suoi inganni spinge una donna al suicidio,
e dopo aver fatto finire in prigione tutti gli uomini del paese sotto l'accusa
di incendiari, in barba alle autorità fugge trionfalmente con le tasche piene
per continuare altrove impunito la sua opera di distruzione. Il lettore si
preoccupa e si indigna per tale soluzione, e in questo appunto consiste il
successo di K. Presentando consapevolmente il trionfo del male, sottolineando
energicamente l'ignoranza e la superstizione e sferzando senza ritegno la
struttura e la amministrazione dello stato, egli muta il romanzo in un acerbo e
violento atto d'accusa, dove tutto viene posto in ridicolo senza pietà. K.
soffriva vivamente per le condizioni sociali della Grecia alla fine del secolo
scorso, e con le forti tinte del Mendicante, mirava a proporre un rinnovamento
sociale che preparasse un più sano e giusto avvenire. Il mendicante costituisce
il suo capolavoro, ed è tra i migliori romanzi neogreci del secolo XIX. Muovendo
da posizioni naturalistiche, con l'intento appunto di sottolineare polemicamente
il male della società, K. raggiunge qui (come in altre sue opere), un tono
epico, espresso in un lingua efficacemente popolare e nutrito di un poetico
senso della natura.
L'ARCHITETTO MARTHAS
Dramma dello scrittore
neogreco Paulos Nirvánas (Pietro Apostolidis, 1866-1937), rappresentato ad Atene
il 6 agosto 1907 e pubblicato in volume nel 1921 assieme all'altro dramma Maria
Pentaiotissa. L'architetto Marthas crede di
poter mitigare i colpi del destino col nascondere a sé e agli altri le sventure.
Egli ha riedificato col proprio sudore la sua casa distrutta e alla notizia che
il fratello è stato ucciso in Creta tiene nascosta la verità alla vecchia madre
la quale può così morire in pace lasciando la sua benedizione a un figlio che
non è più in vita. Quando il medico gli dice che suo padre è ammalato senza
speranza, per non mettere il vecchio in apprensione se ne va a una festa da
ballo. Infine nasconde alla propria moglie, Mina, la morte del padre di lei e la
propria rovina economica, e per risparmiarle ogni dolore le dà una bella morte
improvvisa annegandosi con lei durante una gita in barca. Il dramma segna una
parentesi nell'opera letteraria del Nirvánas, più durevolmente noto come poeta
e soprattutto come romanziere e cronista della società ateniese, nei suoi
"commenti alla vita", pieni di sale e venati di contenuta poesia, da lui
disseminati per anni sulle colonne dei quotidiani ateniesi. L'esperimento,
nell'insieme non felice né conclusivo, di creare per la scena greca un teatro
d'ispirazione iboeniana, concorse tuttavia al rinnovamento del teatro greco e
all'educazione del gusto del pubblico. Come fu giustamente osservato (Kampanis)
una sottile vena poetica, un diffuso estetismo domina in questo e negli altri
drammi dei Nirvánas. La magia della parola vela le deficienze dell'azione, come
in certe opere teatrali del primo D'Annunzio, del cui lirismo nelle opere di
prosa lo stile del Nirvánas risente palese l'influsso.
FONTE CANORA
Raccolta di liriche che prende nome dalla
apollinea Castalia, dello scrittore neogreco Paolo Nirvánas (Pietro Apostolidis,
1866-1937). Pubblicato nel 1921, il breve volume rappresenta una parentesi
poetica nell'opera dello scrittore, soprattutto noto come prosatore, romanziere,
drammaturgo (L'architetto Marthas) e cronista della vita quotidiana nella stampa
ateniese. Le liriche richiamano, per la forma tetrastica, l'antico epigramma. E
ciascuna di esse racchiude un paesaggio a uno stato d'animo, più spesso l'una e
l'altra cosa insieme. La felice brevità e il sapiente magistero dello stile si
prestano a fermare nel breve giro della quartina impressioni e sentimenti
fuggitivi. Le più sembrano impressioni di viaggio, di quando Il Nirvánas era
medico nella marina militare greca: per esempio "Creta": "Fuor dell'azzurro
pelago mi sorgi incontro, o Creta! - Ti intrecciano le nuvole dei vespro un
serto d'oro! - E il sol, calando occiduo dietro lo Psilorite, - del cielo il
sangue mescola con il tuo sangue, o Creta!" (dove è una allusione alle lotte che
la grande isola greca allora sosteneva contro i Turchi per la sua indipendenza).
BREZZA DELL'ATTICA
Poesie varie, del greco Giorgio Viziinós (1849-1896),
pubblicate a Londra nel 1884. La lirica del Viziinós segna una fase di
transizione tra la scuola dei puristi fanarioti, dalla quale egli proviene, e la
nuova scuola ateniese, che egli in certo modo anticipa e preannunzia. Il suo
temperamento poetico oscilla tra il vecchio e il nuovo, tra la lingua dei
puristi e il volgare dei canti popolari, ma comunque sente le esigenze di una
poesia più moderna. La lirica è rappresentata nella silloge da canzonette
leggere, ora ironiche, ora sentimentali, alla maniera di Heine ("il sogno",
"Alla luna", "Denunzia", "La ragazza dimenticata"), e da un gruppo di poesie
didattiche che hanno il tono spigliato della favola e dell'apologo ("I monti e i
flutti", "La vita", "Le membra del corpo", "Le stagioni" "Il pipistrello").
Miglior prova il Viziinós dà nelle poesie di intonazione narrativa redatte sul
modello della ballata romantica. L'ispirazione è quasi sempre attinta al
folclore greco. Egli ci racconta la fondazione della chiesa di Santa Sofia; il
rinvenimento della Croce da parte di sant'Elena; la leggenda dei pesci di
Balukli, o quella dell'ultimo Paleologo, non già morto ma in attesa, colla spada
al fianco, dell'angelo che lo risvegli. Vere e proprie novelle popolari riprese
e narrate in versi sono "La paglia del compare ovvero la via Lattea" (di origine
corfiota), "Sofiano", dove è rielaborato il motivo del casto Giuseppe; "Il
Basilico", colla già ricordata leggenda della croce ritrovata; infine "La torre
della ragazza" e "La madre dei sette", che narrano, la prima una delicata
leggenda bizantina, l'altra un episodio della guerra russo-turca del 1878.
UN PECCATO DI MIA MADRE
È uno dei racconti più noti dello scrittore greco
Giorgis Viziinos (1849-1896), pubblicato nel 1874. Una donna, esausta di
stanchezza dopo una festa, soffoca involontariamente il figlioletto in fasce che
ella aveva tolto dalla culla e messo vicino a sé nel proprio letto. Alcuni anni
più tardi ha una bambina che a sua volta muore tisica. Questa nuova morte prova
alla donna che il suo peccato involontario non le è stato perdonato. Allora, per
espiarlo, alleva due figlie adottive prediligendole ai figli propri. Quando, al
termine della sua vita, ottiene l'assoluzione dal Patriarca di Costantinopoli al
quale ha potuto finalmente confessarsi si sente per un attimo consolata, ma è un
breve conforto: "Il Patriarca è un sant'uomo - dice al figlio che le ha
procurato questo incontro, - ma è un monaco. Come può sapere che cosa significhi
per una madre l'uccisione del proprio figliolo?". Le parole che rivelano il
dramma segreto e chiudono il racconto sono, come tutte quelle pronunciate dalla
donna, scritte in lingua popolare, mentre l'autore, che immagina esser figlio
della infelice madre, si esprime sempre in lingua scolastica. Il contrasto che
ne risulta nuoce all'unità della narrazione, che rimane tuttavia uno dei
migliori documenti di quel realismo psicologico introdotto dal Viziinos nella
letteratura neo-greca.
BUCOLICHE ED ENCOMI
Raccolta di liriche del poeta neogreco Tellos Agras,
pseudonimo di Evanghelos Ioannou (1899-1944), pubblicata nel 1934. Comprende
liriche scritte tra il 1917 e il 1924, ed è divisa in otto parti: 1. Idillio
autunnale; 2. Bucoliche; 3. Traduzioni; 4. Encomi; 5. Dissonanze; 6. Studi; 7.
Ballate; 8. Quotidiana. Morbosamente sensibile e pessimista, ripiegato a
meditare nella solitudine sul senso della vita e del destino umano, l'A. esprime
nei suoi versi l'aspetto grigio della realtà quotidiana, un clima autunnale che
non offre se non delusioni e dolori di ogni sorta: è il canto disperato di
un'anima tormentata che vive profondamente il dramma di tutto quanto resta
inappagato, il dramma della giovinezza perduta, dei sogni infranti dinanzi alla
realtà di ogni giorno. Nella sua concezione della vita tutto si arresta dinanzi
alle acque stagnanti del destino, che serra e soffoca sino alla morte. È uno
stato d'animo passivo e turbato insieme, che tuttavia alla fine giunge a una
rassegnata accettazione della sorte umana: se dovunque è presente la morte,
esiste anche la incomparabile e varia bellezza della natura e l'incanto della
bellezza femminile che spesso ci libera dai tristi pensieri. Di qui il tono
particolare di questa poesia, che senza raggiungere la potenza della grande arte
tocca intimamente il lettore con il suo simbolismo familiare, con il clima
dimesso che ricorda a volte J. Laforgue, con le sue immagini evanescenti e
suggestive.
ITALIA
Libro d'impressioni e paesaggi del poeta neogreco Kosta Uranis (pseud.
di Konstandinos Nearchos, 1890-1953). L'opera, pubblicata nel 1953, pochi mesi
dopo la morte dell'A., raccoglie numerosi brevi racconti e impressioni, scritti
durante un viaggio in Italia e pubblicati via via su varie riviste o quotidiani.
Come negli altri suoi libri di viaggio, Sol y sombra
e Itinerari azzurri, U. mostra il suo sentimento nostalgico verso un mondo
scomparso, che egli ricerca ansiosamente in tutte le parti d'Europa dove il
progresso non abbia ancora disperso le più antiche tradizioni. Il lettore
avverte subito la sincerità e la forza della commozione dell'A., che evita
accuratamente ciò che è convenzionale o forzato. Il ritmo lento e nascosto di
mille piccole cose, sfuggite all'occhio dell'uomo moderno (che, se riuscisse a
vederle, cercherebbe di distruggerle), spinge il poeta a esprimere la sua
inguaribile nostalgia, attraverso l'annotazione scrupolosa delle tappe del suo
viaggio in Italia, del suo incontro con parti ignorate d'una vita antica che
solo qui può ancora balenare agli occhi del viaggiatore. Il volume riporta
pregevoli e appassionate descrizioni di Roma, Firenze, Venezia, ma le pagine più
belle e ispirate sono quelle dedicate ai laghi lombardi, per i quali l'A. nutrì
un delicato amore e che meglio appagarono il suo sentimento romantico.
NOSTALGIE
Raccolta di versi del poeta neogreco Kosta Uranis
(pseud. di Konstandinos Nearchos, 1890-1953), pubblicata nel 1920 e compresa
insieme ad altre raccolte nell'opera completa, sotto il titolo PoiPmata (Atene,
1954). Con questo volume l'anima nomade dell'A. allarga, per così dire,
l'orizzonte, spesso provinciale, della poesia greca moderna. Il libro respira le
amarezze, la disillusione, la tristezza dei viaggi, il rimpianto per la
giovinezza fuggita, per gli amori estinti, la nostalgia per tutto quanto
scompare e si perde nell'abisso del tempo: la tristezza inguaribile del poeta
non trova conforto se non in una ironia amara. È la confessione lirica di
un'anima che ha assaporato tutte le gioie della vita, che ha amato i viaggi, le
donne, le cose belle, ma trova dentro di sé il vuoto, e si sente travolta da un
duro destino al cui termine è morte. Il poeta tuttavia ha la forza di accettare
l'inevitabile: egli sa che non vi è altro scampo alla disperazione e alla morte.
Di qui una certa saldezza che tempera gli accenti romantici del suo assoluto
pessimismo, come in " Epilogo": "Scettici e muti, come sempre,
sediamoci /… / come due vecchi sposi, che curvi sulla soglia / … / quando cade
il crepuscolo quale ombra sulla loro anima / abbandonano i loro occhi a visioni
di sogno / e attendono, con pazienza che la morte li colga".
LIRA
Raccolta del poeta neogreco Andreas Calvos, pubblicata dapprima in
due volumetti: Odi (1824), Nuove Odi (1826). Il centro del mondo poetico
calviano è il motivo della " jAret%" (la "Virus"), celeste dono, divina creatura
di vario nome e varia forma (Valore, Verità, Libertà), la cui forza è sorgente
di gesta mirabili, la cui luce rischiara la vita dell'uomo tesa alla lotta.
Contro i Turchi, turbe insaziate di sangue, il valore dei Greci si riscuote con
disperato coraggio, al nome di Patria e di Libertà, per cacciare dal suolo sacro
l'empio nemico. L'ispirazione, esclusivamente patriottica, si esprime in queste
Odi in modi singolarissimi. Alcuni influssi evidenti (pretese pindariche, echi
di Orazio, imitazioni da Foscolo) non incidono sulla originalità stilistica,
linguistica, metrica. Nel quadro della letteratura neogreca, Calvos è figura
isolata, come Cavafis; la sua poesia - di cui primo rivendicò la grandezza
Costís Palamàs - è stata lungamente discussa e non è popolare. La lingua è
arcaicizzante, ma irregolare, con improvvisi innesti demotici; la metrica
(strofette di tre settenari e un quinario), di derivazione italiana (Calvos ne
diede conto criticamente), esclude la "barbarie della rima". Il respiro poetico
gonfia talora il petto del cantore a enfasi retorica, ma la sua natura schiva,
severa, il "pathos" tragico del suo spirito, serrano e quasi coloriscono di
timbri gravi, d'interne sospirose cupezze, gli abbandoni lirici in aura
impervia: il "sublime" degli antichi classificatori di generi converrebbe a
questa poesia, che non rinuncia alla descrizione, ma la sorveglia, non sdegna
aggettivali esuberanze, in funzione tuttavia icastica e musicale. Qua e là è
scoperta frattura fra nobili audacie d'assunto e gelo di resultati: né sempre le
misure metriche reggono l'émpito della visione, che si frantuma nella monotonia
dei conchiusi tetrastici, né l'espressione nasce sempre di dentro, necessitata:
indugi, riprese, stanchezze, concettosità non dissolte, non filtrati moti
oratóri aduggiano la poesia, che altrove, genuina, rapisce per evocative
dolcezze e tremanti candori, o patetiche ambasce, tragiche austerità, e in
genere per vigorosa densità di trapassi e altezza di volo.
LIRICHE di Malakasis
Il poeta neogreco Miltiadis Malakasis (1869-1943), nativo
di Missolungi, che gli ispirò alcune tra le sue più belle poesie (il gruppo
delle "Mesolonghítika"), trascorse la sua vita e pubblicò tutte le sue opere ad
Atene, dove dirigeva la Biblioteca della "Voulí" (il Parlamento greco), salvo
qualche prolungato soggiorno a Parigi, dove si legò d'amicizia con Jean Moréas e
ne tradusse in greco le Stanze. Come Moréas, è anch'egli un poeta dalla
ispirazione controllata e aristocratica, non alieno dal preziosismo lessicale.
La prima silloge, Frantumi [SuntrSmmata, 1898], raccoglie poesie brevi percorse
da una unica ispirazione melodica. Si segnalano in questo volume le liriche "Il
bosco" e il "Cantico dei Cantici". Nella successiva raccolta Ore [{Wrai, 1903],
una delicata sentimentalità si esprime in forme armoniose. Negli stessi anni M.
si cimentò nel dramma fiabesco La dama del castello [1908].
La terza silloge, intitolata I destini [1909], comprende le
liriche "Lutti vespertini", "Fiaba", "Debolezza d'amore". Dopo un lungo
soggiorno in Francia (1909-1915) M. tornò alla poesia con Asfòdeli [1918] in cui vibra quella stessa vena musicale e nostalgica che contrassegna
anche le successive raccolte Antifone [1912] ed Erotica [1941]. Prevale nella
lirica di M., accanto alla musicalità del verso e alla perfezione formale, una
estrema varietà di toni, che si atteggia sulla mobile e volubile vena della vita
sentimentale e fa della sua opera una delle più ricche germinazioni poetiche
della poesia greca contemporanea. Trad. parziale in Arodafnusa di B. Lavagnini,
Atene, 1957.
LIXURI NEL 1836
Poemetto eroicomico, in quattro canti, opera giovanile del
satirico neogreco Andrea Laskaratos (1811-1901), pubblicato ad Atene nel 1845.
Argomento della narrazione è un modesto episodio di cronaca della cittadina di
Lixuri, patria del poeta, nell'isola di Cefalonia. I Lissurioti erano in gran
discordia per la scelta del punto dove doveva sorgere il molo. Ciascuno lo
voleva nel proprio quartiere, e, possibilmente, davanti alla porta di casa.
Finalmente gli abitanti del quartiere dove abitava il Laskaratos cominciarono a
portar pietre dalla propria parte e gettarono le fondamenta del molo. Questo è
il dato di cronaca che l'autore ha preso a elaborare poeticamente, ispirandosi,
secondo quanto egli stesso ebbe a dichiarare, alla Secchia rapita del nostro
Tassoni, che gli suggerisce episodi e motivi comici (ambascerie, concioni,
ridicoli combattimenti) e soprattutto il tono generale della narrazione. Ma il
poeta ha lavorato naturalmente di proprio ed è sua, in particolare, nel quarto
canto, la satira del clero. Il poemetto appartiene alla prima fase dell'attività
del Laskaratos, che nel 1856 procurò al poeta la scomunica e altre persecuzioni,
e ha tratti di vivace realismo. Anche nel metro (sestine di endecasillabi) è
d'altro lato palese l'influsso della tradizione letteraria italiana, sempre viva
e presente nelle isole ionie. Maestri italiani, a Cefalonia e a Corfù, ebbe del
resto l'autore, il quale nel 1839 conseguì a Pisa la laurea in giurisprudenza.
MISTERI DI CEFALONIA
Opera morale e satirica del
neogreco Andrea Lascarato (1811-1901), pubblicata nel 1856 col sottotitolo
"Pensieri sulla famiglia, la religione e la politica". Nei Misteri il Lascarato
non è più il poeta giocoso o lievemente satirico del Lixuri. Ride
e scherza allo spettacolo che gli offre il mondo meschino e retrogrado della sua
isola, ma soprattutto parla sul serio e ragiona, ammonisce, consiglia e bolla a
fuoco. È filosofo, osservatore sociale, moralista, riformatore religioso. Egli
vuole una nuova famiglia basata sull'affetto, sull'armonia spirituale, non
sull'interesse e sulla tirannide del marito, e una religione, sacra, santa e
pura come l'antica, come la vera, religione cristiana, senza idoli, senza
digiuni, senza miracoli di immagini e di olio delle lampade. La medesima
sincerità e purezza egli esige infine anche dalla politica, che deve perseguire
il vero interesse pubblico, e non quello individuale dei politicanti e dei loro
amici. Il Lascarato coi suoi Misteri abbatte e ricostruisce, ma riesce bene
soprattutto nella prima parte di tale compito. Il ritratto del padre di famiglia
cefalonita, l'allegra rivelazione dei misteri religiosi di nuovo genere, che i
sacerdoti del tempo fabbricavano allo scopo di far quattrini, e infine la
caricatura del demagogo e dell'anglofilo - i due partiti opposti, dai quali il
Lascarato era ugualmente lontano - sono pagine di satira morale che si leggono
anche oggi con interesse e con godimento. L'opera suscitò tuttavia lo scandalo
fra i concittadini e il clero dell'isola. Colpito da scomunica, e sottoposto a
varie persecuzioni il battagliero polemista dovette esulare, senza tuttavia
mutare il suo carattere fiero e mordace che trovava sostegno in una alta
coscienza morale.
Il
MIO VIAGGIO
Opera narrativa del filologo e scrittore
neogreco Jean Psichari (1854-1929), pubblicata nel 1888. Genero di Renan,
professore di lingua e letteratura neoellenica all'"École des Hautes Études", e
all'"École des Langues orientales vivantes", lo Psichari pubblicò una quindicina
di scritti filologici, alcuni romanzi (Il sogno di Janniris, Vita e amore al
deserto) e molte novelle, saggi, divagazioni (Rose e mele, 12 voll., 1902-1913).
Il mio viaggio è una sorta di lungo itinerario lirico soffuso d'ironia, che fu
raccostato per taluni aspetti al Viaggio sentimentale di Sterne e ai
Poemetti in prosa di Baudelaire. È un lavoro di lunga meditazione, di paziente
preparazione: gli intenti propagandistici, e quasi l'"applicazione", nella
esemplificazione letteraria, d'una dottrina linguistica e filologica, sono ben
più notevoli che l'ispirazione e il tremore dell'arte; e tuttavia il valore
critico e documentario di questo libro, nella storia della lingua e della
linguistica ellenica, è enorme. Mosso dall'intento di superare la diglossia,
perenne croce della Grecia moderna, denunziata e variamente giustificata,
sostenuta, avversata da dotti stranieri (Krumbacher) ed ellenici - giunti questi
ultimi a inaudite asprezze polemiche, persino a cruenti conflitti -, lo Psichari
deplorò e respinse i "calchi" linguistici e le traduzioni di pensiero dovuti
agli influssi franco-germanici, cercò di riconoscere nella viva esperienza della
lingua del popolo, specie nelle sue manifestazioni poetiche, il vivo parlare
neogreco, e lo sostenne come unica vera e legittima lingua ellenica, lanciando
una clamorosa sfida alla "catharèvusa", gelosamente custodita per gretto
conservatorismo (clero), e talora per la presunzione d'una ricchezza espressiva
ignota e impossibile alla lingua volgare. Intuìto il principio della fatale
evoluzione storica della lingua, lo Psichari lo limitò tuttavia a una
naturalistica legge d'evoluzione, restando fuori della viva esperienza storica,
e non riuscendo a evitare un rigoroso schematismo, a cui il linguaggio è
irriducibile nella sua perenne "eccezionalità" ed eterogeneità. Con uno sforzo
notevolissimo in un'opera di tanta ampiezza, riuscì a una coerenza presso che
assoluta di forme, ma incorse nell'artificio. D'altronde l'incapacità di
scendere a compromessi verso la tradizione (fra l'altro il radicalismo
ortografico - minimo aspetto della questione - suscitò in Grecia e fuori le
reazioni più accese), il suo "correre come un cavallo sbrigliato" (Palamàs), lo
alienò talora dall'uso medio panellenico, adducendolo a iperdemotismi o
dialettismi inaccettabili. Dopo la pubblicazione dell'opera dello Psichari, in
fiera e lunga polemica si gettarono i sostenitori dei presupposti ideali e
dell'esperienza letteraria del Viaggio [sebbene con temperamenti (Roidis)], i
rivendicatori della esigenza d'una lingua comune come mezzo espressivo non già
d'un generico "popolo" greco, ma dei ceti medi, della borghesia intellettuale e
della cultura (corrente eptanesia, Pilarinòs), i negatori senza riserve dello
psicarismo in nome della diglossia (sempre più rari), gli assertori della
necessità d'una matura considerazione storica del linguaggio (Chatzidakis),
auspicanti il prevalere dell'esperienza media della lingua di cultura d'un
grande centro (Costantinopoli, Alessandria, ma ora, senza più dubbio, Atene), in
attesa del capolavoro letterario capace di dare alla babele neogreca l'unità che
la Commedia diede all'Italia. Intervennero nella polemica, con scritti critici,
e più con la loro opera artistica, scrittori e poeti (A. Pallis, C. Palamà).
Tutto questo fervore di battaglie ideali non ancora spente fu originato dal
Viaggio dello Psichari. L'impetuoso affermarsi della lingua demotica sulla
mummificata lingua arcaizzante, indipendentemente dai superstiti dissensi
particolari, segna oggi il trionfo del rinnovamento psicariano, succeduto al
periodo "eroico" della lotta linguistica, che suggerì al Roidis il ricordo del
cristianesimo cemeteriale in guerra contro il morto e pur terribile mondo della
Roma imperiale.
Il NUMERO 31328 [To noumero 31328]
Romanzo dello scrittore greco Ilias
Venezis (pseud. di I. Mellos, 1904-1973), pubblicato nel 1924 nella rivista di
Lesbo "Kambana", e in volume nel 1931. È uno dei testi di prosa più importanti e
più significativi della cosiddetta "Generazione del 1930". Se l'elemento
autobiografico è il connotato comune più importante di questa scuola, il romanzo
di V. rappresenta uno degli esempi più caratteristici di letteratura
documentaria: il ruolo della fantasia è ridotto al minimo, il "materiale
vissuto" ha la priorità assoluta, l'avvenimento storico si impone per così dire
da se stesso, la bruciante esperienza personale si sottrae a qualsiasi tentativo
di fornire significati ambivalenti o mitizzanti. La letteratura converge in
certo qual modo con la realtà. Nel caso del Numero 31328, più che di un romanzo
si dovrebbe parlare di una cronaca, anche se l'autore utilizza la prima
designazione. È il racconto di una prigionia, una testimonianza personale che ha
per oggetto la sofferenza e la persecuzione dell'uomo. V. narra il proprio
arresto da parte dei turchi nel 1922 nella nativa Ayvalì (l'antica Cydonia) in
Anatolia, la deportazione con molti connazionali verso l'interno dell'Asia
Minore, i quattordici mesi di detenzione nel campo di concentramento, e infine
la liberazione. Già il titolo, che si riferisce al numero di matricola del
prigioniero allora diciottenne, è un'accusa contro una politica che riduce la
vita umana a una cifra. Il libro è nella sostanza un grido di protesta contro la
guerra.
TERRA D'EOLIA
Romanzo dello scrittore greco Ilias Venezis (pseud.
di I. Mellos, 1904-1973), pubblicato nel 1943. Considerato il suo capolavoro, è
un libro di ricordi in cui l'A. narra la propria infanzia trascorsa con la
famiglia nell'Anatolia occidentale, l'antica Eolide la cui popolazione greca,
perseguitata dai turchi, era in parte fuggita in Grecia già allo scoppio della
prima guerra mondiale. L'esistenza patriarcale e ordinata di quella gente, la
loro calma interiore, il loro legame con la terra che coltivano, e la fine
repentina di questa vita, è il mondo osservato e descritto dal piccolo Pietro
(dietro cui si cela l'A.). Il romanzo non racconta una storia vera e propria e
le tre parti di cui si compone ("Mondo", "Sinfonia dell'aurora" e "Uomini") non
sviluppano una trama continua; ma in toni a volte idilliaci e a volte
malinconici, trasfigura in paradiso perduto un modo di vita scomparso. Una
quantità di episodi - esperienze, fantasie, fiabe, leggende, vicende - si
intessono a formare un quadro dell'epoca, del paese, dell'uomo. Seguiamo la vita
del nonno Jannacò Bibelàs; leggiamo la storia del vecchio esperto d'innesti
"Barba" Giuseppe; i misteriosi giochi dei bambini nel bosco; le vicende del
cammelliere Alì e del bastaio Stefano, due singolari tipi irrequieti; la fiaba
di Cappuccetto Rosso che si è felicemente smarrita nei monti Chiminteni; le
leggende di Gorgona, la sorella di Alessandro Magno trasformatasi in mostro
marino, dell'errante Latona, che partorì Apollo sull'isola di Delo; la "storia
della vita" dei noci del Caucaso e degli orsi del Libano ora trapiantati nelle
foreste e valli dei Chiminteni; discorsi immaginari di alberi e animali, del
vento e della notte, di fiumi e di stelle; l'oscura attività del rispettato capo
dei contrabbandieri, Antòni Paghidas di Aivalì; la benefica attività del monaco
Iconomos, che in passato ottenne dal Gran Visir di Istanbul un firmano che
garantiva i diritti dei greci residenti nell'Eolide. Passato e presente,
fantasia e realtà, magico e concreto si compenetrano e confluiscono. Solo nella
seconda e nella terza parte i molteplici motivi a volte s'ispessiscono in filoni
di trama. Assistiamo all'arrivo di Doris, la bionda nuora scozzese del vicino
Vilaràs, che nell'ambiente orientale-mediterraneo esercita un fascino singolare;
alla crescente simpatia che ispira nel giovane Petros che per lei un giorno
tenta di prendere dal nido un aquilotto durante una tempesta; all'amore venato
di gelosia della sorellina Artemis per il cacciatore, l'accompagnatore abituale
di Doris; infine alla morte del cacciatore, ucciso da banditi turchi nella
foresta. Il libro termina con la fuga della famiglia dalla fattoria del vecchio
Bibelàs. È stata spesso rimproverata all'A. la propensione all'elemento
suggestivo, alla descrizione di atmosfere mistiche; qui, dove sono evocati nel
ricordo una terra e un'epoca perdute, quest'atmosfera magica appare
perfettamente consonante. L'incertezza dei contorni, che non offusca mai il
realismo del sostrato umano su cui poggia tutta la narrazione, è il prodotto di
una continua alternanza: tra realtà immediata e storia o leggenda o fiaba
narrata, tra l'uso del tempo presente e l'uso del tempo passato, tra presenza
effettiva dell'io narrante nella vicenda, e vicende di fatto esulanti dalla sua
sfera di osservazione; un singolare impasto di cronaca e di poesia.
PAPAFLESSAS [Papaflessas"]
Dramma storico in tre parti e undici quadri dello
scrittore e drammaturgo greco Spiros Melàs (1883-1966), rappresentato a Atene
nel marzo 1937. L'opera si rifà a un racconto biografico omonimo dell'A. Dopo la
caduta di Bisanzio (1435), per quattro secoli il popolo Greco subisce la
dominazione turca, finché nel 1821 non giunge l'ora della liberazione. Il monaco
Papaflessas è un uomo bello, attivo e irrequieto che vive in un convento della
Morea (il Peloponneso). Crede nella libertà greca e la persegue con astuzia e
ardimento; sprona gli incerti e li trascina alla lotta contro i dominatori,
finché si vede costretto a fuggire a Costantinopoli, allora centro dei
preparativi di sollevazione. Deciso a tornare "in veste di vescovo o di pascià",
nella sua ferrea volontà di guidare il popolo abbandona ogni ambizione
ecclesiastica - continua a portare l'umile saio monacale - e si dedica a
un'attività impavida di agitazione tra i Greci. Nella convinzione che la
sollevazione debba partire dalla Morea, dove le guarnigioni turche sono
relativamente meno consistenti, riesce a farsi inviare in quella zona e convince
il capo dei congiurati a nominarlo suo sostituto e rappresentante. Giunto in
patria, trascina i connazionali con argomenti convincenti e con menzogne,
reclutando una nutrita schiera di combattenti. Dall'inizio alla fine lo
accompagna Angela, una ragazza semplice che lo ama. Scoppia la sollevazione, i
ribelli liberano una città dopo l'altra; in capo a quattro anni Papaflessas è
ministro degli interni e della polizia, realizzando la sua profezia, che lo
voleva "pascià". Purtroppo il suo temperamento indomabile lo spinge ad azioni
meno nobili: preda della sete di potere, vuole annientare i suoi avversari
politici. Ma quando infine il sultano chiede rinforzi a Ibrahim Pascià
dall'Egitto, e la campagna militare ben organizzata da costui minaccia di
soffocare la sollevazione greca, Papaflessas si ravvede, torna al suo ruolo di
combattente, fino a essere nominato comandante dei greci. Circondato da pochi
fedeli, attende il nemico e la morte certa sulla cima di un montagna presso
Maniaki e cade nella certezza che la sua morte scuoterà i greci e li unirà
attorno all'ideale della libertà. Ibrahim fa identificare il suo cadavere, lo
rialza in piedi e lo bacia in riconoscimento del suo valore. Papaflessas è una
delle opere migliori dell'A., e in assoluto uno dei migliori drammi storici
greci. Le ultime scene sono scritte in una lingua ricca, viva e musicale, in cui
trionfa la lingua del popolo. La felice ispirazione, i pregi tecnici e il
patriottismo contenuto hanno fatto di Papaflessas uno dei drammi più popolari in
Grecia.
POESIE di Paparrigòpulo
L'eredità poetica del neogreco Demetrio Paparrigòpulo
(1843-1873) è soprattutto rappresentata dalle due sillogi liriche dei Sospiri
[1866 ] e delle Rondini [1867], poi riunite sotto il titolo di
Poesie. La malattia del secolo, il pessimismo romantico, di Byron, De
Musset, Leopardi, era di moda anche in Atene, fra il 1860 e il 1880. Spirito
meditativo e filosofico, naturalmente incline alla malinconia, all'ironia, alla
satira, appare lo scrittore anche nel rimanente dell'opera sua e particolarmente
nei Caratteri [1870], sorta di dialoghi in prosa dove è evidente
l'influsso delle Operette morali di Leopardi. Ma le liriche distillano con
più immediatezza la sconsolata negazione del giovine poeta. Egli proclama di
aver dovunque cercato invano la felicità e di non aver trovato se non sospiri,
dolori e amarezze ("Momenti di melanconia"). La più nota delle sue liriche "La
lanterna del cimitero di Atene" è tutta una lunga allocuzione romantica alla
"luce dei morti". Solo, come questa luce, anch'egli "Illuminando le tombe dei
desideri e i cadaveri dei sogni, preda di un dolore ignoto", va attraverso il
mondo, trascinando i brandelli della propria vita, il suo proprio passato... Il
tono sconsolato dell'Ecclesiaste risuona quasi dovunque, come un ritornello
monotono, anche se in qualche momento balena al poeta l'idea che non tutto è
vanità, che la gioia, la voluttà sono realtà certe ("Vanitas varitatum").
Tuttavia non tutto è maniera in questa poesia che trae la sua luce
dall'intelletto e brilla di immagini pungenti e di raccostamenti inattesi.
L'oblio è una seconda morte che attende i defunti, un "cimitero nell'anima dei
viventi"; il gelo, una "funebre coltre" che avvolge la natura d'inverno; gli
astri che splendono tristi sembrano "lacrime cristallizzate"; la memoria è un
"ponte misterioso" lanciato sulla voragine degli anni... La lingua, che è quella
dei puristi e della tradizione bizantina, non disdice a questa lirica agitata da
ritmi dialettici e animata da toni oratori, ma anzi asseconda con la sua nitida
e fredda eleganza il gelo funereo dell'intellettualismo raziocinante.
RANDAGI
Novella dello scrittore greco Dimosthenis Vutiràs (1871-1958),
pubblicata nel 1921. L'opera, la più caratteristica e anche la più riuscita di
V., occupa un posto di rilievo nell'ambito della narrativa greca. Nei primi
decenni di questo secolo in Grecia la vita urbana conosce una nuova fioritura,
soprattutto ad Atene. Gli scrittori greci, impegnati fino allora a trattare temi
legati all'ambiente rurale, cercano di cogliere attraverso il romanzo questa
nuova realtà. Al margine della città tesa in uno sforzo ambizioso c'è una fascia
di quartieri poveri, alimentati da un ininterrotto flusso immigratorio dalla
provincia; gli abitanti vegetano nella miseria, sorretti dalla speranza di
uscirne in qualche modo. Nelle sue opere in prosa, V. si dedica alla descrizione
di questo mondo, e Randagi è una cronaca di miseria suburbana. Alimbis, un
ragazzo poverissimo, cerca disperatamente lavoro per aiutare la madre, ma le sue
speranze vengono regolarmente frustrate. Sua unica consolazione è l'osteria,
dove si incontra con gli amici Leopis e Mirlas, dove cercano rifugio persone di
ogni età, e dove terminano gli sforzi di coloro che la vita ha sconfitto. Mentre
per i vecchi la morte è l'unica via d'uscita, ai giovani resta la speranza. Per
Mirlas la speranza è l'America, dove va a cercare fortuna; per gli altri il
futuro è incerto: mentre Alimbis piange dinanzi alla madre morta, Leopis tra
molte incertezze prepara la sua fuga. Nelle poche pagine dei Randagi V.
trasfonde la sua amara filosofia: sotto la pressione di una condizione materiale
senza vie d'uscita la vita diventa una ininterrotta sofferenza. La miseria
paralizza tutte le energie vitali, e persino l'amore per i "randagi" diventa un
frutto proibito. L'A. ritrae i suoi personaggi con calore e partecipazione; a
tratti mostra un umorismo amaro che arriva al sarcasmo. I Randagi segnano un
culmine nella produzione di V. e forniscono uno spaccato efficace su un ceto
sociale tra i più peculiari della società greca.
SCARABEI E TERRECOTTE
Raccolta del poeta neogreco Ioannis Gripàris
(1871-1942), pubblicata ad Atene nel 1919. Queste liriche, già apparse sulla
pagina letteraria del giornale ateniese " JEstSa" sino dal 1895, pur risentendo
di influenze simboliste e parnassiane, segnano una svolta di notevole importanza
nella storia della poesia neogreca, che innovano nella forma, nella lingua,
nella tecnica e nello stile. Nelle "Terrecotte" G. resta ancora legato alla
forma tradizionale del sonetto, mentre negli "Scarabei" cessa di nascondersi
dietro gli antichi miti o i personaggi della storia per cantare le passioni e le
angosce degli uomini, l'isola natale di Sifno, il ritorno in patria dall'estero,
la morte, l'amore, la separazione e il sonno liberatore. E nell'intera silloge
esprime "le lacrime e il sangue" come egli stesso ebbe a dire, della propria
anima. L'attività poetica vera e propria di G. cessò nel 1910; in seguito si
dedicò a tradurre gli autori tragici antichi, soprattutto Eschilo e Sofocle.