LETTERATURA - HERMAN MELVILLE

    

Moby Dick


Pubblicato nel 1851.

Con la stesura di Moby Dick Melville compie il salto dai romanzi d'avventura (come Typee e Omoo) alla grande opera che si pone il problema ultimo della natura della realtà.



Il punto di passaggio si può identificare nel terzo romanzo melvilliano, Mardi (1849), che, iniziato ancora come romanzo d'avventure, prende poi una direzione allegorico-satirica sgradita al pubblico del tempo, che gli nega il successo.

Le altre due opere che stanno fra Mardi e Moby Dick sono libri scritti nell'estate del 1849, apparentemente per mantenere la famiglia (Melville si era sposato nel 1847 e aveva un figlio) e poi sempre disprezzate dal loro autore, ma non per questo fallite:

Redburn si rifà alla prima traversata compiuta da Melville nel 1839 e descrive le miserevoli condizioni di vita nella città inglese di Liverpool; Giacchetta bianca (White jacket, 1850) ricorda invece l'esperienza compiuta dal suo autore sulla fregata United States dal 1843 al 1844, e denuncia la vita inumana cui erano costretti i marinai.

La prima stesura di Moby Dick, conclusa nel luglio 1850, s'incentrava soprattutto sulla figura di Ishmael, il narratore. L'opera era già impostata in modo "aperto", organico, così come Melville aveva tentato di fare in Mardi: nell'inverno dell'anno precedente aveva letto Emerson, Carlyle, Goethe e soprattutto Shakespeare: vi era stato cioè un approfondimento culturale di importanza fondamentale, se si tiene conto che Melville aveva smesso di andare a scuola a 15 anni.

La spinta decisiva provenne però dall'incontro con Nathaniel Hawthorne, diventato suo vicino di casa in seguito al trasferimento di Melville da New York a un villaggio sui monti Berkshire; Melville sentì di dover dedicare il libro all'amico "in segno della mia ammirazione per il suo genio". La frequentazione di Hawthorne focalizz l'attenzione di Melville sul problema del male e, come risultato, Moby Dick diventò, da pura avventura marinara, un viaggio alla ricerca della verità: entrò cioè in scena il personaggio del capitano Ahab.

Il narratore, Ishmael, è un giovane del cui passato non sappiamo nulla, perchè egli rifiuta deliberatamente di darcene notizia; sentendosi in cuore "un novembre umido e piovigginoso", decide di imbarcarsi come marinaio, per sfuggire così alle noiose certezze della terraferma. Il mare esercita su di lui un grande fascino: "Sono tormentato da un'ansia continua di cose lontane. Mi piace navigare su mari proibiti e approdare su coste barbare". Il mare, dice nelle primissime pagine del libro, " è l'immagine del fantasma inafferrabile della vita".

Ishmael si imbarca come marinaio semplice, anche se "ti tocca nell'onore, specie se si proviene da una famiglia di antico ceppo ... e se uno l'ha fatta da padrone come maestro di campagna" (Melville era di buona discendenza angloolandese e prima di imbarcarsi per Liverpool aveva insegnato). In compenso, da marinai si respira l'aria più pura della nave, l'aria di prua, mentre "il commodoro sul cassero riceve l'aria di seconda mano dai marinai sul castello". Il significato riposto di questa precisazione è che non si raggiunge una vera conoscenza della vita per via gerarchica. Il romanzo richiede vari livelli di lettura. In attesa di imbarcarsi a Nantucket, il più celebre porto baleniero, Ishmael pernotta a New Bedford, e qui è costretto a dividere il letto con colui che diventerà il suo più caro amico e compagno di navigazione, Queequeg, un polinesiano di stirpe reale.

I presagi che precedono l'imbarco sono lugubri; la nave su cui si arruolano porta il nome di una tribù di pellerossa sterminata dai bianchi, Pequod. La predica di padre Mapple, che prima dell'imbarco commenta l'episodio biblico di Giona nel ventre della balena, li mette in guardia dallo sfuggire come Giona al volere di Dio, e li esorta, se mai ciò dovesse accadere, a pentirsene. Alla luce della predica di padre Mapple, il capitano Ahab si dovrà dunque definire un blasfemo ribelle, un Giona impenitente. Ishmael e Queequeg vengono assoldati da due comproprietari del Pequod, il capitano Peleg e il capitano Bildad, che rappresentano tutta l'avidità ipocrita del nascente capitalismo americano: Bildad, che accoglie le reclute e tira sul prezzo d'ingaggio leggendo la Bibbia, "non soleva mai bestemmiare ... ma riusciva a cavarne lo stesso una quantità sproporzionata di lavoro duro spietato e crudele".

I marinai del Pequod sono sostanzialmente presenti secondo una scala di valori centrati sulla consapevolezza. Il primo ufficiale del Pequod, Starbuck, è un uomo religioso e miope, solido e prudente: ammazza balene con coraggio per guadagnarsi la vita, ma non sa resistere agli "spaventi dello spirito". Il secondo ufficiale, Stubb, è un cinico, un indifferente, un "tecnico": "Quand'era a tu per tu con la balena, proprio nella stretta mortale della lotta, maneggiava la lancia con crudeltà fredda e spigliata, come un calderaio il martello, fischiettando". Le "tribolazioni umane" le ha esorcizzate col fumo della pipa: "Il mio undicesimo comandamento è non pensare, e il dodicesimo è dormi fin che puoi". Il terzo ufficiale, Flask, è bellicoso ma ignorante: "Nella sua modesta opinione la stupefacente balena non era che una specie di topolino ingrandito o al massimo un ratto di fogna".

Gli ufficiali sono tutti anglosassoni, i ramponieri e la ciurma sono uomini di tutte le parti del mondo; l'imperialismo yankee viene così icasticamente raffigurato: "Gli americani di nascita forniscono generalmente il cervello, e il resto del mondo i muscoli". Il ramponiere di Starbuck è il polinesiano Queequeg; quello di Stubb è Tashtego, "un pellerossa purosangue"; quello di Flask è Daggoo, un "negro imperiale" africano: "Un bianco che gli stesse davanti pareva una bandiera bianca venuta ad implorare tregua a una fortezza".

I tre sono personaggi per cui Melville mostra un profondissimo rispetto e grande ammirazione: il loro coraggio è a tutta prova, sono privi di sovrastrutture falsamente "civili" e, significativamente, sono gli unici sul Pequod, all'infuori del capitano Ahab, che abbiano già incontrato la balena bianca. Il misterioso Ahab è l'ultimo personaggio a essere presentato: tormentato e solitario, "re del mare e gran signore di balene", ha un unico scopo nella vita: vendicarsi di Moby Dick, che gli ha strappato una gamba, e più ancora colpire in Moby Dick il muro che gli cela la verità ultima delle cose: "Tutti gli oggetti visibili non sono che maschere di cartone ... Se l'uomo vuole colpire, sfondi la maschera! Come può evadere il carcerato se non spacca il muro? Per me la balena bianca è quel muro ... l'incarnazione ossessiva di tutte le forze del male".

Per Ishmael la balena non è necessariamente e solo malvagia, ma piuttosto raffigura la realtà nella sua ambiguità: bianca come tutto ciò che è puro e nobile, cela dietro il suo candore "il carnaio che ha dentro". Il colore bianco "con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell'universo".

Melville, nel tentativo di non ridurre Moby Dick a simbolo astratto, dedica numerosi capitoli alla storia della baleneria, alle sue tecniche, all'anatomia delle balene.

Quando infine la balena bianca viene avvistata, la caccia dura tre giorni: Ahab, impigliato nella fune dell'arpione da lui stesso scagliato, scompare in mare insieme alla balena. Il Pequod affonda con tutti i marinai, tranne Ishmael, "e il gran sudario del mare tornò a fluttuare come cinquemila anni fa". Ishmael, controfigura di Melville, è il personaggio che ha raggiunto il più alto livello di consapevolezza, l'unico che ha saputo individuare nel comportamento di Ahab la componente di follia blasfema, ed è perciò l'unico che ritorna dall'impresa sciagurata per raccontarla al mondo.

Melville scrisse a Hawthorne: "Ho scritto un libro malvagio e mi sento innocente come un agnello"; i contemporanei non lo accettarono, e la sua rivalutazione non iniziò che negli anni Venti del nostro secolo.



Herman Melville


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