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a Parigi nel 1934, e solo 27 anni più tardi in America, per il veto della
censura, è senza dubbio il libro più noto di Miller, insieme al Tropico del
Capricorno . E' un romanzo che registra le esperienze vissute dall'autore
nei primi anni del suo soggiorno parigino, durato dal 1930 al 1939. Miller,
nato a New York da famiglia di origine tedesca, dopo avere esercitato i
classici, disparati, incredibili mestieri di tanti scrittori nordamericani
in attesa della gloria (nel 1927 aveva aperto un bar clandestino nel
Greenwich Village), si era infatti trasferito in Francia, un po' in ritardo
rispetto all'ondata della "generazione perduta", ma sempre in tempo per
assaporare quella piena libertà da bohème che l'America non permetteva. La
vita che Miller conduceva a Parigi era una vita d'artista povero, in cerca
di se stesso e della propria liberazione, e il libro è perciò una galleria
di tipi stravaganti, prostitute, artisti, vagabondi. Parigi non è però
mitizzata, anzi, contro tanto romanticismo del tempo, Miller così la
descrive: "Una città eterna, Parigi! Più eterna di Roma, più splendida di
Ninive. L'ombelico del mondo cui si torna, come idioti ciechi e malsicuri,
strisciando sulle ginocchia. E come un sughero che sia andato alla deriva
fino al centro morto dell'oceano, qui una persona galleggia in mezzo alla
feccia e ai detriti di mari, inquieta, senza speranza, incurante persino di
un Colombo di passaggio. Le culle della civiltà sono gli scoli putridi del
mondo, l'obitorio cui i fetidi grembi affidano i loro pacchi sanguinolenti
di carne e di ossa". Accanto alla Parigifogna c'è però anche la Parigi
dell'arte: " E' solo più tardi, nel pomeriggio, quando mi trovo in una
galleria d'arte sulla Rue de Sèze, circondato dagli uomini e dalle donne di
Matisse, che vengo riportato nella vera area del mondo umano. Sulla soglia
di quella vasta sala i cui muri sono ora in fiamme, sosto un momento per
riprendermi dallo shock che si prova quando il grigiore abituale del mondo è
lacerato e il colore della vita esplode in canto e poesia. Mi trovo in un
mondo così naturale, così completo, che sono perduto. Ho la sensazione di
essere nel pieno plesso della vita". Uno dei pregi maggiori del libro è
l'onestà e la naturalezza con cui vengono descritte le esperienze sessuali
dei personaggi; il linguaggio, lo stile usati sono quelli del parlato
quotidiano e il sesso è visto come qualcosa di quotidiano, tutto l'opposto
del sesso sacrale di un D. H. Lawrence. Anche il sesso, infatti, non sfugge
alla straordinaria ironia (quando non al senso comico) che è sempre
vivissima in Miller. Quanto all'ironia, si veda, fra l'altro, come il
narratore descrive un concerto, cui assiste per caso: " E' da tanto tempo
che non siedo in compagnia di gente ben vestita, che avverto un certo panico
... Ancor prima che cominci la musica c'è quell'aria annoiata sulle facce
della gente. Una forma educata di autotortura, il concerto. Per un momento,
quando il direttore batte la bacchetta sul leggio, c'è un teso spasimo di
concentrazione seguito quasi immediatamente da una frana generale, un
rilassamento tranquillo, quasi vegetale, indotto dal costante, ininterrotto
piovigginare che viene dall'orchestra ... Quando improvvisamente la musica
cessa e si accendono le luci, alcuni se ne restano seduti impalati come
carote".
“Il
mondo del sesso” è il racconto della vita di Miller, che non è mai lo
stesso, ma solo il medesimo nel suo itinerario interiore ed artistico, che
batte la strada della bellezza, della verità, della libertà e dell’amore.
Quest’ultimo libro segna la sua maturità, la consapevolezza che ogni
sentimento può essere distruttivo, ma che, per paradosso, porta l’uomo a
rinascere per la seconda, terza volta…e che in virtù di questo premio è
necessario, per non dire fisiologico, lasciarsi frantumare. La nullità
ontologica dell’uomo si riscontra in ogni sua azione, dalla più grandiosa
alla più misera, come l’uccisione, una morte inutile che ti offende. Ed
intanto Parigi scruta, odora, piange, si illumina a notte, è come una
“puttana. Da lontano pare incantevole, non vedi l’ora di averla tra le
braccia. E cinque minuti dopo ti senti vuoto, schifato di te stesso. Ti
senti truffato.” . La lingua di Miller è informale, cruda; il suo stile
semplice è capace di scuoterti, coinvolgerti ed allo stesso tempo
sconvolgerti. La sua è una convinzione antica come l’uomo: Noi, schiavi del
proprio ventre!
