 |
Il libro ha suscitato molto malcontento nella critica
indiana per la maniera schietta con cui Naipaul
analizzava l’arretratezza del Paese.
Naipaul riceve il Premio Nobel per la letteratura nel
2001. |
Per Naipaul, nato a Trinidad da famiglia indiana, l'India è
una ferita profonda, mai rimarginata, un luogo che rimescola
tutto il suo essere. E nessuno dei vari libri che all'India
ha dedicato lo testimonia come "Un'area di tenebra", vero
itinerario della caligine dove le sensazioni, gli incontri,
le riflessioni si mescolano in un amalgama di cui Naipul
sembra conoscere il segreto. E' un viaggio dolorante, ma qui
- come ha scritto John Wain - "la sofferenza è diventata
creativa invece che ottundente". Una reimmersione nell'utero
della formazione che ha regalato al mondo uno dei massimi
autori contemporanei.
INTERVISTA A
V.S. NAIPAUL
La tua
prima visita in India risale a 35 anni fa. Sei poi tornato,
in vacanza e per scrivere. Perché ti affascina tanto l'India?
È una questione che definirei ancestrale. Sono nato con una
conoscenza del passato che terminava giusto coi miei nonni.
Non potevo risalire oltre. Buio assoluto. Ecco le ragioni di
questa fascinazione: è il tentativo di esplorare quel buio,
che io ho chiamato "area di tenebra".
Ritieni che sia cruciale per la tua formazione di scrittore
conoscere da dove vieni e da cosa sei profondamente
originato?
Senza il minimo dubbio: a maggior ragione se, come me, si è
nati in un posto di cui nemmeno si immagina la storia e di
cui nessuno ti racconta la storia e, a tutti gli effetti, la
storia non esiste se non nei documenti. Se si nasce in
simili condizioni, è necessario conoscere da dove si
proviene. E questa ricostruzione occupa un tempo
estremamente lungo. Non è possibile scrivere semplicemente
di quel mondo, anche se apparentemente è lì, messo a
disposizione. Se si è scrittori francesi o inglesi, si nasce
automaticamente con un'incredibile e completa conoscenza del
proprio Paese, della propria storia, della propria origine.
Se invece, come me, si nasce in una colonia agricola tanto
distante, bisogna apprendere tutto - la scrittura diviene un
processo di indagine e apprendimento.
A
diciott'anni hai lasciato Trinidad e sei approdato in un
mondo per te alieno: Londra. Chi era il Naipaul di quei
tempi? Cosa cercava?
Beh, l'ambizione ricopriva un ruolo fondamentale. Volevo
diventare famoso. Volevo essere uno scrittore. Volevo essere
famoso per il fatto che ero scrittore. E l'assurdità di
quest'ambizione era che nemmeno mi immaginavo di cosa avrei
scritto. Era assurdo, davvero. L'ambizione di diventare
scrittore nacque ben prima che io avessi scritto alcunché.
All'età di dieci anni volevo già fare lo scrittore. È
quest'ambizione che mi spinse in Inghilterra. Vinsi una
borsa di studio. Studiai tantissimo per la borsa di studio,
senza la quale - data l'estrema povertà della mia famiglia -
non avrei potuto lasciare l'isola. A quei tempi pochi
lasciavano il posto in cui erano nati. Quella borsa di
studio, istituita dal governo coloniale per ragazzi
particolarmente brillanti, ammontava a una cifra notevole.
Ne hanno concesse altre tre o quattro, dopo che la vinsi io.
Era aperta a ogni professione: potevo diventare quello che
volevo, un dottore o un ingegnere. Ma io, più semplicemente,
volevo studiare inglese a Oxford. Non perché si trattasse
dell'inglese o perché fosse Oxford; piuttosto perché era
lontano da Trinidad e perché pensavo, nel giro di tre o
quattro anni, di trovare la mia strada. Sarei diventato, per
miracolo, uno scrittore. Scelsi il diploma in inglese: che,
come si sa, è una laurea di minore prestigio. Per dirla
tutta: non vale nulla. Eppure, oltre all'ambizione, c'era un
ulteriore fattore che mi portò a Londra: l'ignoranza e
l'oppressione che si sperimenta nel crescere in una colonia.
Volevo andarmene da quell'ambiente moralista, fitto di
dispute familiari e di condanne implicite. Non era un mondo
benevolo: né quello coloniale né quello indù - i due mondi
in cui sono stato allevato. Pensavo che nel mondo esterno,
così più vasto di quello ristretto della colonia, la gente
venisse apprezzata per quello che era.
Parliamo dei tuoi esordi da scrittore...
Ho iniziato a scrivere seriamente quando lasciai Oxford, in
condizioni estremamente dure, peraltro. Cercavo di trovare
la mia voce, il mio tono, ciò che era realmente mio, che non
fosse finzione o posa. Questa ricerca mi gettò non so come
in una profondissima depressione, che durò finché qualcuno a
cui avevo inviato il mio manoscritto mi disse di lasciare
stare. E di colpo, dopo cinque anni passati a non fare
praticamente nulla, trovai la mia voce. Qualcosa accadde.
Fui travolto da un'enorme necessità di scrivere: non si
trattava di un hobby, ma della mia stessa verità di uomo.
Dedicai a questo la mia vita. Trovai soggetti, scene,
ambientazioni: insieme, essi costituivano la mia più intima
voce.
Durante quel periodo di depressione hai anche tentato il
suicidio...
Sì. A Oxford, per la precisione. Mi sentivo solo, senza
fondamento. Furono anni terribili. Anche adesso, a dire la
verità, odio Oxford, odio l'ambiente universitario, odio le
lauree. Non sono andato a Oxford perché era Oxford, ma per
trovare libertà. Ma non ero pronto. Ero molto più
intelligente dei miei compagni - ma Oxford era tremenda. Non
auguro a nessuno di passare anni simili.
La scrittura si è manifestata come un'autentica e nobile
vocazione...
Infatti. Secondo me si tratta dell'unica nobile vocazione. È
nobile in quanto ha a che fare con la verità - e io non
posso tollerare un altro genere di scrittura che non sia
pura letteratura. Non posso leggere scrittura commerciale -
o anche quella fraudolenta forma di letteratura che è la
narrativa cosiddetta "coloniale". L'imitazione, poi, non
posso praticarla a nessun livello. La questione è la verità:
è necessario occuparsi profondamente della propria
esperienza. Bisogna comprendere la propria esperienza,
bisogna comprendere il mondo. Si tratta di uno sforzo
costante per giungere a una comprensione sempre più profonda.
È ciò che costituisce la nobiltà della letteratura. Non è
proprio questione di rifare la stessa cosa, sempre la stessa
cosa. Non è questione di fare Agatha Christie o Graham
Greene o qualcosa di similare - trovi la tua formula e
continui ad applicarla. No, io non l'ho fatto. Ho agito in
modo diverso.
Hai sempre dichiarato che la poesia non ti interessa. In
particolare la poesia contemporanea...
La formazione scolastica mi ha danneggiato: non riesco a
leggere i Romantici, ma nemmeno il Novecento. Prendiamo
Auden: tutti parlano di Auden, ma io credo che ci sia
davvero poco senso in ciò che Auden ha scritto - è
meraviglioso a giocare con le parole, ma finisce lì. Quanto
a Eliot, penso che si tratti di banalità filosofiche
esagerate all'estremo. Quel che scrive è falso. Non è una
visione. È esagerato. Di Yeats non penso nulla, nel senso
che non so niente dell'Irlanda. Penso che l'Irlanda sia
cresciuta sulle spalle dell'Impero Britannico. Tutto ciò che
è partorito in Irlanda gode di un'attenzione esagerata.
L'Irlanda è un Paese minuscolo. Quello che produce è per me
di poco conto. Sia detto che questo giudizio include anche
Joyce. Che cosa c'è in Joyce di valido per me? Un cieco che
vive a Trieste e scrive di Dublino. Non c'è nulla per me in
Joyce - non è universale. Un uomo di immaginazione tanto
ridotta, che registra la vita attorno a lui coi modi della
vecchia narrativa... No, non fa proprio per me.