Poema drammatico in quattro parti (o giornate) del
drammaturgo tedesco Richard Wagner (1813-1883).

Quali furono le intenzioni alla base di tale poema Wagner lo
spiegò ampiamente nello scritto del 1851 intitolato
Comunicazioniaimiei amici (Mitteilungen an meine Freunde).
In effetti, la prima idea del poema venne a Wagner dopo il
fallimento della rivoluzione del 1848, cui egli partecipò
attivamente e che lo lasciò profondamente deluso. Come bene
chiarisce Thomas Mann in un celebre saggio wagneriano
contenuto in Nobiltà dello spirito (Adel des Geistes), il
compositore drammatico di Rienzi, Olandesevolante,
Tannhàuser e Lohengrin, dopo il fallimento politico della
rivoluzione, disgustato dagli avvenimenti politici e sociali
e dal trionfo della borghesia con le sue preferenze per un
teatro e un'arte di piatto intrattenimento, si volse
interamente al mito e al binomio per lui inscindibile
mito-musica, patrocinando la creazione di un dramma fondato
insieme sul suono e sulla parola (Wort-ton-drama): l'uno a
completamento dell'altra, sia foneticamente sia
contenutisticamente. Per tal ragione, a rigore, non si potrà
mai parlare di un Wagner drammaturgo in assoluto (nè i suoi
lavori, o libretti, vennero mai rappresentati o comunque
considerati scissi e avulsi dalla sua musica), nonostante
che per il taglio, la versificazione e l'eccellenza del
linguaggio i suoi drammi discendano dalla migliore
tradizione drammatica tedesca (soprattutto Hebbel fu il suo
modello) e costituiscano di per sè un monumento non
indifferente di arte drammatica: non si dimentichi che
Wagner esord da giovane con brevi lavori drammatici e,
figlioccio (o figlio naturale, come da taluno ritenuto) di
un attore, fin da ragazzo si ritenne indirizzato al teatro
drammatico. In effetti, non musicò mai altro che drammi da
lui scelti e da lui composti. Il primo nucleo del poema
drammatico in oggetto derivò dalla figura mitica teutonica
di Sigfrido, il "puro eroe" che rappresenta la forza
incorrotta della natura, nei suoi elementi più elevati, il
nucleo maschile risvegliatore e fecondatore del Bene e del
Bello. Subito dopo la rivoluzione del '48, Wagner concepì un
dramma intitolato La mortediSigfrido, centrato sulla lotta
tra il Bene e il Male, tra Sigfrido e il suo antagonista
Hagen; ma l'approfondimento nella letteratura tedesca
contemporanea dei Canti dell'Edda e della mitologia odinica
lo convinse a risalire tutto l'arco della vita di Sigfrido,
e nacque l'idea di un Giovane Sigfrido. Sempre procedendo,
nei susseguenti vent'anni, nella sua idea e nei suoi
progetti, si delineò il progetto di dare corpo alla vicenda
precedente alla comparsa di Sigfrido, la necessità di
illustrare la sua genealogia, e finalmente, ancora risalendo
nel mito, Wagner si rifece al ratto dell'oro, origine di
tutto il Male futuro, e cominci il suo poema dalla
descrizione delle sacre acque del Reno. Al principio era il
Reno, il sacro fiume dei popoli nordico-teutonici, il quale
celava nelle sue acque l'oro, custodito dalle figlie del
Reno, le Ondine, con gelosa cura. Sulla terra imperavano e
si affrontavano la stirpe degli dei, quella forzuta e
servile dei giganti e finalmente, celata negli antri
terrestri, quella dei Nibelunghi, strani nani forgiatori di
metalli: tra essi Mime e Alberico, il primo astutissimo, il
secondo profondamente malvagio. Gli dei, Wotan con la moglie
Fricka, che ha per sorella Freia (la giovinezza), Loge (il
fuoco), Froh e Donner (letizia e potenza), incaricano i due
giganti Fasolt e Fafner di costruire uno splendido castello,
e promettono in premio Freia. Intanto Alberico scopre l'oro
sommerso e riesce a portarlo via alle figlie del Reno. Al
momento della ricompensa, Freia implora di non esser ceduta
ai giganti, e l'astuto Loge informa Wotan che il nano
Alberico possiede un tesoro: basta portarglielo via e i
giganti lo accetteranno certo in cambio di Freia. Il
rapimento dell'oro avviene e i giganti lo accettano di buon
grado. Questa la vicenda del prologo (o prima giornata) che
s'intitola L'orodel Reno (Rheingold). La seconda giornata è
intitolata LaValchiria (DieWalkùre) e prende nome da
Brunilde, una delle nove figlie che Erda, la sotterranea dea,
ha partorito a Wotan, lo Zeus odinico. Questi si era
staccato dal resto degli dei e in giro per la terra aveva
fondato la stirpe dei Velsunghi, unendosi a una donna e con
lei procreando una coppia di gemelli, Siglinda e Sigmondo.
Prima che i Velsunghi fossero battuti e dispersi da una
tribù nemica, Wotan aveva celato dentro una quercia una
spada magica che soltanto Sigmondo avrebbe potuto estrarre e
adoperare. Morta la madre, i gemelli erano stati divisi,
Siglinda andando sposa al capo della tribù avversa, Hunding,
e Sigmondo andando ramingo per tutta la terra. Ma ecco che
nella casa di Hunding e di Siglinda giunge una sera uno
straniero: malgrado i doveri sacri dell'ospitalità, Hunding
lo avversa. Siglinda se ne innamora profondamente e
riconosce in lui il fratello, che diverrà anche suo sposo e
la rapirà a Hunding. Prima di fuggire, Sigmondo estrae la
spada magica dalla quercia. Gli dei ora si schierano in due
fazioni, a proteggere il duello mortale tra Hunding e
Sigmondo: Wotan vorrebbe proteggere il figlio e manda le
Valchirie a sua difesa, ma la moglie tradita Fricka, che
protegge Hunding, lo persuade a disdire l'ordine. Brunilde
non obbedisce, e in ciò incarna la più alta e pura volontà
di Wotan: cerca di salvare Sigmondo e, non riuscendoci,
rapisce Siglinda, che è incinta (nascerà Sigfrido). Ma la
disobbedienza formale di Brunilde deve essere punita: Wotan,
a malincuore, l'addormenta di un sonno magico e la circonda
di fiamme altissime che soltanto un "puro eroe" potrà
valicare. La vergine dorme e attende. Sigfrido, allevato dal
nano Mime, armato della spada lasciatagli dal padre, parte
per il mondo e giunge alla caverna del drago Fafner (il
gigante omonimo si era trasformato in drago per meglio
custodire l'oro ottenuto da Wotan); qui con la spada uccide
il drago e rapisce, tra l'altro, un anello che s'infila al
dito. Giunge poi al colle della Valchiria, valica le fiamme
e la desta. Questa vicenda è narrata nella terza parte, o
terza giornata, intitolata appunto Sigfrido. La quarta parte
s'intitola Ilcrepuscolodeglidei e rappresenta la quarta e
ultima giornata. Sigfrido e Brunilde, sposi, sono costretti
a separarsi: presso la tribù dei Gibicunghi Sigfrido
incontra Hagen, figlio del nano Alberico, e per un inganno
vi sposa Gutruna, sorella del capo Gunther, il quale si reca
sotto mentite spoglie (quelle appunto del reduce Sigfrido)
presso Brunilde e la fa sua. Le due coppie si affrontano e
Brunilde piange la fede tradita, mentre Sigfrido fugge
inorridito. Nel bosco, sulle rive del Reno, deride la voce
delle figlie del fiume, che gli chiedono in restituzione
l'anello loro rapito; ma Hagen lo sorprende alle spalle e
per invidia lo uccide. La spoglia del "puro eroe" tradito e
travolto dal Male (Hagen) ritorna a Brunilde, che gli erige
una catasta e, salitavi sul suo destriero, vi si lascia
bruciare con lui. Il Reno con le sue onde sale a riprendersi
l'oro dalla mano di Sigfrido morto: l'antico equilibrio
spezzato dalla frode ristabilito, ma gli dei colpevoli di
avervi preso parte sprofondano nelle acque. Grandiosa
visione mitica, il poema rimane come la massima opera epica
moderna dello spirito tedesco.
RICHARD WILHELM WAGNER