Azione tragica in due atti. Prima rappresentazione: Napoli,
Teatro San Carlo, 27 III 1819.
Fra il 1818 ed il 1819 Napoli vide rappresentate ben quattro
opere di Rossini: Adina, Ricciardo e Zoraide, Ermione,
Eduardo e Cristina, più una riduzione di Armida ed alcune
cantate in onore dei Borboni. La storia dell'amore del re
Pirro per Andromaca era già stata soggetto di opere musicali,
fra cui quella di Nicolò Jomelli (1755) e di Antonio Tozzi (Andromaca,
Braunschweig 1765).
Tottola, il librettista di Rossini, si ispirò invece alla
grande tragedia di Racine. Protagonista è la grande passione
d'amore che, respinta, si tramuta in odio e porta
inevitabilmente alla passione ed alla morte. La generale
atmosfera tragica di Ermione, presaga di tinte cupe che
saranno tipiche di tante opere romantiche, rende l'opera di
singolare interesse.
Rossini si discosta qui dai moduli belcantistici, conferendo
maggiore continuità ai nessi tra i vari pezzi chiusi, come
accade ad esempio nel secondo duetto fra Ermione e Oreste ("Che
feci? Dove son") o nella grande scena finale di Ermione.
Fondamentale è anche la funzione del coro, che diviene parte
integrante dell'architettura drammatica. Alcuni interventi
di personaggi minori, di solito marginali nell'economia
generale dell'opera, inoltre, sono decisivi; l'annuncio
dell'arrivo di Oreste è uno di questi. Ermione è grande
protagonista già dal finale del primo atto, ma è nel secondo
che decisamente sovrasta gli altri personaggi. In una grande
scena ha modo di esprimere un ventaglio di emozioni che
vanno dalla ferocia all'amore più tenero ("Dì che vedesti
piangere"). La scena è costituita da un'aria in quattro
sezioni, intercalate da recitativi. Isabella Colbran, a quel
tempo protagonista assoluta delle scene
napoletane, ebbe modo di evidenziare il pathos che era
riconosciuto come il suo punto di forza. Accanto a lei
furono Andrea Nozzari come Pirro e Giovanni David come
Oreste, oltre a Rosmunda Pisaroni nell'importante ruolo di
Andromaca, tutti cantanti di chiarissima fama. In Ermione
Rossini indusse altri
elementi che svilupperà più tardi nel periodo parigino: il
finale tragico al posto di quello lieto, l'uso frequente del
declamato e la sostituzione quasi abituale delle arie
tripartite con quelle bipartite. La prima rappresentazione
fu un clamoroso fiasco e l'opera finì completamente
dimenticata dopo le recite napoletane, anche perché Rossini
non la riadattò al gusto francese per il grand-opéra, come
fece invece per Mosè in Egitto e Maometto II. Fu ripresa
solo in tempi moderni, al Rossini Opera Festival di Pesaro
(1987).
LA TRAMA
A Buthrote, capitale del regno di Epiro. Dopo aver sconfitto
i Troiani, il re Pirro, figlio di Achille, è ritornato in
patria con numerosi prigionieri tra i quali vi è Andromaca
con il figlioletto Astianatte. Egli non tiene fede alla
promessa fatta ad Ermione, poiché ama Andromaca, che
tuttavia lo respinge, fedele alla memoria di Ettore. Oreste,
che è stato inviato a Buthrote dai re greci per risvegliare
in Pirro il senso del dovere ed il desiderio di gloria,
dichiara il suo amore ad Ermione che, tormentata dalla
gelosia, sta cercando di riconquistare il cuore di Pirro.
Questi non solo respinge il suggerimento di Oreste di
sopprimere Astianatte, per evitare la futura immancabile
vendetta, ma, alla presenza della corte e di Ermione, chiede
ad Andromaca di sposarlo. Ella finge di acconsentire alle
nozze, ma in realtà vuole solo salvare il figlio (e medita
anche di uccidersi, per raggiungere l'amato sposo
nell'oltretomba). L'umiliata Ermione, resa folle dalla
passione, chiede ad Oreste, quale testimonianza d'amore, di
uccidere Pirro. Quando Oreste le presenta il pugnale
insanguinato, prova che la vendetta da lei richiesta è stata
eseguita ella presa da orrore per l'omicida, gli svela tutto
l'amore che prova ancora per Pirro. Oreste, sconvolto e
delirante, è trascinato via dai suoi compagni verso la nave.
Gioacchino Rossini