Il flauto
magico fu un lavoro interamente e consapevolmente di
collaborazione.

Il flauto magico deriva da molte fonti. La più antica e più
fondamentale fu una novella intitolata Sethos: Histoiere ou
vie tiré des monuments, anecdotes de l'ancien Egypte,
pubblicata nel 1731 e presto tradotta in tedesco ed in
inglese, che pretendeva essere l'opera di un greco antico,
ma il cui vero autore, l'abate Jean Terrasson, non rimase a
lungo ignoto. Sethos tratta delle cerimonie di iniziazione e
dei misteri dell'antico Egitto. Le sue idee, compresa quella
del sole quale simbolo della religione illuminista e le
caverne sotterranee quali simboli degli oscuri sentieri
della vita, furono prontamente accettate dalla massoneria
del XVIII sec.; come pure la concezione della scienza (particolarmente
lo studio dei metalli e della medicina) quale libera
manifestazione. Non tutti questi punti sono pertinenti al
Flauto magico, naturalmente; ma lo sono ai sistemi di studio
ed alla concezione del mondo accettate dall'opera:
essenzialmente la filosofia della massoneria dell'Europa
centrale.
Mozart era massone dal 1784; e lo era anche Schikaneder (così
pure, fra l'altro, Giesecke). Sembra evidente che Il flauto
magico fu specificatamente progettato come opera massonica,
con l'allusione ai riti massonici. Il più palese tra questi
simboli sono i tre accordi, tre volte ripetuti, che aprono
l'opera che rincorrono, un po' modificati, nelle scene
rituali del secondo atto. Il numero tre ha uno speciale
significato massonico: per questo le tre damigelle, i tre
geni, e (nel cast originario) i tre schiavi e i tre
sacerdoti; o ancora i tre templi e i tre bemolle
nell'armatura in chiave di mi bemolle maggiore, la tonalità
nella quale l'opera è ambientata (come molta altra musica
con significati massonici).
Questi sono soltanto i punti più ovvi; esegeti dell'opera
parlano del significato simbolico, per esempio, del serpente
nella scena iniziale, del lucchetto con il quale le
damigelle chiudono la bocca ciarliera di Papageno, del
ritratto di Pamina con cui la Regina della Notte desta
l'amore di Tamino per lei, del flauto magico e del magico
carrilon: tutti ciò, oltre ai simboli fondamentali di
maschio e femmina, fuoco ed acqua, buio (notte) e sole e
luce (giorno). Ma Il flauto magico non era un'opera mistica,
recondita, scritta per una ristretta cerchia di iniziati.
Era scritta per piacere ad un pubblico il più vasto
possibile, attingeva alle tradizioni del teatro popolare
viennese, specialmente nelle scene per Papageno, con il loro
tipo di amore semplice ed un po' buffonesco. Ed alcuni
particolari della trama si ritrovano anche in brani di data
anteriore che Schikaneder avrà senz'altro conosciuto.
Strettamente legata a questa tradizione era quella della
Zauberoper, o "opera magica". Quando Schikaneder aveva
aperto il teatro nel 1789, l'aveva fatto con un'opera
intitolata Oberon (con lo stesso intreccio che Weber avrebbe
successivamente usato per la sua opera omonima); il
libretto, al quale collaborò anche Giesecke, deriva da un
racconto di
Wieland, desunto a sua volta da un'antologia di favole
orientali intitolata Dschinnistan e pubblicata verso la fine
degli anni '80. La musica era di Paul Wranitzky. Benedikt
Schack, il Tamino di Mozart, fu il principale compositore di
un'altra opera, Der Stein der Weisen (La pietra dei saggi),
rappresentata nel 1790 e tratta da Dschinnistan.
Una delle storie contenute in Dschinnistan si intitolava
Lulu, oder Die Zauberflote (Lulu, ovvero il flauto magico).
Nella versione di Liebeskind, essa racconta di un principe,
Lulu, che una buona fata manda a liberare sua figlia Sidi,
prigioniera di un mago cattivo, Dilsengbuin, ed allo scopo
viene provvisto di un flauto magico. Dopo varie peripezie,
compresa una scena in cui egli suonava il flauto e gli
animali del bosco danzavano, compreso naturalmente lo
sbocciare dall'amore tra Lulu e Sidi, egli riesce nel suo
intento.
È facile vedere come Schikaneder abbia trasportato l'inizio
di questa favola nel suo Flauto magico: la Regina manda
Tamino a liberare Pamina dalla prigionia di Sarastro.
Essendo chiaro, prima ancora della fine del primo atto, che
le cose sono ben più complicate - che la Regina cioè è
perfida ed intrigante, e che Sarastro è una potenza verso la
saggezza, molti esegeti sono stati indotti a credere che
Mozart e Schikaneder cambiarono le loro idee quando l'opera
era già parzialmente scritta. Quale conferma a tale ipotesi
viene citato il fatto che, avendo Mozart visto durante
l'estate nel rivale Teatro di Leopoldstadt un Singspiel
intitolato Die Zauberzither, oder Kasparder der fagottist
(La cetra magica, ovvero Kaspar il fagottista, di Wenzel
Muller), che aveva una trama simile, sia lui che Schikaneder
non volevano essere accusati di plagio. Certamente, poi, nel
Flauto magico vi sono talvolta incongruenze (almeno
superficialmente), come per esempio il fatto che Sarastro
tenga al suo servizio un uomo così malvagio come Monostato,
e che i poteri magici della Regina vengano usati per fini
contrari alla sua volontà. Ma di fatto non c'è ragione di
credere che sia avvenuto un tale rimaneggiamento. È chiaro
fin dall'inizio, se si comprende la simbolistica dell'opera,
che la Regina della Notte è una figura delle tenebre e che i
motivi delle sue damigelle non sono tra i più puri; e con
una più approfondita conoscenza dell'opera, in termini di
tradizione teatrale e specialmente in termini di significato
simbolico e massonico, le apparenti incongruenze scompaiono.
E se l'opera viene vista nel senso più lato, come
un'allegoria sulla natura umana, le apparenti contraddizioni
sono rappresentative per la diversità delle forze racchiuse
in ognuno di noi. Fin dove, ci si può domandare,
Mozart e Schikaneder intendevano Il flauto magico in tali
termini? Forse dobbiamo prestare loro maggior fede di quanto
talvolta sia permesso, poiché essi ed altri nella cerchia in
cui essi agivano - scienziati, intellettuali, gente di
spirito liberale - avevano grande interesse per gli antichi
misteri, per la cosmologia, per i sistemi di studio del loro
tempo: e il testo del Flauto magico e così pieno di
allusioni a tali materie e di simboli ad esse associati, che
è assurdo immaginare che essi vi si trovino per caso.
L'opera intendeva divertire; ma aveva anche un profondo
scopo morale, quello cioè di migliorare, di ispirare, di
illuminarci con la luce Sarastro. È probabile che proprio
questo sia la "silenziosa approvazione" che Mozart poneva
sopra ogni cosa.
Atto I
L'azione si svolge nell'antico Egitto, trasfigurato in una
dimensione fantastica e fiabesca.
Il principe Tamino sta fuggendo da un serpente e gli vengono
incontro le tre dame della regina della notte per aiutarlo.
Le dame lo presentano alla regina della notte,
Astrifiammante, che lamenta il dolore per la scomparsa della
figlia Pamina, rapita dal malvagio Sarastro. Tamino,
affascinato da un ritratto della giovane, decide di andare
con l'uccellatore Papageno a salvare la principessa. Le Dame
consegnano a Tamino un flauto magico e un glockenspiel
fatato a Papageno. Tamino e Papageno si incamminano verso il
Tempio di Sarastro, sotto la guida di tre ragazzi. Papageno
giunge per primo al tempio e penetra persino nella stanza
dove il perfido moro Monostatos tiene imprigionata Pamina.
Papageno e Pamina, scacciando Monostatos, tentano la fuga.
Tamino frattanto giunge di fronte a tre Templi (Natura,
Ragione e Saggezza) e si confronta con un sacerdote che,
oltre a smontare l'immagine di un Sarastro cattivo, pone
domande a Tamino sul suo essere uomo. Tamino, sconcertato e
disorientato, suona il flauto magico nella speranza di far
comparire Pamina, invano. Trascinato da Monostatos, viene
successivamente condotto al cospetto di Sarastro (alla
presenza anche di Pamina), che lo libera e gli dice che, se
vorrà entrare nel suo regno con Papageno, dovrà purificarsi.
Tamino e Pamina si riconoscono e si amano da subito.
Atto II
Sarastro invoca Iside ed Osiride affinché aiutino
spiritualmente Papageno e Tamino, che quindi iniziano la
prima prova: dovranno stare in silenzio, qualunque cosa
accada. Monostatos si avvicina furtivamente a Pamina
addormentata: vorrebbe baciarla, ma è cacciato da
Astrifiammante che, porgendo un pugnale alla figlia, le
ordina di vendicarla uccidendo Sarastro. Monostatos, non
visto, ha ascoltato tutto e minaccia di rivelare l’intrigo
se Pamina non l’amerà. Sopraggiunge Sarastro: dopo aver
scacciato Monostatos si rivolge paternamente a Pamina e le
spiega che solo l’amore, non la vendetta, conduce alla
felicità. Pamina cerca di parlare a Tamino, ma il giovane -
essendo ancora sottoposto alla prova del silenzio - non può.
Lei crede che non l'ami più, come le ha suggerito Monostatos,
ora diventato alleato di Astrifiammante e forse innamorato
di lei, e, colta dal dolore, medita il suicido, ma viene
fermata da tre ragazzi che l'informano dello scopo della
prova. Durante questa prova, Papageno parla con una vecchina,
che, poco più tardi, si rivelerà essere Papagena, una donna
simile a lui, di cui si innamora. Tamino e Pamina superano
le due successive prove: l'attraversamento dell'acqua e del
fuoco. Ma subito dopo arrivano Astrifiammante, Monostatos e
le tre dame per sconfiggere Sarastro. Un terremoto li fa
inabissare, e così si celebra la vittoria del bene sul male.
Pamina e Tamino vengono accolti nel regno solare di Sarastro.
WOLFGANG AMADEUS MOZART