RIMSKIJ-KORSAKOV
NICOLAJ
I tempi erano molto cambiati nella Pietroburgo di quegli
anni, soprattutto dopo la sconfitta subita dalla Russia da
parte del Giappone e dopo la rivoluzione del 1905, repressa
dal potere nel sangue. Sono tempi difficili per Rimskij,
sospettato dalla polizia zarista di collaborazionismo
rivoluzionario.
Puskin aveva scritto la fiaba in versi Il gallo d'oro nel
1834, per criticare l'indolenza degli zar di allora, ma la
parodia è efficace anche nel 1906. La fiaba del tirannico
zar Dodon, che pretende di regnare dormendo, diviene molto
allusiva: il paese era appena andato incontro alla
distruzione della flotta e dell'esercito durante la guerra
russo-giapponese.
La rappresentazione dell'opera sollevò un clamoroso caso di
censura: gli addetti volevano far tagliare numerose parti,
ma l'autore si oppose e fece preparare una traduzione
francese per far eseguire l'opera a Parigi. Non tutto venne
appianato e Il gallo d'oro divenne, prima ancora di essere
eseguita, un simbolo della rivolta antizarista. Rimskij,
innervositosi per le incertezze e l'atmosfera minacciosa, fu
colpito da un attacco di angina pectoris, dal quale morì
senza veder rappresentata la sua ultima fatica operistica:
un’inquietante fiaba malefica. Il gallo d'oro è dunque una
satira politica del regime autocratico, svolta con sottile
demonismo burlesco: il feticcio iettatorio e vendicativo del
galletto crea infatti un clima infido, molto distante dal
mondo dei balocchi infantili tipico dello Zar Saltan,
precedente fiaba puskiniana. La ferocia della satira è resa
acuminata dalla musica sottoposta a questa rissosa
schermaglia fra marionette crudeli. In piena polemica
antisentimentale, questi personaggi stilizzati cantano con
forte tecnicismo strumentale: la freddezza del canto si
coglie in quella bambola meccanica che è la regina di
Cemachan, il cui orientalismo astratto esprime mirabilmente
gli aspetti seducenti della malvagità femminile. Il
libretto, di asciutto rigore ritmico, viene sorretto da uno
stile musicale altrettanto pungente; l'orchestra è capace di
durezze ben poco fiabesche, che già annunciano l'avvento dei
grandi allievi di Rimskij destinati a maggior gloria:
Stravinskij e Prokofiev. Il gallo d'oro è pertanto opera di
transizione fra il vecchio ed il nuovo, nonché punto di
arrivo in termini di modernità per un autore che si dimostra
conservatore a parole ed innovatore nella pratica.
PROLOGO
Un astrologo ammonisce gli spettatori di fare attenzione al
senso della fiaba, inventata ma istruttiva.
ATTO I
Nel palazzo dello zar Dodon è riunito il consiglio. Lo zar
si lamenta: sogna solo di dormire, ma i nemici minacciano il
suo regno, mentre i suoi figli danno irrealizzabili
suggerimenti militari. Giunge in soccorso l'astrologo, che
consegna allo zar Dodon un uccello meccanico, un
galletto-statua e una sentinella-sveglia che segnala i
pericoli con il suo "chicchirichì".
Dodon si vuole sdebitare: alla prima occasione l'astrologo
gli potrà chiedere tutto quello che desidera. Lo zar si
mette a letto, mentre la nutrice Amelfa gli canta
filastrocche sui
dolciumi. Ma la ninna-nanna è interrotta dall'allarme del
gallo. Lo zar, assonnato, manda i giovani alla guerra e si
rimette a dormire. Ma anche il secondo sonno è interrotto
dal gallo: il nemico sopraggiunge, e questa volta egli
stesso deve andare ad affrontarlo a capo di un esercito di
veterani.
ATTO II
L'armata di vegliardi spaventati descrive gli orrori della
guerra, e Dodon scopre i cadaveri dei figli che si sono
uccisi a vicenda. Da una tenda compare la regina di Cemachan,
una fanciulla di orgogliosa bellezza, che intona un inno al
sole. La regina dichiara di essere venuta a conquistare il
regno di Dodon armata solo del suo fascino. In una scena di
seduzione canora, la regina descrive la sua sensualità, la
sua innocenza, persino la sua nudità. I figli si sono uccisi
per lei, ma Dodon, ormai pazzo d'amore, non se ne cura. Si
dichiara malinconica ed infelice, e Dodon si offre di
consolarla; ella lo trascina in una danza ammiccante e
maliziosa. La regina lo deride, ma si fa portare nel suo
regno.
ATTO III
Nel regno di Dodon c'è apprensione: il popolo osserva con
terrore il galletto immobile. Giunge il corteo degli sposi,
con animali ed umani: vesti sgargianti, selvaggi, nani,
giganti.
Ritorna anche l'astrologo, che chiede allo zar in sposa la
regina, come compenso per il gallo, con insistenza e
malgrado il rifiuto di Dodon, finendo per prendersi un colpo
di scettro in testa che lo fa stramazzare al suolo. Il gallo
si alza in volo e becca la testa dello zar, mentre la regina
scompare. Il popolo è attonito: lo zar è morto e non gli
resta che intonare un canto
di compianto.
EPILOGO
L'astrologo resuscitato spiega: il pubblico non si turbi per
il sangue sparso, solo lui e la regina sono figure vive, gli
altri illusione: fantasmi e povere larve.
Russia