Il successo de La vedova allegra, è certamente da attribuire
anche al fatto che si tratta di una sorta di prodotto
comunitario europeo ante litteram.
Non è soltanto la musica di Franz Lehár - Heinrich Eduard
Jacob, biografo di Johann Strauss, l'ha definita una "vera e
propria musica mattutina, fresca come rugiada" - amabile e
al tempo stesso scintillante d'ironia, a far apparire
l'operetta, dopo più di cent'anni, ancora così frizzante e
recente; in essa aleggia il fantasma dell'operetta
offenbachiana, nella quale "l'assurdità è talmente ovvia che
non sfida mai l'intervento della ragione", come affermava
compiaciuto Karl Kraus.
Questo "allegro fantasma" ha un'origine tutta reale: il
testo di Victor Léon e Leo Stein si basa infatti su una
commedia del librettista di Offenbach, Henri Meilhac:
L'addetto d'ambasciata.
ATTO I
Nell'ambasciata pontevedrina di Parigi si festeggia il
compleanno del sovrano. Il viveur parigino Camille de
Rosillon approfitta del trambusto per dichiarare il suo
amore alla bella moglie dell'ambasciatore, Valencienne, con
un messaggio scritto sul ventaglio. Il marito di Valencienne,
il barone Zeta, è afflitto da altri problemi: lo stato di
Pontevedro – s’intendeva, nel 1905, lo staterello balcanico
del Montenegro, che faceva parlare di sé con scandali di
ogni genere - è travolto da una crisi finanziaria. Zeta
desidera salvare la patria facendo risposare la donna più
ricca del paese, Hanna Glawari, vedova del banchiere di
corte, la quale sta dilapidando a Parigi i 20 milioni
ereditati dal marito. Il barone vuole assolutamente mandare
in moglie la "Vedova allegra" ad un pontevedrino, in modo
che i milioni rimangano in patria; come sposo ha scelto il
conte Danilo Danilowitsch, addetto d'ambasciata e
luogotenente di cavalleria a riposo, che spreca tutto il suo
tempo nei locali notturni. Ma sorge una difficoltà
imprevista: il conte aveva già avuto in passato una profonda
relazione con Hanna nel paese natio; non si erano potuti
sposare, poiché la giovane donna borghese non era
all'altezza della famiglia di lui. Per ripicca Hanna aveva
sposato allora il banchiere, ed il conte vuole ora evitare
ad ogni costo che lo si sospetti di mirare al denaro della
donna. Si dichiara pronto a "togliere di mezzo" i
pretendenti stranieri ed usando alcuni stratagemmi riesce
talmente bene nei suoi propositi da ritrovarsi
improvvisamente a tu per tu con Hanna.
ATTO II
Nel parco della sua residenza cittadina, la sera successiva,
Hanna dà una festa pontevedrina in costume locale, con danze
e canti popolari. Danilo, che non dimentica il malaugurato
ordine di matrimonio, si chiude ai tentativi di
avvicinamento di Hanna, innamorata di nuovo del suo amico di
gioventù. Zeta intanto è venuto a sapere che Camille fa la
corte ad una dama della società pontevedrina; temendo per il
suo progetto incarica Danilo di scoprire se è Hanna la
corteggiata. Danilo incappa così involontariamente in una
serie di tresche in cui sono coinvolte mogli di diplomatici;
i mariti ingannati si uniscono in un canto di lamento. La
crisi di stato, che minaccia ora di degenerare in bancarotta,
passa in secondo piano a causa di una complicazione di
carattere privato: Camille ha dato appuntamento a
Valencienne per un ultimo incontro proprio nello stesso
padiglione in cui vuole appartarsi anche Zeta con il suo
segretario per decifrare l'ultimo telegramma arrivato da
Pontevedro. Spiando attraverso il buco della serratura Zeta
scopre la moglie, ma prima che possa sfondare la porta
Valencienne fugge da un'uscita posteriore. Hanna accorre in
aiuto della donna ed inganna la compagnia rendendo pubblico
il suo fidanzamento con Camille. Danilo si salva da un
improvviso eccesso di gelosia in un'eroica uscita di scena,
ma si tradisce: Hanna esulta ora nella consapevolezza che
anche lui l'ama ancora.
ATTO III
Per far sentire Danilo come fosse a casa sua, Hanna ha
impiantato una filiale di Maxim nel salone del proprio
palazzo. Valencienne, adescatrice dilettante, riesce a
superare in fascino le vere entraineuses: data l'atmosfera,
svanisce anche l'ultima resistenza di Danilo. Nel padiglione
è stato ritrovato un ventaglio su cui spicca la frase "Ti
amo". Zeta lo identifica come di proprietà di sua moglie;
ora gli è chiaro che è lei la sconosciuta amante di Camille
e vuole divorziare. Per amor patrio, chiede subito la mano
di Hanna, la quale però lo delude, dicendo che qualora si
risposasse perderebbe tutto il suo denaro; Danilo esulta: da
"povera" può sposarla. Nemmeno la notizia che il denaro
diverrebbe proprietà del nuovo marito lo scoraggia più. E
Valencienne? Prega l'inquieto marito di leggere almeno la
sua risposta alla corte di Camille. Zeta decifra sul
ventaglio: "sono una donna perbene" e si scusa balbettando
una delle frasi conclusive più frequenti nella letteratura
operistica: "Perdonami, cara, non lo sapevo!".