Liriche del poeta greco Kostis Palamàs (1859-1943).
Numerosi
sono i componimenti poetici di Palamàs, sparsi in raccolte quali I canti della mia
patria, Inno ad Arena, Gli occhi dell'anima, Vita immutabile, Il flauto del re,
I rimpianti della laguna, Versi timidi e crudi, Notti di Fenio per citare solo
le più importanti. L'umanità del poeta è sempre pensosa, il cuore assai
sensibile: "Selvaggio mi percosse quest'anno il rigore del verno, / che senza
fuoco mi colse e senza vigor giovanile,/ e d'ora in ora m'attesi di stramazzare
pesante / sul nevicato sentiero..."(trad. di B. Lavagnini), Un momento felice è
dato da Inverno attico che fa parte della raccolta Vita immutabile:"In mezzo al
cuor dell'inverno eccoli i fiori del mandorlo! / anco del sole s'allieta quel
mese che ha grave corruccio, / alla beltà tutto intorno tessete una lieta
ghirlanda / o nude rupi, o montagne dell'Attica quasi dipinte"(trad. di B. L
avagnini). Nel Flauto del re, il poeta rievoca le glorie e gli avvenimenti
molteplici dell'impero bizantino, sforzandosi di riecheggiare le vicende e le
speranze della sua patria, mentre ripete nel suo subconscio gli echi del lungo
ancestrale servaggio: "O di Smirne, di Gianina e Stambul / orientali lente
cantilene / dal mesto accento. / come da voi tratta è l'anima mia! / È penetrata
della vostra musica, / e sull'ali del vostro ritmo va!" (Anatolia). Solitudine
amara, melanconia, dolcezza di toni: poesia, che nasce dal pensiero più che da
un'intuizione diretta.
La vita immutabile
È la più significativa silloge lirica del poeta neogreco Costis Palamàs
(1859-1943), pubblicata nel 1904. Comprende varie parti, distinte
cronologicamente e diverse d'ispirazione e di tono. Il titolo "Patrie" riunisce
sonetti, talora di composta eleganza, ispirati a luoghi di Grecia, amati
soggiorni del Palamàs: vi trema l'anelito della "Grande Idea", accanto a
intenerite emozioni al pensiero della sua umana realtà, ed è forse nei
ripiegamenti autobiografici l'incisività di tono più preziosa di questi canti.
Idilli di giovinezza, chiarità di natura, ombre di trapassati sopite a lungo
negli abissi del subcosciente, ne affiorano un giorno (gruppo "Il ritorno"), la
memoria le rielabora in canto ("Il morto"). Nel poemetto "La palma", mito
ispirato alla Natura, raccostato alla Sensitiva (v.) di Shelley, il Palamàs,
fingendo d'ascoltare il linguaggio dei fiori, presta alle cose della natura la
sua sensibilità. Le "Cento voci" sono cento brevi frammenti in vario metro e di
notevole agilità ritmica, freddi taluni come mere esercitazioni, altri, invece,
felici "improvvisi"; descrizioni e quadretti leggiadrissimi, ispirati
specialmente dalla natura; oppure ripiegamenti evocativi e meditativi sulla
storia, sull'arte (ideali del classicismo: costanza di "bellezza", dalla Grecia
minoica all'attuale), ricordi letterari della più varia derivazione, e un
frequente allegorizzare e mitizzare l'Armonia, la Bellezza, il Ritmo, l'Arte, il
Pensiero. Non mancano spunti satirici, accenti di dolore, ombre di morte: anche
il ricordo del figlio, cantato già in Tomba, riappare; spesso un impeto di
speranza effuso in ampi periodi ritmici viene troncato bruscamente da negazioni
recise nel verso finale. Alcune di queste composizioni, superficialmente
accostate alle Myricae del Pascoli, divennero popolari. Ispirato alla lettura di
Esiodo, del quale sono risentiti e talora parafrasati alcuni luoghi famosi, è il
poemetto "L'Ascreo", ove riappaiono i toni elegiaci e la fisiolatria
caratteristica del Poeta, ma approfonditi in una concezione più profonda e
complessa: fu ben notata la fondamentale liricità del poemetto, ove nell'Ascreo
si medesima il Palamàs, e l'intimizzarsi d'episodi narrativi a esperienze
psicologiche, talvolta però aduggiate da un simbolismo concettualistico in lui
non insolito. L'educazione classica del poeta, che lo muove spesso a richiami e
a rielaborazioni di miti o di figure letterarie dell'antichità, traspare anche
nell'"Ode di Alceo", libera fantasia sull'episodio della "viltà" del lirico
lesbio, dovuta, secondo il poeta, alla malìa della natura, ai richiami della
vita e dell'amore. In questa raccolta, ben più che le voci, miste e
contraddittorie, di paganesimo e di cristianesimo, o le idee nietzschiane, gli
allegorismi e i toni didascalici e profetici, restano vive e care nella memoria
certe colorite rappresentazioni di favolosi paesi fioriti: giardini e tombe,
contemplazioni e mestizie: nei "Pensieri dell'Aurora", i bambini fra dolci
trastulli sui prati ("di verdi coltri fanno un ampio cielo - prodigio agli
stupiti occhi dei fiori"), seguìti in perse rincorse ("fluttuavano effuse chiome
bionde - come bandiere al campo"); in "Semplice canto", tra i fiori, nuova
Matelda, la Fantasia, madre e sorella dei riposti moti interiori: ogni dolore si
trasfigura, ciò che muore risorse nella "Anàstasis" luminosa. Molte altre
liriche andrebbero ricordate. La Vita immutabile basta, nella sua varia
composizione, a dare un'idea del poeta negli aspetti salienti della sua
ispirazione e della sua arte. Vi è sopra tutto notevole il canto saporoso,
tremante, inconfondibile della lingua poetica, fluida e vibrante sui sapienti
appoggi dei ritmi, illuminata da un'aurea bellezza e ricchezza aggettivale.
Il dodecalogo dello zingaro
Poemetto polimetro in dodici parole, o canti, composto nel 1907 da Kostìs
Palamàs (1859-1943), il maggior poeta della Grecia moderna. Abbiamo qui una
leggenda epico-lirica, intessuta sulla storia degli Zingari, fin dal loro primo
apparire in Tracia, anteriormente alla caduta di Costantinopoli (1453). Gli
Zingari arrivano in vista di Costantinopoli, presentata nel suo mirabile
splendore e nella sua fatale decadenza, e uno di essi, l'Eletto, esalta
liricamente la libera vita della sua stirpe. In mezzo all'incomprensione
generale egli è posseduto dalla febbre di creare, per il trionfo della Bellezza
sulla Necessità. Ma stanco, sfiduciato, chiede invano il segreto e la forza
della vita all'amore e alla fede; e mentre i sapienti, cacciati da
Costantinopoli per l'irrompere delle orde turche, portano la civiltà in
occidente, gettando i semi fecondi del Rinascimento, egli condanna l'errore
comune ai Cristiani e ai politeisti di voler risuscitare la gloria del passato e
rimane in attesa di un'era nuova. Gli Zingari intanto celebrano la pittoresca
festa del 1° maggio e un messo dell'imperatore di Bisanzio, presentatosi
all'accampamento, offre loro di mutar vita e di andare a stabilirsi sulle rovine
dell'antica Sparta; ma lo Zingaro, conscio della missione del suo popolo,
rifiuta per tutti, e la festa riprende sfrenata. Egli entra quindi in
Costantinopoli, mentre i Turchi vittoriosi vi si avvicinano e un profeta predice
alla folla la rovina dell'impero e il trionfo di un futuro ellenismo. Ora
l'Eletto comprende che tutto è vano, anche l'ideale di Patria, e non sa più ove
rivolgersi. Trovato per caso, entro una grotta, il violino di un santo eremita,
si abbandona all'onda del suono; e l'armonia della musica, incompresa ancora
dagli uomini, ma intesa e seguita dai fanciulli, presaghi e araldi
dell'avvenire, vale, incuorandolo, a fargli dimenticare il passato e a spingerlo
verso una nuova vita. Così egli, ridestati dalle lunghe tenebre l'Amore, la
Patria, gli Dei, ritorna in Tracia, ove la Natura lo invita a cantare la verità
e il sorgere di un novello Olimpo, illuminato dalla Scienza. Il poemetto, ricco
di motivi simbolici, si rivolge infine a una donna, immagine, forse, della
Patria, alla quale il poeta confessa la propria sfiducia, giacché non vede come
possa nascere e operare l'Uomo, il Forte, che indirizzi e rigeneri il popolo
suo.
Il flauto del re
Poema epico-lirico del grande poeta neogreco Costis Palamàs (1859-1943),
pubblicato nel 1910. Idealmente vicino al Decalogo dello zingaro e a innumeri canti ispirati dal commosso
amore di grecità. Mentre tutto par morto nella gran patria, i focolari spenti,
estinta la fiamma del lavoro e dell'arte, gelido il cuore dell'uomo, mentre
sulla Terra augusta per memorie d'ineguagliata gloria dilaga lo squallore
dell'inerzia, del servaggio, della menzogna, il poeta s'affida all'epico canto
("Balza, canto d'eroi"), lo immedesima col fuoco rinnovellantesi, vigile fra la
cenere: nel rifiorire del popolo, sogno e realtà saran fatti fratelli dalla
fiamma emersa. La divinazione entusiastica s'appoggia alla sicura fede nel
futuro migliore ("so che verrà"). L'inno eroico, fantasioso e ricco, è qui, per
dodici canti ("Logoi"), una celebrazione dell'Imperatore Basilio II il
Bulgaroctono, la cui figura leggendaria è presente e viva nella fantasia
popolare, oltre che nella storia. L'imaginata scoperta dello scheletro regale,
recante nella sua bocca un magico flauto, e la dissoluzione dello scheletro in
cenere, al tatto, sono la cornice entro cui si snoda il canto misterioso del
flauto, identificato col canto medesimo del poeta. L'epica evocazione s'illumina
d'episodi, s'allarga a descrittivi abbandoni: reviviscenze d'ombre d'imperatori,
di regine, di dignitari, d'esuli, di ribelli, catastrofe militare e massacro dei
Bulgari, rappresentazione, lussureggiante di colorito, degli eserciti cristiani,
ove la fede comune è la preziosa unità del molteplice, celebrazione della terra
ellenica, percorsa in un itinerario ideale dall'Elicona ad Atene, motivi
religiosi del paganesimo tramontato e delle credenze ortodosse, esemplari
idoleggiamenti del prisco e del nuovo ellenismo nei monumenti dell'arte
(Partenone) e nelle nuove forze eroiche che la fede sprigiona, non senza
nostalgie di passato, malinconie di futuro, elementi mitici e "maravigliosi"
ovunque affiorati. Il Palamàs non evita qui, come altrove, ridondanze,
esuberanze, sovrastrutture intellettualistiche, allegoriche e simbolismi; ma
ov'è poeta raggiunge vertici: di là dalla complessità delle antitesi
storico-filosofiche e in genere da ogni motivo concettuale, il suo sano,
caratteristico "tremolo", la pienezza della vena si sentiranno palpitare sia là
dove Atene, adagiata nella luce evocata nelle maraviglie d'arte e natura, emana
appelli di vita, lume di beltà, sia là per esempio, dove Pallade Atena, lungi
dal suo tempio immortale, scacciata dalla Vergine inerme, s'annida in cuore di
tardi fedeli, pronta a balzare in un mondo desideroso della sua bellezza e
sapienza. Furono accennati raffronti e accostamenti fra il Flauto del Re e
gl'Inni Omerici, o la Leggenda dei secoli di Hugo. La sensibilità del Palamàs
per la natura e l'arte di Grecia ci riporta piuttosto a ideali del classicismo
winkelmanniano, ci rammenta persino la Preghiera sull'Acropoli di Renan e gli
innumeri idoleggiamenti internazionali d'una vita ellenica "tutta di fiori", di
culti "tutti di gioia", formidabili abbagli, e fonti spesso d'una retorica bolsa
e stucchevole. Contatti col D'Annunzio andrebbero pure cercati. Insieme col
Flauto del Re, il Palamàs pubblicò una Trilogia eroica, frutto di analoghe
commozioni ideali. In essa è notevole un'intensa rievocazione della tragedia
eschilea, la cui voce torna a cantare (1903, rappresentazione dell'Orestea)
sulle scene di Grecia: d'una Grecia vista, nel desiderio, nuovamente regina
d'arte e di vita.
Giambi e anapesti
Raccolta lirica, pubblicata nel 1897, di Kostis Palamàs (1859-1943), il più
grande e rappresentativo lirico della Grecia moderna. Composta di liriche in
genere di breve respiro, umili o solenni, sentenziose o amorose, ha
un'importanza particolare, in quanto contiene in germe tutta la produzione
futura del poeta e, a giudizio di alcuni critici, ne costituisce il capolavoro,
nonostante il diffuso e non sempre facile simbolismo. Infatti la raccolta
presenta già poeticamente fusi i vari elementi che formano il mondo lirico del
Palamàs, dal patetico al familiare, dal filosofico al leggendario e matura
l'arte delicata e concisa, vigorosa e soggettiva, costantemente consapevole dei
suoi fini e dei suoi limiti: liriche come "Amore e poesia", "Le lettere d'amore
di mio padre", "Il Partenone e il Sole", "Antiope", lasciano una traccia
duratura nel lettore, che sappia, sotto il velo dell'allegoria o nell'accenno di
un motivo, cogliere e risentire la personalità del cantore e lo spirito
universale della sua umanità. Affine alla complessa anima del Pascoli e a lui
vicinissimo per le vicende esterne della vita, il Palamàs ha lottato e sofferto
per lunghi anni, raggiungendo la fama dopo amarezze e sacrifici durissimi. Di
qui la potente umanità e l'irrequietezza creatrice del suo spirito, pronto alla
contemplazione come all'analisi, e il carattere ascetico della sua poesia.
La morte del pallicari
Racconto di Kostis Palamas (1859-1943), pubblicato nel 1901. Mitros il
Rumeliota, un pescatore venticinquenne, che la gente ama e ammira come un vero
pallicàri (questo vocabolo significava in origine press'a poco "eroe nazionale",
e oggi per estensione si dice in Grecia di ogni uomo bello, vigoroso e pieno di
coraggio) durante la notte del Venerdì Santo inciampa e si spezza una gamba. I
suoi tre amici inseparabili e la madre chiamano subito il medico, il quale fa
sin dal principio una diagnosi pessimista, poiché la frattura è avvenuta proprio
nel mezzo del ginocchio; tuttavia provvede a "steccargli" immediatamente l'arto,
rendendoglielo immobile; quindi raccomanda calma e pazienza. Mitros è disposto a
sopportare ogni cosa pur di non rimanere storpio, poiché senza capirlo bene,
egli "adora un solo Dio; la Bellezza, la Santa Bellezza del vigore e della
salute, che ha per tempio il corpo... Per un pallicàri come il figlio della
Dimena, la bruttezza è disonore". Egli trascorre pazientemente in letto, nella
più assoluta immobilità, tre lunghi mesi, ma al termine di questi tre mesi,
quando per la prima volta scende dal letto e pone i piedi in terra, si accorge
che zoppica: allora si abbatte pesantemente al suolo, fra le lacrime disperate
della madre, la quale capisce che così sciancato il figlio preferirà la morte
alla vita. Incomincia il calvario della povera madre e degli amici, i quali,
sfiduciati della scienza ufficiale, s'impelagano fra empirici, fattucchiere,
stregoni di ogni genere e fatta, i quali sottopongono il giovane a riti e
scongiuri, con la conseguenza che l'arto peggiora, s'infiamma e alla fine
s'incancrenisce. Ricompare allora il vero medico, il quale avverte la madre che
se la gamba del figlio non sarà subito amputata egli morirà in pochi giorni. Ma
la madre e gli amici sanno che Mitros non si rassegnerà mai a vivere sfigurato,
mai oserà presentarsi con le stampelle alla Frosìni, la sua fidanzata, e fanno
perciò un ultimo tentativo mandando a Epacto a consultare un celebre
incantadiavoli. Ma anche questi toglie loro ogni speranza. "Il Destino lo ha
nella lista, e non c'è coltello che lo tagli. Lo hanno mangiato le magie
dell'amore: malefici spettri lo hanno percosso". La madre si convince che
autrice del sortilegio devono essere la Morfo, una ragazza che Mitros ha
ripudiata, e sua madre, una vecchia strega abilissima in ogni specie di
malefizio. Quando Mitros comprende che sta per morire, chiede alla povera madre,
fatta muta dal dolore, uno specchio per farsi bello per l'ultima volta ed esige
che si spalanchi la porta e che con il sole e la brezza marina entri tutta la
gente del villaggio a unirsi alla madre nella lamentazione funebre. La Morte del
pallicàri potrebbe definirsi un poema in prosa, per la finezza di emozioni, per
la potenza d'immagini, e per lo stile stupendamente netto e plastico. Il
romanziere-poeta vi ha espresso la sua religione per la Bellezza; la Bellezza
non soltanto ideale e filosofica, ma quella tangibile del corpo e delle membra
armoniose e sane. Trad. di Paolo Lecaldano nei Nn. 50-55 della rivista "Tempo"
(Milano, 1940).
Rimpianti della laguna
Raccolta del poeta neogreco Kostís Palamàs (1859-1943), pubblicata ad Atene nel
1912 e, in seconda edizione, ivi nel 1925. Si compone di due parti: "Rimpianti",
che comprende quarantadue liriche, e "Esercizi satirici", divisi in due serie
che ne contengono rispettivamente venti e ventiquattro. P. in questa raccolta
torna nostalgicamente agli anni e ai sogni dell'adolescenza, trascorsa a
Missolungi sulle rive della laguna, grigia ma piena di fascino. Le passate
afflizioni d'amore, i ricordi di una vita felice travolta dal tempo, gli echi e
le immagini che continuano a tormentare l'anima sensibile del poeta, sono i temi
principali di queste poesie, tra le quali meritano particolare menzione "
Anatolia" e "Una pena". Nei versi iniziali di quest'ultima lirica, P.
raggiunge uno dei suoi risultati più alti e più commossi: "Gli anni miei primi
inobliati io vissi / presso la riva / presso quel mare dal basso fondo e così
tranquillo / mare disteso e vasto". Trad. parziale di V. Biagi in Poesie scelte,
Pisa, 1934.