Poema in versi
esametri del filosofo greco Parmenide di Elea (c. 520-440
a.C.), giuntoci frammentario.
L'autore immagina di essere trasportato da ardite puledre
nella reggia della Dea, che gli indica le due strade nelle
quali può incamminarsi il pensiero: quella della verità
realtà e quella dell'errore-illusione: "Là, dove il cuor mio
bramava, mi trasser le ardite polledre, / poichè mi addusser
le dee allor sulla via gloriosa / che per ogni regione al
sapiente è sicuro cammino. / ... / Là delle vie della Notte
e del Giorno si schiude la porta. / ... rinchiuse da saldi
battenti, / le cui chiavi ha Giustizia, la vindice dea delle
colpe. / ... benignamente la dea mi accolse" (trad. di E.
Bignone). La prima è la via della ragione, la seconda quella
del senso; la prima quella dell'Essere, la seconda del Non
Essere. Solo l'Essere, uno e immobile, è reale e vero; il
Non Essere (il nostro mondo fisico) non è reale ed è fonte
di illusione e di errore. Del resto sono due i modi di
filosofare: la via della certezza, cui si accompagna la
verità, e la via dell'opinione, cui si accompagna l'errore.
Per questo motivo il poema di Parmenide si divide in due
parti: della verità e dell'opimone. La dottrina metafisica
che ne deriva, si riduce a due tesi: irreale è il molteplice,
perciò l'essere è uno; irreale è il divenire, perciò
l'essere è immutabile. Inoltre l'essere è, mentre il non
essere non è. La pensabilità di una cosa implica l'esistenza
di questa: "Lo stesso è l'essere come il pensare". Cartesio
e i razionalisti moderni non si discosteranno molto dalla
concezione filosofica di Parmenide. La lingua è quella
omerica.
L'essere tra analisi
linguistica e metafisica
Le facce della luna
La follia del divenire