Pubblicato nel
1950
E'
l'ultimo romanzo dello scrittore e in certo qual modo
sintesi della sua esperienza. La vicenda si svolge a Santo
Stefano Belbo, il paese delle Langhe in cui nacque Pavese;
qui ritorna, dopo aver fatto fortuna in America, un
emigrato, alla ricerca dei luoghi e dei ricordi della sua
infanzia. Lo chiamavano, allora, Anguilla, e non aveva
famiglia: viveva quindi in casa di miseri contadini, che
ricevevano per lui un sussidio dall'ospedale della città.
Più tardi, dopo aver lavorato in una cascina, era andato
soldato, quindi era partito. Ma ora rivede le colline, i
noccioli, i campi conosciuti. Si fatto un nome, i paesani lo
invitano e gli fanno conoscere le figlie, sperando che metta
casa in paese; ma la persona cui è più legato è Nuto, il
compagno delle sue scorribande di un tempo, che suonava il
clarino alle feste e girava i paesi, e che per primo gli
aveva fatto capire che il mondo non finiva allo sbocco della
valle. Ora Nuto si è sposato, fa il falegname, ha anche dei
lavoranti e spesso accompagna il vecchio amico per i campi e
le cascine: per bocca sua il protagonista viene a conoscere
la storia di tutta la gente a lui nota, del Padrino, delle
sorellastre, delle ragazze della Mora, Silvia, Irene e
Santina. Ora là dove Anguilla è vissuto coi genitori
adottivi, vive un contadino, Valino, con due donne e il
ragazzo Cinto, ed è ancora la stessa vita di nera miseria:
così Anguilla fa amicizia con Cinto, e quando Valino,
oppresso dalla miseria e dalla disperazione, in un impeto di
follia massacra le donne, dà fuoco alla casa e s'impicca,
prende con Nuto il ragazzo sotto la sua protezione; poi
parte, per riprendere la sua vita di uomo senza radici,
incapace di identificarsi totalmente con i luoghi della sua
origine, cui pure lo lega costantemente la "memoria del
cuore". E' un libro tutto basato sulla realtà quotidiana,
filtrata attraverso il ricordo, sui "dati sicuri
dell'esperienza, della memoria e del cuore" che alimentano
la vita morale di Pavese; infatti quella di Santo Stefano
Belbo è "una realtà tendente a configurarsi simbolicamente e
allegoricamente come esperienza interiore" (un'esperienza di
dubbio, raffigurata nel contrasto tra Nuto che rimane e
Anguilla che riparte), "presagio della tragica diserzione
dello scrittore"; realtà simbolica, "origine e mito", con i
quali Pavese si confronta, con un realismo che non è ricerca
del documento, nè riproduzione della realtà, ma un
"ripensare avvenimenti" e dati reali e vicende a un tempo
come realtà e come simbolo (G. Grana).
CESARE PAVESE