PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Augustin Cochin - Lo spirito del giacobinismo.
Le società di pensiero e la democrazia: una interpretazione sociologica della Rivoluzione francese.


Cattolico e conservatore, "Augustin Cochin" ha dedicato la sua breve vita (1876-1916) a studiare la Rivoluzione francese, dominato dal proposito di spiegare perché la Francia alla fine del XVIII secolo si fosse bruscamente allontanata dalla propria storia secolare e avesse in tal modo divorziato da se stessa. Ma mentre altri storici conservatori si sono ostinati a vedere nella Rivoluzione il risultato della follia umana o di un complotto massonico, Cochin è giunto alla conclusione che gli eventi dal 1789 in poi furono lo sbocco inevitabile di un comportamento sociale affermatosi in quelle "società di pensiero" che si costituirono nel paese verso la metà del secolo sull'onda dell'Illuminismo trionfante.

Come osserva Sergio Romano nella nota introduttiva al volume, dopo la crisi delle ideologie e la sconfitta della "ragione rivoluzionaria" è oggi possibile prescindere dalle passioni di parte e riconsiderare la Rivoluzione francese con maggior distacco ed equità.

E' quanto aveva già fatto Augustin Cochin in questo libro scritto tra il 1904 e il 1912. Cochin spiega come sia stato possibile che la Francia del XVIII secolo si sia bruscamente allontanata dalla propria storia secolare, vedendo nella nascita dell'homo ideologicus la diretta conseguenza dello sviluppo del pensiero illuminista: in nome della Libertà, la Rivoluzione preparò la soppressione delle singole libertà dei cittadini.

Augustine Cochin
I filosofi
tratto da: Augustine COCHIN, Lo spirito del giacobinismo (introduzione di Sergio Romano), Bompiani, Milano 2001, p. 41-44.

Vorrei parlarvi dei ‘philosophes’ del Settecento, ma della loro filosofia e non, come forse vi aspettate, delle loro cene, delle loro battute, delle loro belle donne, delle loro baruffe e dei loro successi. E’ un compito ingrato, davvero, perchè tutto il fascino e l’interesse, stavo per dire il lato serio del mio tema, sta nei suoi accessori. Dove sarebbero la metafisica di Voltaire senza le sue malignità, la fama di tanti pensatori senza alcune lettere femminili, le edizioni dell’«Enciclopedia» senza le rilegature? Ma lasciamo pure le rilegature, il loro grazioso dorso bruno e oro, e parliamo del libro, che non avete mai aperto, e dopo tutto, grazie a Dio, non serve, lo conoscete già. Tutto è mutato in centocinquant’anni, tranne la filosofia, che ha cambiato solo di nome - oggi diciamo libero pensiero - e varia da un uomo a un’altro altrettanto poco che da un’epoca all’altra. Diderot conversatore e letterato ha certo una fisionomia e una piacevolezza proprie. Diderot ‘philosophe’ è identico a tutti i suoi "fratelli" e ve lo risparmio.

Ma se descrivere è superfluo, spiegare è molto difficile. Che cos’è la filosofia? Una setta, si dice di solito: e in effetti, le apparenze sono proprio queste.

L’ortodossia, in primo luogo: «La ragione», scrive Diderot nell’«Enciclopedia», «è in rapporto al filosofo ciò che la grazia è in rapporto al cristiano». E’ il principio dei nostri liberi pensatori: «Noi abbiamo fede nella ragione». Così ciò che si chiede ai fratelli è più credere che servire la ragione. Secondo questo culto, non diversamente dagli altri, è sempre la buona volontà che salva. «Ci sono filosofi», dice Voltaire, «fin nelle botteghe», frase che corrisponde alla nostra «fede del carbonaio» (1). E d’Alambert scrive a Federico II nel 1776: «Riempiamo i posti vacanti all’Accademia di Francia come possiamo, al modo del banchetto evangelico del buon padre di famiglia, con gli storpi e gli zoppi della letteratura». Uno spirito zoppicante sarà dunque ammesso, se è buon filosofo, mentre un altro verrà escluso anche se sta ritto, ma in modo indipendente. Il partito preso è netto e incoraggia un quietismo della ragione che è anche più nocivo all’intelligenza di quanto non lo sia alla volontà il quietismo della fede. Niente danneggia più il progresso della ragione quanto il suo culto: non ci si serve più di ciò che si adora.

Esigente in fatto di ortodossia, la filosofia non lo è da meno in fatto di disciplina. Voltaire non si stanca di predicare l’unità ai fratelli: «Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morirei contento», scrive a d’Alambert, e ancora, nel 1758: «Riunitevi e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!» Questi voti del patriarca saranno esauditi e superati a partire dal 1770: la repubblica delle lettere è fondata, organizzata, armata, e intimidisce la corte. Ha i suoi legislatori, l’«Enciclopedia»; il suo parlamento, due o tre salotti; la sua tribuna, l’Accademia di Francia, dove Ducos ha fatto entrare e d’Alambert ha fatto regnare la filosofia, dopo quindici anni di lotta perseverante e di politica accorta. Soprattutto, in tutte le province, ha le sue colonie e le botteghe. Accademie nelle grandi città, dove, come a palazzo Mazzarino, ‘philosophes’ e indipendenti si scontrano, questi ultimi regolarmente battuti; società letterarie, sale di lettura, nelle città più piccole; e da un lato all’altro di questa grande rete di società, è un perpetuo andirivieni di corrispondenze, di indirizzi, voti, mozioni, un immenso concerto di parole, di una stupefacente armonia; non una nota discordante: l’esercito dei ‘philosophes’ disseminato su tutto il paese, dove ogni città ha la sua guarnigione di pensatori, il suo "foyer de lumières", si addestra dappertutto, con lo stesso spirito, con gli stessi metodi, allo stesso lavoro verbale di discussioni platoniche. Di tanto in tanto, al segnale che viene da Parigi, ci si raccoglie per le grandi manovre, gli "affaires", come già si dice, incidenti giudiziari e politici. Ci si coalizza contro il clero, contro la corte, a volte contro un singolo imprudente, Palissot o Pompignan, o Linguet, che ha creduto di prendersela con un gruppo qualsiasi e con stupore vede improvvisamente levarsi in volo, da Marsiglia ad Arras, da Rennes a Nancy, tutto intero lo sciame dei ‘philosophes’.

Giacchè un’altra pratica caratteristica delle sette è quella di perseguitare. Prima del Terrore sanguinoso del 1793 ci fu, dal 1765 al 1780, nella repubblica delle lettere, un Terrore incruento, di cui l’«Enciclopedia» fu il Comitato di salute pubblica e d’Alambert il Robespierre. La prima falcia le reputazioni come il secondo le teste; la sua ghigliottina è la diffamazione, l’infamia, come si diceva allora: il termine lanciato da Voltaire si usa nel 1775, nelle società di provincia, con precisione giuridica. "Segnare d’infamia" è un’operazione ben definita, che comporta tutta una procedura: inchiesta, dibattimento, sentenza, fino all’esecuzione, cioè alla condanna pubblica al disprezzo, un altro di questi termini del diritto folosofico, di cui non riusciamo più a valutare la portata. E le teste cadono in gran numero: Frèron, Pompignan, Palissot, Gilbert, Linguet, l’abate di Voisenon, l’abate Barthélemy, Chabanon, Dorat, Sedaine, il presidente de Brosses, lo stesso Rousseau, per non citare che gli uomini di lettere, giacché il massacro nel mondo politico fu molto più vasto.

Quella che così si palesa è l’immagine esteriore di una setta vigorosa e armata quanto basta per intimorire il nemico e imporsi alla curiosità dei passanti. Perchè dietro mura così grandi, ci si attende di trovare una grande città, o una bella cattedrale. Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima.

Ma ecco, stupore, qui e soltanto qui rimaniamo delusi. Questo potente apparato di difesa non difende nulla, nulla tranne vuoto e negazioni. Non c’è niente, là dietro, da amare, niente a cui attaccarsi e appassionarsi. Questa ragione dogmatica è soltanto la negazione di qualsiasi fede, questa libertà tirannica la negazione di qualsiasi regola. Non voglio insistere su un rimprovero che è stato rivolto tanto di frequente ai ‘philosophes’: sono loro che confessano e glorificano il nichilismo del loro ideale.

La cosa curiosa, in effetti, è che questi due aspetti contraddittori vengono ammessi sia dai ‘philosophes’ che dai profani. Quel che si discute è il giudizio, non il fatto. «Noi siamo lo spirito umano, la ragione in quanto tale», proclamano i primi e, in nome di questa ragione, dogmatizzano e scomunicano: e tutto ciò lo chiamano liberazione. «Voi siete nulla», dimostrano i profani, «l’anarchia, la negazione, l’utopia; non soltanto non siete nulla ma non potete essere altro che discordia e dissoluzione». Un attimo dopo, gridano al delitto e invocano la forza contro questo fantasma che a sentirli non ha neppure il diritto di esistere, eppure li tiene alla gola. E’ il duello di Martine e del signor Jourdane (2). Iniziato al tempo di Voltaire, dura tuttora, come sapete.

Vedo una sola via d’uscita a questo dilemma: rovesciare il ragionamento. Visto che in questa strana chiesa non c’è nessun Credo, ma solo dogmi negativi, non c’è nessun’anima, eppure c’è un corpo tanto robusto, proviamo a rovesciare i termini, cominciando dal corpo. Prendiamo la filosofia non più come uno spirito che si definisce per il suo fine, e neppure come una tendenza che spiega come il suo esito, ma come una cosa, come un fenomeno intellettuale che è il risultato necessario e inconsapevole di determinate condizioni materiali di associazione.

Lo ammetto, è un modo di procedere impertinente. C’è un po’ di irriverenza a trattare in questa maniera, come una cosa inerte e cieca il "pensiero moderno", il "pensiero libero". Eppure l’esempio ci viene proprio da esso. Dopo tutto, è proprio questo pensiero che, da Renan a Loisy, ci ha dotati di una nuova teologia e di una nuova esegesi che, rintuzzando l’assalto individualistico del XVI secolo e prendendo la fede tra due fuochi, antepone la Chiesa a Cristo, la tradizione al Vangelo, spiega il morale con il sociale. Non vedo perchè questa chiesa soltanto dovrebbe sfuggire alla critica che essa ha inventato, applicandola senza alcuna benevolenza alle altre.

Note

(1) "La foi du charbonnier" è una fede candida e credula.

(2) Due personaggi di Molière: Martine è la moglie di Sganarelle nel «Medico per forza», il signor Jourdain è l’"eroe" del «Borghese gentiluomo».

p. 44-52.

Esaminiamo dunque i fatti, l’esistenza di questa strana città che nasce e vive, contro ogni regola, di ciò che uccide le altre. Come spiegare questo miracolo? E’ proprio ciò che vorrei cercare insieme a voi. E non crediate che stia per condurvi a un sabba nel retrobottega di una loggia massonica, come il padre Barruel, o che stia per mostrarvi la testa di Luigi XVI nel pentolone delle streghe, come farebbe l’ingenuo Cazotte. Non che Barruel o Cazotte abbiano torto: ma non spiegano nulla, cominciano dalla conclusione. La mia preoccupazione, al contrario, è ricondurre queste conseguenze sconvolgenti e diaboliche al minuscolo fatto che le spiega, un fatto tanto banale e meschino: la conversazione. Eppure, proprio questo è l’essenziale.

La repubblica delle lettere è un mondo dove si chiacchiera, non solo, è un mondo dove non si fa altro che chiacchierare, dove lo sforzo di ogni intelligenza tende all’assenso di tutti, all’opinione, proprio come nella vita reale tende all’opera e all’efficacia.

E’ una ben misera ragione, mi direte, per una conseguenza così pesante. Sto attribuendo una ben pesante responsabilità al più innocente dei giochi. Mi si consentirà, però, di non considerarmi il primo colpevole. Sono stati i giocatori stessi a cominciare, non parlo dei primi, dei gaudenti del 1730, parlo degli enciclopedisti dell’epoca successiva. Costoro sono gravi, seri. Come non esserlo quando si è certi che il risveglio dello spirito umano comincia con il nostro secolo, con la nostra generazione, con noi stessi? L’ironia sostituisce la gaiezza, la politica i piaceri. Il gioco diventa una carriera, il salotto un tempio, la festa una cerimonia, il gruppetto un impero di cui vi ho già mostrato la vastità degli orizzonti: si tratta della repubblica delle lettere.

Che cosa si fa dunque in questo paese? Niente di diverso, dopo tutto, da quel che si fa nel salotto di Madame Geoffrin: si chiacchiera. Ci si trova per parlare, non per agire; tutta questa agitazione intellettuale, questo immenso traffico di discorsi, di scritti, di corrispondenze non conduce al minimo inizio di attività, di sforzo reale. Si tratta soltanto di "cooperazione di idee", di "unione per la verità", di "società di pensiero".

Ebbene, non è indifferente che un mondo simile si costituisca, si organizzi e duri: giacché i suoi abitanti si trovano per forza di cose costretti a porsi da un altro punto di vista, su una china diversa, davanti ad altre prospettive rispetto a quelle che s’incontrano nella vita reale. Il punto di vista è quello dell’opinione, "la nuova regina del mondo", come dice Voltaire che saluta il suo avvento nella città del pensiero. Mentre nel mondo reale il giudice di ogni pensiero è la prova e il suo fine l’effetto, in questo mondo il giudice è l’opinione degli altri, il fine il loro riconoscimento. Il mezzo qui è l’esprimersi, il parlare, come altrove è il realizzare, l’"operare". Ogni pensiero, ogni sforzo intellettuale esistono soltanto se sono oggetto di consenso. E’ l’opinione che costituisce l’essere. E’ reale ciò che gli altri vedono, vero ciò che dicono, bene ciò che approvano. Così l’ordine naturale è rovesciato, l’opinione qui è causa e non, come nella vita reale, effetto. L’apparire sostituisce l’essere, il dire, il fare.

Non posso impedirmi di ricordare qui il mito affascinante di Aristofane. Molti altri l’hanno fatto, ma sempre, a mio parere, alla rovescia. Quando si parla della città delle nuvole, si pensa soltanto alle nuvole e, per ironizzare, a coloro che vogliono costruirvi una città. Aristofane, che viveva nel secolo dei filosofi e s’intendeva di libero pensiero, ragiona altrimenti: ciò che vede è una città, costruita certamente tra le nuvole, ma di buone fondamenta, e popolata di cittadini in carne, ossa e piume. La città delle nuvole è il dato della commedia, non la battuta di un ‘pamphlet’. Non è sull’utopia che insiste il poeta greco, è sulla realtà.

Facciamo dunque come lui, constatiamo il fatto, l’esistenza di questo mondo nuovo, per quanto vano ci possa apparire; saliamo ed entriamo. Voi vedete che, appena varcata la soglia, i loro princìpi, queste "pericolose chimere", diventano quassù le più evidenti e le più feconde delle verità. Conoscete questi dogmi della filosofia, essi si riconducono tutti a uno solo, che la natura è buona, e tutte le regole a una sola, il ‘laisser faire’. L’uomo basta a se stesso, nella ragione come nella volontà e negli istinti. La fede, l’obbedienza, il rispetto, ecco i soli pericoli che Voltaire designa con una parola sola: l’infame. Egli ha torto quaggiù, ma ha ragione là in alto, voi stessi ve ne renderete conto - parlo in questo momento ai "fanatici" agli "schiavi" dell’uditorio - basta che siate disposti a entrare nella città dei filosofi, a mettervi al loro posto invece di gridare all’utopia senza muovervi dal vostro.

La ragione basta a se stessa? E’ evidente. Certo, nel mondo reale il moralista senza fede, il politico senza tradizioni, l’uomo senza esperienza sono solo povera gente, votata a tutte le disfatte. Che può fare la logica da sola senza questi tre operai di ogni opera reale, senza questo triplice insegnamento, personale, sociale, divino? Ma qui non siamo nel mondo reale, non ci sono opere da fare, qui c’è soltanto da parlare e ci sono soltanto parlatoi. Ebbene, a che serve la fede, a che servono il rispetto della tradizione o l’acquisizione delle esperienze, in un mondo simile? Sono cose che si esprimono a fatica e non hanno nulla a che fare con una discussione di principio. Necessari per giudicare rettamente e giustamente questi consiglieri sono un inciampo per opinare con chiarezza. Indispensabili al lavoro reale, all’opera, non fanno che disturbare il lavoro verbale, l’espressione.

Meglio ancora: ingombranti per l’oratore, saranno anche sgradevoli per l’uditorio, giacché non hanno il diritto di mostrarsi senza divenire odiosi o ridicoli. Voi tutti sapete quanto sia difficile, nel corso di una semplice conversazione, fare intervenire la fede e il sentimento. Nella nostra città degli uccelli l’ironia e la logica sono a casa loro, e ci vuole molto spirito e talento per farne a meno. Non è difficile comprenderlo: che cosa c’è di più odioso della fede predicata lontano dal sacrificio, del patriottismo esaltato e lontano da pericolo, dell’interesse affermato lontano dai rischi e dal lavoro? Pure questa è la situazione in cui valori come questi si trovano quando appaiono in un mondo dove per definizione l’opera e lo sforzo sono fuori questione. In una situazione di questo genere non potrebbero che chiamarsi clericalismo, sciovinismo, egoismo.

Prevenzioni? Malevolenza? Niente affatto: verità evidenti per chi consideri la cosa di là sopra. Si è certo liberi di non entrare affatto nella città nuova, ma, se ci si trova lì, non si è padroni di avere opinioni diverse da quelle del "filosofo" e del "cittadino".

Vedete dunque che la filosofia è nel vero quando afferma il diritto alla ragione. Qui non c’è nessuna chimera. E’ esatto, alla lettera, che la ragione basta a ognuno, giacchè il fine è spostato: quello che conta ormai è l’idea distinta, quella che si autogiustifica verbalmente, non l’idea feconda che si verifica. O piuttosto è solo la discussione, l’opinione verbale, e non più la prova, quella che si verifica e giudica.

Così tutto un ordine di motivi, quelli che superano l’idea chiara e servono allo sforzo reale, in questo mondo sono inutili, giacché non si ha nulla da fare; sono disturbanti, dal momento che c’è tanto da dire; risultano infine ridicoli e odiosi, la caricatura di se stessi. Che succede, dunque, a questo punto? Li si lascia fuori, semplicemente. Che c’è di male? Apostasia, tradimento, follia? Gran Dio, niente affatto! Non si tratta che di un gioco. Divertirsi a discutere qualche ora ogni sera, come filosofi, non significa far torto a Dio, al re, alla preoccupazione per i propri affari. Non si butta via il cappello, quando si entra in un salotto, lo si deposita con cura dietro la porta, per riprenderlo al momento di uscire. L’adepto è forse un uomo di chiesa, di spada, di finanza? Non ha importanza. Ci sarà un giorno, o un’ora, ogni settimana, in cui dimenticherà le sue preoccupazioni, la sua gente o i suoi affari, per giocare al filosofo e al cittadino, salvo poi rientrare nel proprio essere reale, in cui non ci saranno difficoltà a ritrovare i doveri e anche gli interessi di sempre.

Ma se tutto ciò è così semplice e naturale non per questo è privo di conseguenze. Il gioco dura, e alcuni giocano meglio. Questione di età per i giovani; di condizione per la gente di legge, di penna o di parola; questione di convinzione per gli scettici, di temperamento per i vanitosi, di cultura per i superficiali. Tutti costoro ci prendono gusto e ne ricavano vantaggi, giacché gli si apre una carriera che il basso mondo non gli offrirebbe, e in cui le loro lacune diventano forze. Al contrario gli spiriti sinceri e veri che vanno al sodo, all’effetto più che all’opinione, si trovano spaesati e si allontanano a poco a poco da un mondo in cui non hanno nulla a che fare. Così i refrattari, i pesi morti, come li chiamano i filosofi, cioè gli uomini d’azione, si eliminano da soli a vantaggio dei più adatti, gli uomini della parola. E’ una selezione meccanica, altrettanto fatale della separazione dei corpi pesanti dai corpi leggeri su una superficie che vibra. Qui non c’è bisogno di un padrone che designi o di un dogma che escluda. Basta la forza delle cose, i più leggeri saliranno per conto loro in alto, i più pesanti e i più carichi di realtà cadranno a terra. E’ questione di procedimento, non di scelta.

Considerate le conseguenze di questa epurazione automatica. I nostri ‘philosophes’ si trovano isolati dai profani, al riparo dalle obiezioni e dalle resistenze e dalle resistenze realistiche e nello stesso tempo ravvicinati gli uni agli altri e per entrambe le ragioni sottoposte a un addestramento tanto più intenso quanto più l’ambiente è "puro". E’ una legge sociale doppia, di separazione e di addestramento, che agisce spingendo la truppa ragionante e incosciente dei fratelli nel senso opposto a quello della vita reale. Essa tende all’avvento di un certo tipo intellettuale e morale che nessuno ha previsto, che ognuno deplorerebbe e che tutti preparano. E’ proprio ciò che si chiama il "progresso dei lumi".

Voi vedete che la nostra ipotesi comincia a verificarsi: le dottrine, le convinzioni personali, qui non sono nulla, o non sono che effetti; ogni tappa del progresso filosofico produce le sue, come ogni zona produce le sue piante sulle pendici delle montagne. Il segreto dell’unione, le leggi del progresso sono altrove, nel fatto stesso dell’associazione. Il corpo, la società del pensiero, incoraggia e sviluppa l’anima, le convinzioni comuni. Qui è la chiesa che precede e crea il proprio vangelo; si è uniti per la verità, non dalla verità. La "rigenerazione", il "progresso dei lumi", è un fenomeno sociale, non morale o intellettuale.

Il suo primo carattere è l’incoscienza. La legge di separazione che abbiamo descritto ha bisogno che la si conosca per funzionale. Al contrario, come ogni legge naturale, essa suppone una forza, ma cieca e istintiva. Il soggetto entra nella loggia, opina, discute, si agita. Questo basta, la società farà il resto tanto più sicuramente quanto maggior passione e minor chiaroveggenza ci metterà. Si tratta di un lavoro, certamente. Ma anche questa è una di quelle parole che i nostri massoni del XVIII secolo scrivono con la maiuscola e senza aggettivo. E che prende in effetti, nella loro città, come le parole filosofia, giustizia, verità, e tante altre, un senso speciale, in genere opposto a quello dell’accezione corrente. Bisogna intendere questo lavoro nel senso passivo, materiale, di fermentazione, non nel senso umano di sforzo voluto. Il pensiero lavora qui come il mosto nella botte, o il legno sul fuoco. E’ un lavoro definito dall’azione dell’ambiente e della situazione, dal punto di partenza e non dal fine. L’idea che viene in mente è quella di orientamento, che si oppone a quella di direzione come la legge subìta si oppone alla legge riconosciuta, come la servitù si oppone all’obbedienza. La società di pensiero ignora la propria legge, ed è appunto ciò che le permette di proclamarsi libera. Essa è orientata a propria insaputa, non consapevolmente diretta. Questo è il senso del nome che sin dal 1775 assume la più riuscita delle società filosofiche, la capitale del mondo delle nuvole, il Grande Oriente.

Il termine, non voglio dire l’obiettivo di questo lavoro passivo, è una distruzione. In definitiva esso consiste soltanto nell’eliminare e nel ridurre. Il pensiero che gli si sottomette perde in un primo tempo la preoccupazione, poi a poco a poco il senso e la nozione stessa del reale. E’ appunto a questa perdita che deve il fatto di essere libero. Guadagna in libertà, in ordine, in chiarezza, solo ciò che perde in contenuto reale, in presa sull’essere. Non è più forte, al contrario, pesa di meno. Il fatto essenziale è questo orientamento del pensiero verso il vuoto, e i fratelli hanno ragione di parlare di rigenerazione, di un’era nuova. La ragione aveva cercato la libertà, fino a quel momento, solo attraverso uno sforzo di conquista, una lotta col reale, uno spiegamento complesso di scienze e di sistemi. Il lavoro della società passa dall’attacco alla difesa. Per liberare il pensiero lo isola dal mondo e dalla vita invece di sottometterglielo. Elimina il reale nello spirito invece di ridurre l’inintelligibile nell’oggetto, forma dei filosofi invece di produrre filosofie. E’ un esercizio di pensiero il cui scopo apparente è la ricerca della verità, il cui interesse reale è la formazione dell’adepto.

In che cosa consiste, in effetti, questa formazione negativa? Dirlo è difficile quanto mostrare ciò che perde un essere vivente nel momento della morte. La vita dello spirito non si definisce, come quella del corpo non si tocca. Ora, è proprio della vita e solo di essa che si tratta, non di un singolo organo o di una facoltà apparente. Si può immaginare che il soggetto "orientato" rimanga intelligente quanto si vuole, come si può immaginare l’organismo colpito dalla morte ancora completo e perfetto. Quel che conta è che entrambi hanno perduto l’essenziale.

Nulla illustra meglio questo fenomeno curioso quanto quella concezione del selvaggio o dell’ingenuo che ha un rilievo così grande nella letteratura del Settecento. Non c’è autore che non vi presenti il suo selvaggio, dai più allegri ai più seri. Montesquieu ha cominciato con il principe persiano, Voltaire immortala il personaggio con Candide; Buffon ne fa l’analisi nel risveglio di Adamo; Condillac ne costruisce la psicologia col mito della statua; Rousseau ha creato il ruolo e ha passato la sua vecchiaia a giocare al selvaggio nei parchi dei castelli. Non c’è apprendista filosofo, intorno al 1770, che non cominci la revisione delle leggi e delle usanze del suo paese in compagnia del suo cinese o del suo irochese di fiducia, come un figlio di famiglia viaggia col proprio abate.

Questo selvaggio filosofico è certo un personaggio singolare. Immaginate un francese del XVIII secolo che possieda della civiltà del suo tempo tutto il lascito materiale, cultura, educazione, conoscenze, gusto, ma abbia perso il senso delle radici vitali, degli istinti e delle credenze che hanno creato tutto questo, che hanno animato queste forme, conferito ragione a questi usi ed efficacia a questi mezzi. Mettetelo bruscamente di fronte a questo mondo di cui possiede tutto tranne l’essenziale, lo spirito. Vedrà e saprà tutto, ma non comprenderà nulla. Eccovi l’Urone di Voltaire.

I profani gridano all’assurdo. Hanno torto. Questo selvaggio esiste e in effetti essi lo incontrano ogni giorno. In verità non viene dalle foreste dell’Ohio, ma da molto più lontano, dalla loggia di fronte, dal salotto accanto. E’ il ‘philosophe’ così come lo ha costruito il lavoro, un essere paradossale orientato verso il vuoto come gli altri ricercano il reale. E’ pensiero senza slancio, senza vera curiosità, preoccupato di mettere ordine più che di acquisire, di definire più che di inventare; sempre pronto a realizzare il proprio avere, il proprio patrimonio intellettuale, sempre pronto, per venderlo in cambio di parole, a romperne ogni collegamento con la vita reale, con il luogo in cui operava e si accresceva come si accresce un capitale investito o una pianta viva nel terreno dell’esperienza, sotto i raggi della fede.

Di qui il tono e lo spirito dell’ingenuo, che è la sorpresa ironica. Giacché nulla è meno spiegabile di una pianta tagliata di cui si vogliono ignorare le radici e la vita. "Non capisco", è il ritornello del nostro selvaggio. Tutto lo colpisce, tutto gli pare illogico e ridicolo. E’ addirittura da questa incomprensione che si misura l’intelligenza tra selvaggi. La chiamano spirito, coraggio, sincerità, è la fonte e la ragion d’essere della loro erudizione. Sapere è bene, non capire è meglio. E’ da questo che si giudica il ‘philosophe’; i selvaggi del nostro tempo, che sono kantiani, dicono "lo spirito oggettivo". E’ da questo che esso si distingue dal compilatore volgare: l’anima dell’«Enciclopedia» è questa.

Capite a questo punto perchè egli abbia una corporatura così rotonda. Non c’è lavoro più comodo e più gratificante. L’incomprensione filosofica non è un dono volgare, essa implica attitudini naturali, e soprattutto l’addestramento sociale della città delle nuvole. Solo quest’addestramento può fare i conti coi "pregiudizi", la fede, la lealtà, ecc., che la logica non riesce a colpire, giacché la loro radice sta nell’esperienza e nella vita. Bisogna opporre città a città, ambiente ad ambiente, vita a vita, sostituire all’uomo reale un uomo nuovo: il filosofo e il cittadino. Si tratta di un’opera di rigenerazione che l’individuo non sarebbe in grado di compiere con le sue sole forze e che soltanto la legge della selezione sociale può portare a termine: la società è per il filosofo ciò che la grazia è per il cristiano. Ma finalmente, quando il lavoro funziona, quando il soggetto si è finalmente abbandonato all’orientamento sociale, quando la sua casa è nella città delle nuvole e il suo centro è nel vuoto, quando sente spuntare le sue piume da filosofo, quale ebbrezza è quella di abbandonare la terra, di alzarsi in volo oltre muraglie e recinti, sopra i campanili delle cattedrali! Nulla gli è vietato, visto che tutto è aperto sul cielo. Come un bambino che devasta i fiori di un balcone per trapiantarli nel suo secchiello di sabbia, così il selvaggio entra dappertutto e falcia in un colpo solo usanze, credenze, leggi. Sapete già quanti scrupoli si sia fatto nel cogliere a caso tante vecchie e auguste piante. Sapete anche che il mazzetto parve bello la prima sera, giacché le piante non muoiono tutte di colpo. E sapete ciò che restò l’indomani di questa immensa raccolta di scritture: soltanto il peso della carta.

p. 52-55

Ma se la condizione di selvaggio filosofo ha i suoi piaceri, essa ha anche i suoi inconvenienti e il più pesante è la servitù sociale. L’adepto appartiene corpo e anima alla società che l’ha formato, e quando ne esce non è più in grado di vivere. La sua logica, così compiutamente affrancata dal reale, si infrange al primo contatto con l’esperienza. Essa deve la sua libertà soltanto all’isolamento in cui vive, al vuoto in cui la tiene il Lavoro. E’ una pianta di serrra che non può più vivere all’aria aperta. I ‘philosophes’ perdono sempre ad essere visti da soli, da vicino, all’opera: Voltaire l’ha appreso a sue spese da Federico II, Diderot da Caterina II, Madame Geoffrin da Stanislao.

Fortunatamente i ‘philosophes’ hanno tanto più il senso del pericolo, quanto più sono coinvolti, "aberranti verso il vuoto", come diceva il vecchio Mirabeu di suo figlio. Ed è con tutta la loro debolezza, con tutto il loro nulla che essi sono legati a questa città di parole che sola conferisce loro valore e peso. Si parla spesso di spirito di partito, di fanatismo di setta. E’ un modo di far torto ai ‘philosophes’. Lo spirito di partito è pur sempre un modo per tener fede a un programma, a dei capi, e dunque contraddice in qualche misura l’egoismo, l’istinto della difesa individuale. Nel ‘philosophe’ questo istinto resta puro. Il ‘philosophe’ non riconosce dogmi né padroni. Ma la società non ci perde nulla. Come il vecchio gufo della favola, che taglia le zampe ai sorci, essa lo avvince con la libertà, con questa libertà negativa che gli impedirebbe di vivere altrove. E’ una catena più solida di qualsiasi forma di lealismo.

E’ questo il legame che si chiama civismo, che in Francia si chiamava patriottismo nei pochi anni della Rivoluzione in cui patria reale e patria sociale si trovarono ad avere le stesse frontiere e gli stessi nemici. Un’alleanza effimera, come sapete. La seconda patria si è estesa, in seguito è diventata l’internazionalismo e non ha conservato nessun tipo di gratitudine per il paese che le fu per un momento ospitale.

Non c’è legame più potente di questo, poichè esso ha il brillio della virtù. Si serve la comunità e insieme la rusticità dell’egoismo, si segue il proprio interesse immediato. Ed ecco ancora una di quelle situazioni di fatto create dal lavoro sociale, in cui la volontà del soggetto non ha parte alcuna. E’ la società che ha orientato lo spirito del ‘philosophe’ nella direzione contraria a quella del reale. È ancora essa che lo lega ai suoi fratelli con tutte le forze dell’interesse individuale. Come ha formato la sua intelligenza, così la società tiene in pugno la sua volontà.

E’ un fatto da notare, giacché giustifica il principio della nuova morale, che l’interesse basta al bene come la ragione al vero. E’ esatto, alla lettera, che esiste effettivamente una città in cui l’egoismo lega gli uni agli altri, in cui il bene particolare conduce al bene generale. Che bisogno può esistere, in questa città, di maestri o di autorità? Che necessità di imporli a gente che è così facile convincere? Di esigere il sacrificio laddove l’interesse conduce direttamente allo scopo? E’ dunque realizzata la seconda delle pretese utopie filosofiche, quella dell’interesse beninteso. Ecco il segreto della strana fraternità che unisce questi epicurei e questi scettici, Voltaire e D’Argental, Dalembert e Diderot, Grimm e d’Holbach, o piuttosto della strana fraternità che li collega tutti, in virtù delle loro stesse lacune, alla patria intellettuale. La traduzione di questo fatto si trova nel famoso mito filosofico dell’origine delle società, spiegata con la debolezza degli uomini che dovrebbe riunirli nella difesa comune. Niente di più falso quando si parli di società reali, nate dall’entusiasmo e dalla forza, tra le luci di un Sinai, nel sangue dei martiri e degli eroi. Ma nulla di più certo quando si parla della società intellettuale, nulla di più conforme alla legge che abbiamo appena descritto. E’ la loro storia quella che ci raccontano i fratelli, come il selvaggio di cui abbiamo parlato serviva a darci il loro ritratto. La natura della società nuova è tale che in essa l’unione si trova fondata su ciò che altrove risulterebbe distruttivo, sulle forze materiali, sul peso dell’egoismo e dell’inerzia.

E’ ciò che esprimono perfettamente i simboli massonici, il tempio di Salomone, l’architettura e il resto. La città delle nuvole è un edificio e non un corpo vivente, i suoi materiali sono inerti, equilibrati, radunati secondo regole certe e leggi obiettive. Il XVII secolo ammetteva ancora l’intervento di un grande architetto, l’orologiaio di Voltaire, un legislatore che ordina secondo leggi certe i materiali umani. La massoneria dei nostri giorni sopprime il personaggio e fa bene. La legge sociale è una legge d’immanenza, essa basta a sé stessa, e questo pasticcio di Dio qui non ha nulla da fare.

Non c’è bisogno di dirvi come questa potente unione si rivelò al mondo, come la piccola città entrò in lotta con l’altra, giacché dovrei uscire dal mio tema. Questo riguarda la seconda tappa del processo dei lumi, il momento in cui la filosofia diviene una politica, la loggia un club, il filosofo un cittadino.

Non vi parlerò che di uno dei suoi effetti, quello che sconcerta di più quando non lo si conosce, cioè la conquista dell’opinione profana da parte del filosofismo. A questo scopo il filosofismo ha a disposizione qualcosa di più dei mezzi ordinari della propaganda, gli argomenti e i predicatori. E’ in grado, grazie all’unione senza maestri né dogmi della società, di mettere in moto una opinione falsa, più appassionata, più unanime, più universale di quella vera. Il pubblico conclude che è dunque più vera. Ed è attraverso l’addestramento e l’intesa della ‘claque’ (neanche, come nel caso della demagogia, con il brillio degli scenari e il gioco degli attori) che si fa trionfare una cattiva commedia. La ‘claque’, il personale delle società, è così bene addestrata che diventa sincera, così ben disseminata nella sala da ignorare sé stessa mentre ognuno degli spettatori la scambia per il pubblico. Essa imita l’ampiezza e l’unità di un grande movimento di opinione, pur senza perdere la coesione e la guida della cabala.

In effetti non esistono argomenti né seduzioni che agiscono sull’opinione con altrettanta potenza di questo fantasma dell’opinione. Ognuno si sottomette a ciò che crede approvato da tutti, l’opinione segue docilmente la sua contraffazione, e dalla illusione nasce la realtà. E’ così che senza talento, senza rischi, senza intrighi pericolosi e grossolani, in virtù soltanto della propria unione, la Piccola Città fa parlare a piacimento l’opinione della grande, decide delle reputazioni e fa applaudire, se sono suoi, i noiosi autori e i libri cattivi. E senza farsi nessuno scrupolo. E’ difficile capire oggi come la morale di Mably, la politica di Condorcet, la storia di Raynal, la filosofia di Helvétius, questi deserti di prosa insipida, potessero riuscire ad arrivare alla stampa, a interessare dieci lettori. Ebbene, tutti li lessero, o almeno tutti li comprarono e ne parlarono. Questione di moda, certo, è facile dirlo. Ma come si può spiegare questa passione con il ‘pathos’ e la pesantezza nel secolo della grazia e del gusto?

Credo che la spiegazione sia altrove. Tutti questi autori sono ‘philosophes’ e la filosofia regna sull’opinione per diritto di conquista. L’opinione è cosa sua, è la sua schiava naturale. Essa la fa gemere, applaudire e tacere, come vuole. Ecco una fonte di illusione che gli storici non meno dei contemporanei non hanno abbastanza individuato. E’ un fatto che rende un po’ scettici su molte glorie filosofiche, compreso il genio di certi "legislatori", compreso lo spirito di certi letterati, e persino la fama degli ultimi salotti.

Vi ho parlato degli enciclopedisti da miscredente. Non sarete sorpresi dunque se finisco da blasfemo. Non si tratta del patibolo di Luigi XVI, della Francia rovinata, della fede distrutta, vecchi ritornelli inoffensivi. La mia audacia è più grande. Sono arrivato qualche volta a chiedermi se ci fosse poi tanta distanza tra lo spirito degli ultimi salotti e l’enfasi delle prime logge, se nel delizioso piccolo regno del gusto non troneggiasse già più di un pedante repubblicano. Se, fin dal 1770, non si avesse per caso qualche volta voglia di sbadigliare persino da Madame Necker, persino da Madame Geoffrin.




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Pierre Gaxotte

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