Reflections on
the Revolution in France

Opera di Edmund Burke, eminente uomo politico inglese
(1728/29-1797), pubblicata nel 1790.
Scritta sotto forma di lettera, essa vuol rispondere ai
quesiti che un gentiluomo francese propose all'autore;
senonché la materia assunse proporzioni più vaste del
previsto, in modo da presentarsi come una vera e propria
trattazione. La preoccupazione dominante dell'autore è di
tenere bene distinto il processo storico della libertà
civile della Francia da quello dell'Inghilterra. Tale
preoccupazione pervade tutta l'opera, tanto che questa ci
appare un susseguirsi continuo di paragoni fra le due
Nazioni. Egli si dichiara amantissimo della libertà
moralmente disciplinata; ma, più che la libertà, lo
interessa "l'uso" che se ne fa. La rivoluzione francese gli
appare l'evento più stupefacente della storia: "tutto sembra
fuori di natura in questo strano caos in cui si mescolano
leggerezza e ferocia, confusione di delitti e di follie
travolti insieme". Insorge quindi contro il principio della
sovranità popolare e contro coloro che affermano di
ravvisarlo vigente in Inghilterra, dove il potere legittimo
è unicamente fondato sulla norma che regola la successione
al trono in conformità alla Costituzione. La stessa
rivoluzione inglese del 1688 non è stata altro che una
significativa riaffermazione di tale principio.
L'instaurazione di un "novus ordo" appare all'autore come
qualcosa di disgustoso; i pretesi "diritti dell'uomo", nati
da elucubrazioni mentali, sono fuori della realtà e più
idonei a distruggere che a salvaguardare la libertà; mentre
l'osservanza delle tradizioni "lascia libera la possibilità
di nuovi acquisti, ma fornisce la garanzia assicurata di
ogni acquisto". Spezzando l'autorità regia, la Francia ha
infranto le sue migliori tradizioni, dando la stura agli
elementi più bassi, degenerati e dissolutori del popolo.
L'autore conduce una minuta analisi sui nuovi fattori
costitutivi della vita statale in Francia. Il primo è la
qualità delle persone che, quali rappresentanti del popolo,
hanno il carico della responsabilità statale. Questo aspetto
presenta un panorama desolante; al di fuori di rare
eccezioni, l'Assemblea è composta di "elementi inferiori, di
artigiani che esercitavano professioni subalterne e mestieri
meccanici". Manca insomma quello che in Inghilterra si dice
"il naturale interesse fondiario" che riassume il fior fiore
della nazione in fatto di cultura, di censo, di dignità. Le
forze ideali dello Stato e quelle economiche devono
equilibrarsi, ma, "poiché le forze ideali rappresentano una
vivacissima e potente espressione di attività, laddove il
principio della proprietà è un dato per propria natura
inerte e tardivo, quest'ultimo non potrebbe sicuramente
fronteggiare la prepotenza invasiva delle prime, se non a
patto di essere rappresentato in maggioranza predominante,
al di là di ogni criterio proporzionale". Questa
affermazione è quasi il nucleo ideale dell'opera: da essa
muove infatti la critica, che penetra nel cuore stesso della
ideologia democratica. Elementare principio della vita
sociale è che nessuno può essere giudice in causa propria;
in tal senso deve intendersi la rinuncia fatta dal cittadino
al diritto di governare. L'esempio della Francia dà conferma
di ciò: la plebe al potere dà prova del sovvertimento dei
più alti valori umani, della distruzione dei più nobili
sentimenti, al lume dei quali solo la vita associata si può
dire civile. Quanto al contratto sociale, anche l'autore è
d'opinione che il fondamento della società sia contrattuale:
ma il contratto che diede luogo al sorgere dello Stato non è
"simile a quello che dà esistenza a una società per il
commercio del pepe... Esso investe come vincolo associativo
tutto il sistema della scienza, dell'arte, dell'etica, fino
ai massimi ideali". La sfera di tale vincolo oltrepassa la
vita di un uomo e si proietta nelle generazioni avvenire. Il
vincolo pertanto, come quello che lega nel tempo e nello
spazio tutti i componenti della società, è indissolubile.
L'opera del Burke fece una enorme impressione: tale ne fu la
forza persuasiva sul popolo inglese, che questo si orientò
decisamente contro l'ideologia rivoluzionaria. Vi troviamo
racchiusi i postulati fondamentali di tutta una concezione
politica ed etica tipica della mentalità britannica: tutta
l'esperienza storica della nazione inglese, trasfigurata in
princìpi teoretici della ragione politica. Il concetto della
libertà come privilegio generale di tutti racchiude un
principio che avrà una esplicita formulazione nel sec. XIX:
che cioè la libertà non è un dato gratuito e naturale, ma il
prezzo di una conquista nel processo della coscienza storica
dei popoli. E, pur acceso dallo sdegno per gli eccessi della
rivoluzione e dall'attaccamento alla istituzione inglese, il
Burke riesce a formulare una critica dell'idea democratica
che riveste un significato universale.
Edmund Burke