Carl Schmitt (Plettenberg
1888-1985)
Giurista e pensatore politico tedesco. Docente di diritto
presso le università di Bonn, Berlino e Colonia, con
l'avvento del
nazismo, Schmitt elaborò le linee guida e i
principi giuridici di base del nuovo regime. Arrestato nel
1945, fu processato e poi assolto, ma dovette lasciare
l'insegnamento.
In polemica con la scuola del positivismo giuridico, in
particolare con
Hans Kelsen, che aveva operato una riduzione
del diritto alla norma, ponendo le basi della dottrina
liberale dello stato di diritto, Schmitt ricondusse la
genesi dell'ordinamento giuridico al momento della
'decisione', intesa come scelta fondante la sfera della
politica. Secondo Schmitt, la validità di ogni norma
giuridica poggia sulla
sovranità dello stato, il quale a sua
volta trae legittimazione dalla possibilità di un conflitto,
cioè da una situazione critica che non può essere risolta
facendo riferimento a un preesistente sistema di norme, ma
solo grazie a una decisione. La politica, pertanto, si fonda
sull'eccezione, sul rischio permanente della guerra e
sull'originaria distinzione tra 'amico' e 'nemico', che,
paradossalmente, crea le condizioni di 'normalità' nelle
quali acquista efficacia il diritto.
Tra le opere principali si ricordano: La dittatura (1921),
Teologia politica (1922), Il concetto del politico (1927),
Dottrina della costituzione (1928), Legalità e legittimità
Le categorie
del politico
Il volume riunisce i saggi più importanti che testimoniano
dell'intero sviluppo della produzione politologica di
Schmitt, dal 1922 al 1953, e ne offrono la summa. Il volume
si apre con una densa premessa all'edizione italiana
dell'autore, che cerca di stabilire la collocazione storica
e il significato unitario della propria opera. Seguono sei
saggi: "Teologia politica" (1922), "Il concetto del
'politico'" (1932), "Legalità e legittimità" (1932), "I tre
tipi di pensiero giuridico" (1934), "Il problema della
legalità" (1950) e "Appropriazione/divisione/produzione"
(1953). Chiude il volume la bibliografia aggiornata delle
opere di Schmitt.
CARL SCHMITT,
LA DEFINIZIONE DEL CONCETTO DI POLITICO
Si
può raggiungere una definizione concettuale del "politico"
solo mediante la scoperta e la fissazione delle categorie
specificamente politiche. Il "politico ha infatti i suoi
propri criteri che agiscono, in modo peculiare nei confronti
dei diversi settori concreti, relativamente indipendenti,
del pensiero e dell'azione umana, in particolare del settore
morale, estetico, economico. Il "politico" deve perciò
consistere in qualche distinzione di fondo alla quale può
essere ricondotto tutto l'agire politico in senso specifico.
Assumiamo che sul piano morale le distinzioni di fondo siano
buono e cattivo; su quello estetico, bello e brutto; su
quello economico, utile e dannoso oppure redditizio e non
redditizio. Il problema è allora se esiste come semplice
criterio del "politico", e dove risiede, una distinzione
specifica, anche se non dello stesso tipo delle precedenti
distinzioni, anzi indipendente da esse, autonoma e valida di
per sé.
La specifica distinzione politica alla quale è possibile
ricondurre le azioni e i motivi politici è la distinzione di
amico e nemico. Essa offre una definizione concettuale, cioè
un criterio, non una definizione esaustiva o una spiegazione
del contenuto. Nella misura in cui non è derivabile da altri
criteri essa corrisponde, per la politica, ai criteri
relativamente autonomi delle altre contrapposizioni: buono e
cattivo per la morale, bello e brutto per l'estetica e così
via. In ogni caso essa è autonoma non nel senso che
costituisce un nuovo settore concreto particolare, ma nel
senso che non è fondata né su una né su alcune delle altre
antitesi né è riconducibile ad esse. [...] Non v'è bisogno
che il nemico politico sia moralmente cattivo, o
esteticamente brutto; egli non deve necessariamente
presentarsi come concorrente economico e forse può anche
apparire vantaggioso concludere affari con lui. Egli è
semplicemente l'altro, lo straniero e basta alla sua essenza
che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente
intensivo, qualcosa d'altro e di straniero, per modo che,
nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non
possono venir decisi né attraverso un sistema di norme
prestabilite né mediante l'intervento di un terzo
"disimpegnato" e perciò "imparziale". [...]
Ancora oggi il caso di guerra è il "caso critico". Si può
dire che qui, come anche in altri casi, proprio il caso
d'eccezione ha un importanza particolarmente decisiva, in
grado di rilevare il nocciolo delle cose. Infatti solo nella
lotta reale si manifesta la conseguenza estrema del
raggruppamento politico di amico e nemico. E' da questa
possibilità estrema che la vita dell'uomo acquista la sua
tensione specificamente politica. Un mondo nel quale sia
stata definitivamente accantonata e distrutta la possibilità
di una lotta di questo genere, un globo terrestre
definitivamente pacificato, sarebbe un mondo senza più la
distinzione fra amico e nemico e di conseguenza un mondo
senza politica. In esso vi potrebbero forse essere
contrapposizioni e contrasti molto interessanti, concorrenze
ed intrighi di tutti i tipi, ma sicuramente non vi sarebbe
nessuna contrapposizione sulla base della quale si possa
richiedere a degli uomini il sacrificio della propria vita e
si possano autorizzare uomini a versare il sangue e ad
uccidere altri uomini.
[C. Schmitt, "Le categorie del "politico", Il Mulino,
Bologna 19842, 108-109; 118]