Lo scrittore tedesco Ernst Jünger ottenne fama
internazionale con Nelle tempeste d'acciaio, scritto
autobiografico sull'esperienza al fronte (Jünger fu
volontario durante la prima guerra mondiale e fu insignito
della croce al merito). Il racconto fu accolto come
esaltazione del nichilismo eroico e per questo condannato
dai gruppi che si erano opposti al conflitto.
Ernst Jünger (Heidelberg 1895 - Wilfingen 1998)
Scrittore e saggista tedesco, una delle figure più
controverse della letteratura tedesca del XX secolo.
Dopo essere entrato nella Legione straniera nel 1913, allo
scoppio della prima guerra mondiale si arruolò volontario e
combatté al fronte. Narrò le sue esperienze nel volume Nelle
tempeste d’acciaio (1920) e nel saggio Der Kampf als inneres
Erlebnis (La guerra come esperienza interiore, 1922), che
illustrano il nichilismo eroico dell’autore (vicino al
pensiero filosofico di Nietzsche e all’estetismo
dannunziano).
Lasciato l’esercito nel 1923, si dedicò agli studi di
zoologia e filosofia, a Lipsia e Napoli; a partire dal 1925
si mantenne facendo lo scrittore. A questo periodo
appartengono saggi e articoli politici che fecero di lui una
delle figure di riferimento per i nazionalisti tedeschi.
Negli anni Trenta salutò con favore la mobilitazione
militare, ma dopo esser stato deluso dal regime nazista, ne
formulò una condanna in chiave allegorica con Sulle
scogliere di marmo (1939), messo al bando dopo aver già
venduto 250.000 copie.
Ufficiale di stanza a Parigi durante la seconda guerra
mondiale, Jünger conobbe Pablo Ricasso e Jean Cocteau e
strinse amicizia con il filosofo Martin Heidegger. Nel 1943,
nonostante i pericoli legati a tale presa di posizione,
scrisse il saggio La pace, un invito a porre termine al
conflitto. In seguito si ritirò nella Foresta Nera per
dedicarsi agli studi di entomologia e botanica e per
scrivere. Fra le sue maggiori opere figurano L’operaio:
dominio e forma (1932), Heliopolis (1949), Api di vetro
(1957), Al muro del tempo (1959), Il problema di Aladino
(1983) e Due volte la cometa (1987).
Il trattato del ribelle
Nei
primi anni del secondo dopoguerra Ernst Jünger scrive una
preziosa guida alla libertà che uscirà nel 1951 con il
titolo enigmatico Der Waldgang (passaggio al bosco), oggi
edito in Italia con il titolo Trattato del Ribelle
(Adelphi). Nell’antica Islanda il Waldgänger (letteralmente,
colui che passa al bosco), è il proscritto che si dà alla
macchia e conduce una vita solitaria, libera e rischiosa. Lo
scrittore tedesco si rifà a questa tradizione nordica per
tracciare la figura del Ribelle, un tipo d’uomo che sceglie
di resistere al nichilismo desertificante del nostro tempo.
Jünger individua nelle “teorie che tendono ad una
spiegazione logica e razionale del mondo”, e nel “progredire
della tecnica”, l’origine dell’assedio all’uomo moderno.
Com’è possibile salvarsi da questa realtà che annienta
l’essere, o perlomeno lo nasconde sotto identità
artificiali? La risposta che Junger dà è : Incamminandosi
lungo la Via del Bosco… Se la nave, il Titanic, è il simbolo
della civiltà tecnologica avanzata in cui trionfano
razionalismo, ostentazione volgare, ed automatismo, il Wald
/(Selva) è lo spazio sacro in cui l’uomo incontra se stesso,
riscoprendo le forze primordiali della vita. Che il mondo
della sicurezza borghese invece nega, intimorito dalla
natura elementare. Come se si potessero cancellare gli
istinti, le pulsioni profonde e la stessa morte (tutto ciò
che troviamo nel Bosco), con una scelta razionale. La Selva
non è quindi semplicemente un paesaggio naturale, ma
soprattutto il simbolo di quella “terra selvaggia” (Wildnis),
che ogni uomo ha in sé. In questo senso il bosco può
crescere ovunque, sulla nave come nella metropoli moderna e
per questo Jünger parla del bosco come di qualcosa di
intimo, di segreto, che molti possono ritrovare, lì dove
sono, dentro di sé. La parola tedesca heimlich significa
appunto segreto, e quindi luogo protetto. Il passaggio al
bosco è però anche unheimlich/inquietante : una “escursione
perigliosa” , oltre il “meridiano zero del nulla” che
comporta un “avvicinamento” alla morte. Come insegnano le
dottrine tradizionali, solo nell’estremo pericolo cresce ciò
che salva. Nella foresta infatti il Ribelle rinasce ad una
vita nuova e più autentica: solo andando verso la morte il
singolo, che è “l’uomo libero come Dio l’ha creato, l’uomo
che si nasconde in ciascuno di noi”, può vincere la paura
dell’annientamento, e quindi ogni altro timore che discende
da quella paura. Diventando così un uomo libero, conscio
della sua natura principesca e dell’immensità della sua
forza che lo mette in relazione con l’Assoluto. Il passaggio
al bosco non sembra dunque, come lascia intendere lo stesso
Jünger, un regresso al mondo delle madri. Ce lo ricorda
Nietzsche: il “ritorno alla natura” non è propriamente un
retrocedere ma un andare in alto verso “l’eccelsa, libera, e
anche tremenda natura e naturalità, una natura che gioca e
può giocare coi grandi compiti”. In definitiva possiamo dire
che con il Trattato del Ribelle Jünger ci consegna
un’immagine della foresta (che ritroviamo spesso anche nella
mitologia e nelle fiabe europee, a testimonianza di quanto
sia radicato nel nostro animo il simbolo del bosco), come
luogo in cui l’uomo diviene sovrano di sé, ritrovando il
contatto con quei poteri che sono superiori alle forze del
tempo. E , come afferma Claudio Risé ne L’ombra del potere
(Red edizioni), il Waldgänger è una rappresentazione
contemporanea dell’archetipo dell’Uomo Selvatico, colui che
si salva grazie al suo sapere naturale. La Via del Bosco è
dunque il percorso che ogni uomo deve compiere per
recuperare la sua “selvatichezza”, e per riscoprire quelle
forze ed energie maschili, anche violente ma necessarie alla
trasformazione della realtà, che la società grandematerna ha
sacrificato sull’altare delle buone maniere.