PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Gaston Bouthoul - L'infanticidio differito


Alla singola guerra si va attraverso una pluralità di atti, e all’apocalisse attraverso una pluralità di guerre che mirano anche a preparare il materiale umano idoneo a quello che il polemologo Gaston Bouthoul chiama l’“infanticidio differito”, cioè la strage dei ventenni.



Gaston Bouthoul (1896-1980)

L’opera del sociologo Gaston Bouthoul
(1) può essere considerata il tentativo più serio finora fatto di impostare i problemi della guerra in modo scientifico. I risultati ai quali la sua indagine è pervenuta, sotto molti aspetti, possono essere utilmente accostati ai dati dell’indagine psicoanalitica.

Bouthoul prende in esame le opinioni e le teorie sulla guerra, la sua morfologia, i suoi aspetti tecnici, demografici, economici e psicologici. Prima di provarsi a enucleare le leggi dinamiche fondamentali del fenomeno guerra, Bouthoul pone in rilievo alcuni ostacoli allo studio scientifico delle guerre, che possono essere riconosciuti anche dalla psicoanalisi e che consistono 1) nella pseudoevidenza della guerra per cui questa è intesa come un fatto noto del quale ognuno crede di conoscere le cause; 2) nell’illusione che la guerra dipenda interamente dalla volontà cosciente degli uomini, mentre al contrario le motivazioni coscienti della guerra sarebbero da ritenere epifenomeni o motivazioni aggiunte o addirittura accessorie, tali cioè da impedire di raggiungere la conoscenza delle tendenze bellicose profonde e il loro rapporto con alcune modificazioni della struttura della società, nel momento in cui essa si dà alla guerra; 3) nell’illusionismo giuridico, vale a dire in quell’insieme di razionalizzazioni giuridiche che hanno cercato in ogni tempo di teorizzare la guerra legalizzandola. Nella storia del diritto internazionale, troviamo agli inizi la concezione teologica, che considera il combattente come la proiezione terrestre di una lotta di divinità. Tale concezione permane ai nostri giorni sotto forma di mitizzazioni laiche della guerra come “strumento del destino, incaricato di portare a compimento i disegni misteriosi della Storia.”

(1) GASTON BOUTHOUL Le guerre - Elementi di Polemologia, Ed. Longanesi & c., Milano, 1961.

Successivamente la mitologia teologica della guerra è stata sostituita dalla mitologia dello Stato, con l’apoteosi della sovranità, con il diritto di conquista, di quello del primo occupante, del principio dinastico, aristocratico e popolare e, infine con l’ipostatizzazione della nazione e della razza. Tipica mitizzazione dello Stato in rapporto alla guerra è la posizione hegeliana, per cui la guerra è il punto culminante della vita dello Stato, perché attraverso la guerra lo Stato giunge “alla più alta coscienza di se stesso.”

Un altro ostacolo allo studio scientifico della guerra è la concezione antropomorfica del diritto internazionale, secondo la quale la guerra viene assimilata alle liti private tra cittadini.

Mettendo in guardia contro il semplicismo di una riduzione artificiale della guerra ad una causa unica, Bouthoul precisa che durante la guerra assistiamo “ad una modificazione radicale e brusca” della nostra sensibilità e a un capovolgimento di senso di tutti i valori sia morali che economici.

Per la fondazione della polemologia Bouthoul auspica una metodologia che comprenda: la descrizione dei fatti materiali, la descrizione dei comportamenti psichici, un primo grado di spiegazione, (corrispondente alle spiegazioni date alle guerre particolari dagli storici), un secondo grado di spiegazione (comprendente tutte le opinioni e le dottrine sulla guerra in generale).

Successivamente, dopo aver preso in considerazione i fatti tecnici, psicologici, economici, demografici della guerra, cerca di stabilire le vere e proprie funzioni della guerra, che, al di là di ogni soprastruttura, vengono identificate come pure e semplici funzioni distruttive.

Il carattere più specifico della guerra è il suo essere un fenomeno collettivo.

La finalità della guerra, sul piano soggettivo, è diversa dagli scopi dell’aggressività individuale; la guerra è una lotta armata, che richiede solidarietà in vista di una organizzazione, ma soprattutto essa ha un carattere etico­giuridico cogente per tutti gli individui del gruppo.

Per Clausewitz “la guerra è un atto di violenza il cui scopo è di forzare l’avversario ad eseguire la nostra volontà.” Bouthoul propone la definizione di guerra come “lotta armata e sanguinosa tra gruppi organizzati.”

1. Fattori tecnici delle guerre

Il susseguirsi storico delle varie tecniche di guerra, (cioè di vari tipi di armi) in quanto puro dato obiettivo di realtà, sembra avere per lo psicoanalista uno scarso interesse.

E’ noto che le tecniche della guerra hanno seguito e spesso stimolato molte conquiste tecniche dell’umanità. Viste nell’ambito delle modalità spaziali (distanza tra belligeranti) in cui le azioni di guerra si esplicano, il fatto più evidente è che le conquiste tecniche hanno progressivamente portato alla possibilità di colpire il nemico sempre più da lontano, con una rapidità, con una radicalità, che tende a corrispondere all’assoluto delle fabulazioni magiche (vedi lampada di Aladino che distruggeva gli eserciti nemici in un sol colpo). Tale fatto ha portato a una differenziazione sempre maggiore tra le modalità della aggressività interindividuale diretta del corpo a corpo e le modalità in cui le azioni distruttive si esplicano tra gruppi. La scoperta dell’energia atomica, aprendo alla guerra la prospettiva pantoclastica, ha portato la guerra a coincidere infine con le originarie individuati fantasie di onnipotenza sadica distruttiva. Se paragoniamo i simbolismi inconsci, nei quali le armi vengono rappresentate, all’evoluzione tecnica della guerra troviamo che questa sembra aver camminato — rispetto all’inconscio — in senso regressivo. Le armi più primitive (spada, gladio, lancia) esplicando la loro azione attraverso l’intrusione diretta nel corpo dell’altro, operata reciprocamente tra due individui, sembrano collegabili alla fantasmatizzazione del sadismo genitale e sono in realtà molto vicine alle modalità dell’aggressione interindividuale.

Le armi da fuoco, che implicano il proiettile, cioè qualcosa che dall’arma viene lanciato contro il nemico, sembrano riconducibili invece nella fantasmatizzazione del sadismo anale.

La guerra chimica e le armi atomiche, in quanto hanno aperto la prospettiva pantoclastica in un orizzonte di distruttività e di contagio malefico, sembrano più facilmente interpretabili in un universo fantasmatico dominato dall’onnipotenza e dalle angosce di influenzamento e di annientamento, che sarebbero tipiche del sadismo orale. Questa sconcertante evoluzione regressiva delle risonanze inconsce, per cui lo sviluppo tecnico delle guerre sembra corrispondere nell’inconscio ad una mobilizzazione dei livelli di risonanza fantasmatica sempre più regressivi, pone dei problemi oscuri, Se dovessimo impiegare tale sconcertante evoluzione regressiva come punto di riferimento prognostico, saremmo portati a trarre delle conclusioni del tutto infauste. La psicoanalisi ci ha familiarizzato con l’idea che la regressione domina il passaggio dalla psicologia dell’individuo alla psicologia del gruppo.
(2) Ma il riscontro di livelli di fantasmatizzazione sempre più regressivi che accompagnano lo sviluppo delle tecniche delle guerre, ci suggerisce un’ipotesi imprevista ed agghiacciante: sembra cioè che l’evoluzione tecnica della guerra, traguardata attraverso le risonanze inconsce, con il suo procedere paradossalmente regressivo, rappresenti attualmente la verificazione di quegli stadi che siamo ormai abituati a considerare come points de repère dei processi psicotici. Per quanto catastrofica possa essere la prognosi ricavata dai livelli di risonanza inconsci, essa ha tuttavia la possibilità di incontrarsi con una diagnosi della guerra che l’uomo da sempre ha fatto, ma che ora soltanto è in grado di rivelare apertamente a se stesso: essere cioè la guerra la normalità e nello stesso tempo la malattia mentale dell’uomo. Paradossalità dunque che diventa sempre più evidente quanto più si realizza storicamente, come se la prognosi imprevista ed agghiacciante, che più sopra abbiamo fatto, dovesse anche costituire il punto di partenza di una prognosi meno infausta: quella che potrebbe nascere finalmente dal progressivo rivelarsi del fatto che la guerra è originariamente il risultato di processi psicotici.

2. Fattori demografici della guerra

L’interessante capitolo che Bouthoul dedica ai fattori demografici della guerra ci rivela una delle più inquietanti funzioni di quest’ultima. Per chiarire tale funzione egli parte dalla constatazione empirica che ogni guerra porta all’aumento della mortalità, cosicché essa può apparire una distruzione volontaria di riserve di vite umane previamente accumulate, un atto compiuto con l’intenzione implicita di sacrificare un certo numero di uomini. Per quanto tale intenzione non sia esplicita e cosciente, Bouthoul ritiene che essa sia specificamente operante. Partendo dalla costatazione empirica della distruzione dei figli dell’uomo operata

(2) Alix Strachey, The Unconscius Motives of War, Allen and Unwin, London, 1957.


dalla guerra, questa viene concepita come un infanticidio differito. Poiché la sola caratteristica demografica costante e generale di un conflitto armato è un aumento della martalità, Bouthoul, scavalcando qualsiasi altra motivazione più o meno razionalizzata (e quindi sovrastrutturale) considera la guerra una istituzione distruttiva volontaria: in particolare una istituzione distruttiva che prende di mira gli uomini giovani.

La guerra casi appare come l’accumulazione in una determinata società di un capitale umano, di cui una parte, ad un determinato momento, viene buttata via.

Allorché una società ha un eccesso di uomini giovani, presenta secondo Bouthoul una struttura sociale esplosiva, come se la giovane generazione, quando è eccedente, costituisse un elemento di disturbo della società. La eccedenza di aggressività che costituisce la impulsione bellicosa viene così identificata con la eccedenza di uomini giovani. L’enorme e brusco aumento della salute fisica dei popoli europei, iniziato con la vaccinazione lenneriana, avrebbe determinato perciò, come sostituta di epidemie biologiche, l’instaurarsi di una disposizione alla guerra come epidemia psichica, il cui scopo sarebbe ora quello di eliminare l’eccedenza delle nascite sulle morti. La guerra avrebbe quindi il compito di perpetuare la specie sacrificando alcuni individui.

Bouthoul assegna al fattore demografico della guerra un ruolo primario e dà a tale fattore il primato su tutti gli altri, in quanto assorbirebbe in sé anche il fattore economico. L’equilibrio economico sarebbe cioè costituito, nella sua forma più generale, da due varianti: da una parte la popolazione e dall’altra l’insieme dei beni di consumo e dei mezzi di produzione. Ciò che incide sul fattore demografico ha una ripercussione diretta sul fattore economico. La struttura esplosiva legata ad una eccedenza di maschi giovani, non sarebbe però la causa determinante della guerra, bensì un elemento predisponente che va a rinforzare e a rendere più virulente le altre cause. Il fattore demografico agirebbe inconsciamente determinando la risposta alle stimolazioni bellicose.

D’altra parte, secondo il sociologo Thompson, non sarebbe tanto la pressione demografica in sé e per sé, ma la coscienza che se ne ha, cioè la pressione sentita, che deciderebbe delle concrete modalità in cui il fattore demografica influenza i problemi politici internazionali. Allo stesso modo , un paese che non ha provato la inflazione, la può tollerare per lungo tempo, perché non ne ha coscienza, mentre un paese che ha già provato l’inflazione, al semplice annuncio di inflazione, reagisce in modo drammatico, perché questa è più sentita (mobilizzazione di ansia).
L’indagine storica sui rapporti tra demografia e impulsi bellicosi sembra confermare l’intimo legame tra le due entità come rapporto di causa ed effetto. “Laissez faire a Vénus et vous aurez Mars” aveva scritto Bergson nel 1936. D’altra parte la stessa disposizione bellicosa può essere causa di aumento di popolazione in quanto l’esistenza di un surplus di giovani (battaglia demografica) viene considerato un mezzo per difendersi. Ma questo surplus è a sua volta generatore di spirito di aggressione e in tal modo l’effetto diventa a sua volta la causa e l’antinomia rimane, almeno finora, insolubile.

La rivoluzione demografica iniziata dalla seconda metà del XIX secolo, (fino ad allora la mortalità infantile raggiungeva fino il 70%) si troverebbe in stretto rapporto con l’aumento della bellicosità dell’Europa.

Oltre alla guerra, le società possono disporre di istituzioni distruttive che si aggiungono alla morte naturale, Bouthoul prende in esame l’infanticidio, l’infanticidio indiretto creato dalla condizione proletaria, la castrazione, il monachismo, la castità imposta, la schiavitù, il diritto repressivo che isola i criminali.

La superpopolazione non deciderebbe perciò necessariamente e automaticamente una guerra: essa mette in opera istituzioni distruttive ed eliminatrici di cui la guerra sarebbe il caso limite, e più clamorosamente istituzionalizzato. Cosi la pace romana, verificatasi tra la fine delle guerre puniche e Diocleziano, avrebbe avuto la sua istituzione distruttiva, anziché nella guerra, nei milioni di schiavi sacrificati. La pace cinese, oltre ad essere garantita da guerre interne dì brigantaggio e dalle epidemie, avrebbe avuto i suoi sostegni nel disprezzo generale della vita. La longevità in Cina era infatti considerata come un favore eccezionale degli dei.

La pace britannica, avutasi nell’800, nonostante il forte aumento della popolazione, viene rapportata ai grandi sacrifici delle classi povere e al lavoro infantile, che falcidiava le giovani generazioni. In nessun paese come in Inghilterra si verificava una differenza così forte tra mortalità dei ricchi e dei poveri. A Bath la durata media della vita di un gentleman era di 55 anni; quella di un operaio di 25.

Considerazioni analoghe valgono infine per la pace indù, che dura dalla fine del XVII secolo. L’India, che prima della conquista inglese era uno dei paesi più bellicosi del mondo, divenne pacifica attraverso le continue lotte tra i principi indù, aggravate dal fanatismo religioso. Va notata però una funzione distruttiva particolare: l’altissima mortalità infantile.

I mezzi di rilassamento demografico riscontrabili storicamente sarebbero: 1) l’impedimento sistematico dell’aumento della popolazione imponendo l’aborto e l’infanticidio. Tale politica fu adottata dalla feudalità dell’antico Giappone e da alcuni paesi dell’Oceania e della Malesia (soluzione insulare); 2) la creazione di condizioni per una larga mortalità di giovani (soluzione asiatica); 3) l’esercizio della guerra (soluzione europea).

Ne deriva il corollario che la guerra, come infanticidio differito, si produce in misura direttamente proporzionale alla diminuzione della mortalità infantile.

Il fattore demografico implicherebbe dunque la messa in opera di funzioni distruttive in genere: la guerra è una di queste. Le strutture demoeconomiche sarebbero pertanto le radici dell’aggressività, mentre le ideologie e i problemi politici non sarebbero che sovrastrutture o meglio istanze esecutive delle fondamentali funzioni distruttive espresse dalla guerra.

Secondo Bouthoul, la previsione di Marx che la società capitalistica avrebbe prodotto una miseria crescente nei paesi capitalistici, non si è verificata in Europa, perché l’Europa occidentale gode da un secolo del frenaggio demografico. La miseria crescente si verificherebbe invece, indipendentemente dai regimi politici, nei paesi in cui non c’è freno demografico. Nei paesi con pianificazione autoritaria applicata solo alla produzione e non all’aumento della popolazione, il risultato della pianificazione economica viene falsato, perché, allorché attraverso sacrifici si arriva a produrre per cento milioni di uomini, ci si trova di fronte, se non c è frenaggio demografico, al fatto che i cento milioni sono diventati centotrenta.




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