I temi
caratteristici delle opere di Gottfried Benn, tra le più
significative voci della poesia espressionista, sono la
malattia e il decadimento fisico, come risulta
particolarmente evidente nelle raccolte liriche Morgue
(1912) e Carne (1917). Riflessioni teoriche sul valore della
parola come strumento aggressivo e dissacrante del
nichilismo artistico che lo contraddistingue si ritrovano
nell'ultimo periodo della sua attività letteraria, in saggi
come Problemi della lirica (1952) e anche in raccolte di
versi come Aprèslude (1955).
Gottfried Benn (Mansfeld 1886 - Berlino 1956)
Poeta
tedesco. Fu medico militare durante la prima guerra
mondiale; dopo la fine del conflitto si specializzò in
dermatologia e venereologia. Le esperienze di guerra e di
lavoro gli fornirono materiale per diversi racconti brevi e
alcune delle poesie antisentimentali contenute in Morgue
(1912), Carne (1917) e Scissione (1925), che ne fecero un
esponente di spicco della Nuova Oggettività.
Nel 1933 Benn salutò la presa del potere da parte dei
nazisti nel saggio Il nuovo stato e gli intellettuali, ma a
poco a poco perse ogni fiducia nel regime, che poi, nel
1937, bandì i suoi libri. Nel 1935 tornò nell'esercito, che
vedeva come 'una forma aristocratica di emigrazione' e dove
rimase in servizio attivo fino al 1945. Gli Alleati non gli
permisero di pubblicare fino al 1948. I suoi ultimi libri di
poesie, tra i quali Poesie statiche (1948), Flutto ebbro
(1949) e Aprèslude (1955), mostrano l'influenza di Eliot e
Auden. Nel 1950 pubblicò l'autobiografia Doppia vita.
Pietra,
verso, flauto
Forse
un giorno, quando si guarderà indietro a questo secolo, e ci
si domanderà chi ha detto la sua verità letteraria con un
timbro che solo in quest'epoca poteva apparire (un po' come
lo pensiamo per Baudelaire nell'Ottocento), forse allora si
dirà: Gottfried Benn. Nessuno ha avuto la sua
spregiudicatezza insolente, la sua malinconia letargica, la
sua insofferenza per la dignità sociale, infine il suo
orecchio assoluto per la forma: "Lo stile è superiore alla
verità, porta in sé la prova dell'esistenza". Nessuno come
lui ha saputo vivere nella perenne dissociazione di tutto da
tutto (lo chiamava " sopportare la contiguità orizzontale
delle cose") senza cadere nel panico, ma continuando ad
accostare sillabe, come se da quel lavoro di soffiatore di
vetro dipendesse la sussistenza di ciò che è. Come sembrano
timidi, e anche benpensanti, certi eroi del modernismo - che
siano D.H. Lawrence, "erotico all'aroma di pino", o anche
Joyce -, dinanzi al vecchio Benn, il Tolemaico, rintanato
fra le macerie di Berlino nel suo laboratorio di
parrucchiere per signora, che elucubra in solitudine...
Pietra, verso, flauto è una sequenza di passi in prosa che
Jùrgen P. Wallmann ha tradotto da tutti gli scritti di Benn,
saggistici, narrativi, epistolari. Forma quanto mai
congeniale all'opera di Benn, che si presenta sin
dall'inizio come una successione di schegge ("Chi non vede
più connessioni, più alcuna traccia di un sistema, può
ancora procedere solo per episodi").
"Imperdonabile Benn, e non certo nel suo sacco cinerognolo
di peccatore politico (neppure è dignitoso ricordare quanta
cattiva politica sia sempre perdonata in nome della cattiva
scrittura), bensì nella sua stola purpurea di confessore
della forma: l'autore di alcune poesie solo possibili al
magistero del più alto maestro in molti anni di lingua
tedesca, poiché di questo si tratta, alla fine.
Imperdonabile Benn, che afferma non dover essere il poeta lo
storico del proprio tempo, anzi il precursore al punto da
ritrovarsi di millenni alle spalle di quel tempo,
l'antecessore al punto da poter profetare dei più lontani
cicli avvenire. Testimone soltanto di ciò che immobilmente
perdura: un guerriero, una stella, una morte, un cespuglio
di sorbo".