PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Gustave Thibon - Ritorno al reale


Gustave Thibon (Saint-Marcel-d'Ardèche, 2 settembre 1903 – Saint-Marcel-d'Ardèche, 19 gennaio 2001) è stato un filosofo e scrittore francese. È stato definito "il filosofo contadino" ("le philosophe-paysan").

"Non sono un autodidatta, perché i libri sono dei maestri. Ma, se ho detto che a scuola il ragazzo impara spesso a manifestare ciò che non è e a diventare ciò che intimamente è, io non ho avuto questa grazia o questa disgrazia e mi sono formato a contatto diretto di libri e di testimoni viventi senza passare per i canali della scuola e dell'università"

In questo modo il filosofo-contadino descrive il suo percorso di studi, caratterizzato da una sincera sete di conoscenza e dalla ricerca della verità delle cose, della realtà. Nelle sue opere si fondono un'analisi acuta delle storture della Modernità, bacchettata nei suoi errori e contraddizioni, e un autentico anelito all'universale.

Ritorno al reale

Con una riedizione delle due opere più famose di Thibon, Diagnosi e Ritorno al reale, ritorna un testo che è allo stesso tempo una pietra miliare, una pietra di paragone e una pietra di inciampo per il mondo e l’uomo moderni.
Thibon, che non ama la definizione di “autodidatta”, ha avuto per maestri i libri, anche se apprese il latino, il greco, il tedesco, lo spagnolo leggendo Seneca, Platone, Holderlin e Cervantes, mentre lavorava nei campi.
Il testo rappresenta un salutare antidoto all’irrealismo della nostra società, dove la relativizzazione dell’esistenza si è ormai sostituita a quella visione reale e naturale della vita di cui forse i nostri padri ricordano con nostalgia i brandelli.
La scoperta del filosofo-contadino ha segnato per molti una svolta decisiva.
Il creato di Thibon, seppur sovente aspro e talvolta enigmatico, è stato ed è per molti una casa accogliente e quello di Thibon è un mondo rappacificato, segnato da quella penitenza che permette la riconciliazione dell’uomo con se stesso, dunque con la creazione, infine con il Creatore.
La capitalizzazione del male (strutture del peccato) odia e combatte l’ordine dell’universo detestando Dio: ma, non potendolo colpire direttamente, essa agisce deturpando il creato (speculum Dei) e l’uomo suo principe (imago Dei).
Il pensiero di Thibon, riguadagna quella dimensione creaturale dell’esistenza - il riconoscersi creatura e il contemplare la creazione - che riconnette a Dio mediante l’innamoramento al reale.

«Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale»,
di Gustave Thibon, Effedieffe edizioni, 1998.
(parte dell'introduzione)

Anche se alcuni lettori e critici ci hanno spontaneamente collocato tra gli spiriti «di destra», spesso ci è stato chiesto: «Siete di destra o di sinistra?».
Accettiamo volentieri l'etichetta di destra, ma a condizione che ci si lasci precisarne il contenuto.
Innanzitutto è opportuno rispondere: «Che cosa intendete per destra e per sinistra?».
Le risposte che otteniamo ci confermano nell'opinione che le nozioni di destra e di sinistra sono avviluppate, nello spirito della maggior parte degli uomini, in una inverosimile nuvola di pregiudizi e di illusioni.
Personalmente ricordiamo di esserci fatti trattare, nello stesso giorno, da odiosi reazionari perché affermavamo che avremmo trovato la salvezza soltanto nella creazione di una nuova aristocrazia, e da terribili socialisti perché esprimevamo qualche dubbio sulla legittimità della proprietà puramente capitalistica.
A nostro avviso due grandi fonti di errore contribuiscono, in questo campo, a confondere e a sviare gli spiriti.
La prima consiste nel considerare certi problemi sociali che hanno un contenuto eterno non più, come converrebbe, in funzione delle leggi essenziali della natura umana, ma unicamente dal punto di vista di quel mostruoso - e relativamente recente - accidente costituito dal dominio assoluto del denaro.
Vi è in ciò una inesauribile miniera dì equivoci.
Da un lato, troppi uomini di destra, pontefici e profittatori del capitalismo, si immaginano di incarnare ì valori di ordine e di stabilità; dall'altro, troppi uomini di sinistra, dissimulando i loro istinti di sovversione sotto il velo di un ideale di giustizia e di progresso, sono fin troppo felici di scuotere, attraverso il falso ordine borghese e la tirannia del denaro, le nozioni eterne di autorità e gerarchia.
Affermiamo la necessità di una sana élite dirigente, indipendente dai risucchi e dal capriccio delle masse?
Subito ci si tratta da nemici del popolo, si lega la nostra causa a quella delle potenze finanziarie o dei borghesi oziosi e degenerati.
Si dimentica soltanto una cosa: che l'élite di cui parliamo ha così pochi rapporti con la pseudo-aristocrazia dei padroni e dei profittatori del momento, che è ancora quasi tutta da creare!
Rimproveriamo ad una certa ideologia dì destra di non avere altro fine oltre a quello di salvare, con la scusa di opporsi all'anarchia, certi vantaggi esclusivamente materiali e finanziari.
Ma proviamo un'eguale repulsione per quell' ideologìa di sinistra che mira unicamente a reclamare per tutti gli uomini gli stessi sordidi vantaggi.

In ambedue i casi, il primato assoluto della materia e del denaro radice fatale di ingiustizie, di depravazione e di conflitti - non viene minimamente scosso.
Le nostre ambizioni sono più profonde.
Noi vogliamo un rifacimento centrale della società che, a tutti i gradi della scala sociale, assicuri agli uomini una larga indipendenza nei confronti del denaro.
In altri termini, vogliamo sostituire, come criterio dello sforzo di un uomo e del suo posto nella gerarchia, ì valori vitali e spirituali ai valori finanziari.
Siamo cosi poco borghesi, nel senso spregiativo del termine, che, lungi dal voler imborghesire il popolo (Péguy aveva già denunciato questa tara di un certo socialismo), vorremmo disimborghesire lo stesso borghese.
Se il socialismo consiste nel frenare gli eccessi del capitalismo liberale a profitto delle comunità e delle gerarchie naturali, siamo socialisti.
Ma se consiste nel distruggere il capitalismo liberale a profitto di un capitalismo di Stato più estraneo ancora ai bisogni profondi dell'uomo, non siamo più socialisti.
Se si tratta di riassorbire il proletariato permettendo a ciascuno di svolgere un ruolo organico in una società organizzata e di sviluppare la propria personalità nel proprio lavoro, siamo d'accordo.
Ma se si tratta di sostituire l'insicurezza dei proletari con la morta sicurezza di una polvere di funzionari senza ambiente umano e senza legame vivente con il loro compito, più sradicati e più irresponsabili ancora dei borghesi egoisti, tutto ciò che sappiamo dell'uomo e tutto ciò che amiamo nell'uomo insorge contro tale forma di «progresso».
Il capitalismo è come una tavola dove cibi adulterati vengono serviti ad un piccolo numero di uomini.
Sfortunatamente, troppi rivoluzionari non hanno altra ambizione che quella di moltiplicare all'infinito il numero dei convitati a quell'impuro festino.
Quanto a noi, vogliamo rovesciare la tavola, al fine di servire agli uomini un alimento più umano.

Il secondo errore consiste nello stabilire un' opposizione assoluta tra la destra e la sinistra, quando queste due nozioni, nella misura in cui corrispondono ad un oggetto reale, si compenetrano e sì completano nell'unità della vita.
E uno strano abuso quello di incollare su ogni testa pensante un' etichetta inamovibile di uomo di destra o di uomo di sinistra.
In realtà, nessuna autentica guida dell'umanità, è di destra o di sinistra in modo assoluto e definitivo: è di destra o di sinistra secondo i tempi, i luoghi, le circostanze e le diverse realtà con cui ha a che fare.
Bossuet, per esempio, è a destra quando proclama il diritto divino dei re?
Ma è a sinistra quando denuncia l'egoismo omicida dei ricchi?
Significa essere a sinistra prendere le parti del vero popolo che soffre e che lotta?
Ma significa essere a destra opporsi alla canaglia (e questa canaglia non comprende necessariamente solo dei poveri...) avida di distruggere e di dominare?
In ultima analisi, le nozioni di sinistra e dì destra hanno soltanto un' importanza molto relativa.
Ciò che è capitale, è realizzare una sintesi vitale dei diversi elementi (libertà e autorità, eguaglianza e gerarchia, ecc.) che le due opposte ideologie ricoprono. Ogni educatore degno di questo nome si sente duro di fronte ad un bimbo viziato e tenero di fronte ad un fanciullo martire.
Lo stesso amore per il fanciullo detta questi due atteggiamenti in apparenza contrari.
Un buon carrettiere spinge la ruota in salita e frena in discesa, e questi due gesti testimoniano di una eguale cura per la buona marcia del veicolo.
Lo stesso per la destra e per la sinistra.
Là dove l'impalcatura sociale minaccia di crollare verso destra, noi ci portiamo verso sinistra per tentare di ristabilire l'equilibrio, là dove minaccia di crollare verso sinistra, noi ci portiamo verso destra.

A coloro che ci accusassero di relativismo e dì opportunismo, e ci rimproverassero di non prendere nettamente partito per questo o quel movimento di destra o di sinistra, noi risponderemmo che da sempre abbiamo preso partito per il centro di gravità dell'edificio.
Tutti sono d'accordo oggi nel denunciare il fallimento del capitalismo liberale. L'anticapitalismo è diventato il grido di raccolta della maggior parte dei partiti, dall'estrema destra fino all'estrema sinistra che stigmatizza con grande chiasso «la dittatura dei trust».
Guardiamoci tuttavia dal lasciarci ipnotizzare da un fine puramente negativo. Esiste un dovere più importante ancora della lotta contro il capitalismo: è quello di suscitare gli organismi di base, i quadri e le élite capaci di rifare un mondo vitale attraverso il crollo del capitalismo.
Abbiamo il diritto di affermare che oggi tali elementi esistono?
L'organizzazione capitalistica non costituisce forse, in molti casi, l'ultima struttura sociale - struttura artificiale e malsana senza dubbio, ma oltre la quale non esiste più altro che una polvere di individui?
E se questa struttura si spezzasse improvvisamente, come potremmo evitare dapprima il caos e poi la costrizione totalitaria?
Da ciò l'urgenza di preparare al più presto quegli organismi professionali e locali, quelle comunità vive che ci eviteranno di passare dalla tirannia del finanziere a quella del burocrate, dal regno della cassaforte a quello della circolare.
Non basta sbarazzare il terreno, occorre anche costruire, o piuttosto occorre sbarazzare il terreno costruendo.
L'ideale sarebbe che il capitalismo venisse non distrutto da una rivoluzione, la quale lascerebbe dietro di sé soltanto rovine, ma riordinato e sostituito gradualmente dallo sviluppo delle vere comunità umane.
Dobbiamo lottare contro il capitalismo come la seconda dentizione dei bambini lotta contro la prima: ogni dente che cade è sostituito da un dente più solido e più adatto ai bisogni dell'essere umano.

Il disgregarsi delle tradizioni, dei costumi e dei caratteri, l'instabilità familiare e professionale, la denatalità, la lotta delle classi e dei partiti e tutti gli altri mali diagnosticati in questo libro fanno risaltare ai nostri occhi, con un'evidenza angosciosa, la terribile perdita di sostanza che affligge il nostro paese.
Troppi uomini, fissati sulle formule politiche più astratte, che arbitrariamente rivestono di un potere magico, litigano per decidere se la casa va ridipinta in bianco, in verde o in rosso: dimenticano soltanto che le sue fondamenta minacciano rovina.
Non si tratta di imbiancare, ma di ricostruire.
Si tratti di ricreare, umilmente, pazientemente e cominciando dalla base, una struttura organica della società, in cui l'uomo, interiormente collegato al suo compito ed ai suoi simili, possa vivere e lavorare conformemente alle esigenze profonde della sua natura, e in cui il minimo di costrizione legale, inerente ad ogni società, sia il baluardo e non la tomba della libertà.
Un tal fine dovrebbe bastare a collegare gli sforzi di tutti gli uomini di buon senso e di buona volontà.
Per parte nostra, non abbiamo mai avuto altra ambizione oltre a quella di rischiarare un poco la via che conduce a questo fine.

«Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale»,
di Gustave Thibon, Effedieffe edizioni, 1998.
(capitolo X)


Lo spirito di sinistra e lo spirito di destra

E' facile definire l'uomo di sinistra come un invidioso o un utopista e l'uomo di destra come un soddisfatto o un «realista».
Ma queste formule ci informano abbastanza poco sulla vera differenza interiore tra questi due tipi di umanità.
Tentiamo di vederci più chiaro.
Se evochiamo, in ogni campo, qualche personalità superiore (queste sole sono forse capaci di fornirci l'ingrandimento necessario alla scoperta delle essenze), si impone la seguente constatazione: il grande uomo di destra (Bossuet, de Maistre, Maurras, ecc.) è profondo e stretto, il grande uomo di sinistra (Fénelon, Rousseau, Hugo, Gide, ecc.) è profondo e torbido.
Ambedue possiedono tutta l'apertura umana: portano nelle loro viscere il male e il bene, il reale e l'irreale, la terra e il cielo.
Ciò che li distingue, è questo: l'uomo di destra, lacerato tra una visione chiara della miseria e del disordine umano e il richiamo di una purezza impossibile a confondersi con qualsiasi cosa di inferiore ad essa, tende a separare con forza il reale dall'ideale; l'uomo di sinistra, il cui cuore è più caldo e lo spirito meno lucido, tende piuttosto a confonderli.
Il primo, preoccupato di conservare all'ideale la sua altezza e la sua difficoltà di accesso, fiuterà volentieri odore di disordine negli «ideali» che corrono per il mondo; il secondo, spinto dalla fretta di realizzare i suoi nobili sogni e forse un po' disgustato delle ascese severe, sarà portato a idealizzare il disordine.
Qui si mescola, là si taglia...
«Imbavaglia e disciplina i demoni che sono in te e nel mondo», dice lo spirito di destra.
«Fanne degli angeli», ci sussurra lo spirito di sinistra; il guaio è, in quest'ultimo caso, che è infinitamente più facile travestire che trasformare.

L'ascetismo è a destra, il quietismo a sinistra.
Il duello tra Fénelon e Bossuet riveste, da questo punto di vista, un immenso significato umano.
Bossuet aveva fiutato nel quietismo il primo indizio, ancora timido e velato, di quella catastrofica confusione tra Dio e l'uomo, che doveva costituire il marchio dell'età moderna.
La corruzione quietista equivale sul piano religioso alla corruzione democratica sul piano politico: l'una e l'altra sono il frutto di quell'affanno febbrile dell'essere impotente il quale, non avendo più forze per lottare né riserve per attendere, si affretta - al fine di realizzare senza ritardi né fatica il suo sogno di pienezza e di felicità - a confonderlo con qualsiasi cosa.
Il quietismo e la mistica democratica consistono nel bruciare le tappe... in sogno!
La febbre è a sinistra...
I grandi pessimisti cristiani come Pascal o de Maistre non hanno certamente meno nobiltà o generosità di qualsiasi spirito di sinistra; essi hanno semplicemente una coscienza tragicamente viva dell'abisso che si stende tra ciò che l'uomo è e ciò a cui è chiamato: sono scettici per rispetto della verità suprema, realisti per amore della realtà del loro ideale.
«La visione e il riconoscimento sinceri della miseria dell'uomo sarebbero dunque sentimenti di destra?», mi si chiederà.
«Eppure, vedete a sinistra una tale cura di verità, una tale tendenza a smascherare tutto, a mettere a nudo tante bassezze indebitamente idealizzate (il freudismo e il marxismo per esempio sono a sinistra), mentre a destra si osserva piuttosto il farisaismo, l'oscurantismo, la pia fraus...».

Risponderò che anche a destra esistono dei grandi smascheratori (un Pascal, un Nietzsche, ecc.).
Tuttavia bisogna confessare che, nell'insieme, il bisogno di esplorare i bassifondi volgari o impuri dell'uomo e della società è un sentimento di sinistra.
L'uomo di destra sente troppo la realtà della bassezza umana per provare il bisogno di gridarla sui tetti, e sente anche istintivamente i pericoli che una simile esibizione comporta; prova infine, di fronte alle miserie dell'umanità, una specie di rattristato pudore che lo porta a distogliere lo sguardo (quel pudore, di natura essenzialmente aristocratica, degenera, nel tipo «borghese», in farisaismo ipocrita).
Ed assistiamo qui a questo curioso paradosso.
I politici, i moralisti, gli educatori, ecc., di destra, teoricamente trascurano la bassezza degli uomini e sembrano addirittura idealizzare ipocritamente la natura umana (si vedano ad esempio le loro concezioni un po' semplicistiche dell' «anima», della «virtù», della «patria», ecc.), ma, praticamente, trattano l'uomo con la prudenza e il rigore richiesti dalla sua miseria (i climi spiritualisti furono sempre rigorosi); quelli di sinistra, al contrario, urlano ai quattro venti la materialità e l'impurità congenita delle tendenze umane (teorie marxiste e freudiane per esempio); solo che, dopo tale discesa puramente speculativa agli inferi, trattano l'uomo da angelo e il loro ottimismo pratico è senza limiti.
E allora?
Qual è il motore segreto di una tale smania di smascherare?
Forse il desiderio di superare o di combattere ciò che l'uomo ha di inferiore o di vile?
Il fondamentale anti-ascetismo di tutti questi smascheratori prova sufficientemente il contrario.

L'anima della loro sincerità è ancora... la sete di idealizzare la bassezza umana!
Una volta dimostrato che gli «ideali» dell'uomo non sono altro che travestimenti dell'istinto sessuale (freudismo) o moventi economici (marxismo), cioè che la carne e la materia sono l'unica realtà, quale aureola appare al tempo stesso attorno alla materia e alla carne!
L'uomo di sinistra stigmatizza con grandi strilli il male del mondo, ma questo male, in fondo, non lo prende sul serio: per lui è soltanto un accidente superficiale ed effimero; ancora un po' di tempo e svanirà al soffio del «progresso», della «rivoluzione», ecc.
Certamente, ci sono ancora dolorose situazioni psicologiche dovute ai conflitti sessuali, e ci sono anche crudeli ingiustizie sociali, ma tutti questi mali scompariranno dal momento in cui l'uomo avrà veramente preso coscienza della realtà sessuale e della realtà economica.
L'ottimismo freudiano e l'ottimismo marxista traboccano di preziosi insegnamenti: per l'uomo di sinistra, il male rischiarato e denunciato è già quasi guarito, il male non è in fondo altro che un malinteso, una specie di falsa posizione presa nel sonno dall'umanità...
Esiste modo più sottile e più pericoloso di idealizzare il male che il presentarlo così esteriore e così curabile, evolventesi con tanta sicurezza verso un bene ed un equilibrio universali?
Ma è proprio la bassezza umana che i profeti rivoluzione denunciano?
No, poiché di questa bassezza fanno l'essenza dell'uomo.
Ciò che essi denunciano non è la materia o il peccato (vi si adattano benissimo, non vedono nulla al di là), ma il tormento e il dolore inerenti alla materia e al peccato.
Dalla materia e dal peccato finalmente organizzati, sbocciati, giunti alla piena coscienza e al pieno possesso di sé, sperano di veder scaturire un paradiso.
È chiaro ora che cosa significa quella fretta di denunciare e di sopprimere tutte le miserie umane?

L'infelicità potrebbe far pensare al peccato: si ha fretta di farla finita con l'accumulo di dolori che la bassezza dell'uomo trascina con sé perché, finalmente!, non ci siano più obiezioni contro tale bassezza.
Si perseguita il dolore per meglio canonizzare il peccato...
Si tratta infatti in primo luogo (e quanti ideali morali e politici sono fondati su un tale desiderio!) di rendere la bassezza indolore, di addomesticare e castrare il peccato.
Questi idealisti accettano tutto della caduta... tranne l'aculeo del castigo.
Essi cercano, implorano una sorta di divino riposo nella vanità - nella povera gioia e nel povero orgoglio dell'uomo caduto.
Non nutrono dubbi sulla divinità innata di tale uomo.
Così lo spettacolo del male riesce loro insopportabile.
Finché il male sussisterà, sarà impossibile adorare l'uomo senza riserve: un Dio non può, non deve soffrire!
Conclusione: volontà di cancellare il male-peccato come un mito e il male-dolore come un accidente.
Dopo di che tutto nell'uomo sarà ben mescolato, confuso, divinizzato!
Tutto è Dio quando non c'è più né vetta né gerarchia.
L'anarchia realizza il cielo a buon mercato.
Strettezza a destra, miscuglio a sinistra.
In tutti i campi, l'uomo abbandonato a se stesso può soltanto oscillare tra questi due scogli.
E, in ogni campo, soltanto un clima morale e sociale vitalmente cristiano può risparmiargli questa amara scelta.
La durezza ascetica di destra imprigiona gli abissi della rivolta e della miseria umana; la corta follia di sinistra li traveste, ma il cristianesimo li trasfigura.
A sinistra, l'ampiezza impura e febbrile della palude in cui si mescolano l'acqua e la terra, i miasmi e la rugiada - a destra la purezza stretta e ghiacciata dei monti rigidi - in alto l'ampiezza suprema del cielo puro, tenero e senza fondo - del cielo più largo della pianura, più alto e più vergine dei monti!

Al limite, lo spirito di destra sbocca nella negazione dell'ideale, quello di sinistra nella sua prostituzione.
Del resto, la fonte di questa perpetua confusione dei valori che caratterizza una certa mentalità di sinistra, risiede nell'anarchia interna degli individui.
Questi sono dei decadenti nei quali le facoltà e i sentimenti sono incompleti e affetti da una temibile indifferenziazione.
Nulla in loro è al proprio posto, non esiste gerarchia interna.
Lo spirito e l'amore non possono manifestarsi nella loro purezza: sono saturati da richiami inferiori.
D'altra parte la carne e l'egoismo sono anch'essi troppo deboli ed inibiti per dispiegarsi apertamente, chiamano in loro soccorso l'ideale e si fanno strada sotto una maschera generosa.
Il decadente non sa disgiungere la propria bassezza dalla propria altezza: tutto in lui è confuso e irriconoscibile.
Se è vizioso, chiama ciò amore, se è ambizioso afferma di servire la giustizia, e il peggio è che è sincero!
Così la sua bassezza è infinitamente più pericolosa di quella dell'uomo di destra, in quanto è portata sulle ali dell'ideale.
Confrontate un innamorato romantico con un uomo agitato da un normale bisogno sessuale, un tribuno socialista con un politico realista: i primi appaiono più grandi e più nobili, esercitano una maggior seduzione.
E questo si può capire: hanno messo in gioco ciò che vi è di più alto!
L'uomo normale può essere ipocrita, ma sa allora quello che fa.
L'ipocrisia consiste per lui unicamente nel dissimulare la propria miseria.

Ma quella del decadente consiste nell' idealizzarla.
Il primo mente per ciò che ha di peggiore e porta una maschera esterna.
Il secondo mente per ciò che ha di migliore, porta una maschera interna, e il suo stesso viso è maschera.
L'uomo di destra può essere mentitore, ma l'uomo di sinistra, al limite, è menzogna.
Del resto, la destra e la sinistra, in ciò che hanno di estremo e di perverso, sono collegate da profonde affinità.
Si passa con estrema facilità dall'una all'altra (confronta il capitolo su «La morale e la vita»), e queste pseudo-conversioni producono in generale dei risultati catastrofici.
Nulla è più terribile di un uomo il quale, con un temperamento di sinistra, si fa, in materia politica o religiosa, difensore delle idee di destra.
Per reazione contro la sua stessa confusione interiore, diventa ferocemente limitato e mutilatore, ha sempre qualcosa di nuovo da amputare o da reprimere: è una sorta di Argo che non cessa mai di strapparsi l'occhio che lo scandalizza! Reciprocamente, uno spirito di destra lanciato in un movimento di sinistra finisce, mettendo la propria unità e la propria continuità interiori al servizio del disordine e dell'utopia, con il portare questi mali alla loro suprema espressione.
I peggiori rappresentanti di ogni campo sono i transfughi del campo opposto...

«Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale»,
di Gustave Thibon, Effedieffe edizioni, 1998.
(capitolo XXXIV)


Essenza della nobiltà

Se venissi interrogato sulla mia concezione della morale, confesserei volentieri che la differenza tra nobile e basso mi sembra più essenziale della differenza tra bene e male.
Ma in che cosa consiste sostanzialmente la nobiltà?
In primo luogo nel rifiuto della facilità (piccoli profitti, calcoli meschini, impiego di tutti i mezzi per arrivare e per dominare, ecc): l'uomo nobile è quello che sceglie i mezzi.
In secondo luogo nel disprezzo per un certo tipo di prudenza: l'essere nobile sa rischiare...
Ma tutto ciò non giunge al nocciolo della questione, giacché si può, come i rompicollo di ogni specie, amare la difficoltà e il rischio senza avere un'anima nobile.
La parola nobiltà evoca in primo luogo, per me, l'idea di distanza.
Precisiamo: la nobiltà esteriore e apparente consiste nell'essere distanti nei confronti degli altri, la nobiltà interiore e reale consiste nell'essere distanti nei confronti di sé stessi.
L'uomo nobile pone la ragion d'essere della sua esistenza e la sorgente delle sue azioni in una fede, un ideale, un codice d'onore che s'innalzano enormemente al di sopra del suo meschino io.
La sua maniera di sentire, di giudicare e di agire è tutta impregnata di questa distanza: così le sue virtù sono indenni da quella viscosità, da quella aderenza dell'io, che insozzano e abbassano le migliori azioni.
Il principio della sua virtù è infatti fuori di lui, la sua sinistra ignora quel che fa la destra: lo scordarsi i servizi resi costituisce uno dei criteri essenziali della nobiltà.
Quella stessa distanza che lo separa dalle proprie parti basse, produce in lui l'oblio di ciò che dona e la memoria di ciò che riceve.

E' distaccato senza essere incostante, e fedele senza essere «appiccicoso» (la fedeltà dell'essere appiccicoso interessa soltanto la carne e l'io, è una fedeltà senza distanza).
Egli si ama anche, ma da lontano.
In ogni cosa, si tratta dall'alto.
Il grado di nobiltà di un individuo ci appare dunque misurato dallo scarto tra le sue ragioni di vivere e di agire e le esigenze del suo io carnale e vanitoso. Laddove un tale scarto non esiste, la bassezza è assoluta; laddove è infinito, la nobiltà è senza limiti, come nei santi, la cui anima abita in Dio...
Il disprezzo della morte, essenziale in ogni tipo di nobiltà, segna bene questa distanza.
Mentre l'anima vile, legata indissolubilmente ed interamente ai suoi appetiti inferiori, sacrifica tutto alla conservazione della sua vita terrena, l'anima nobile preferisce spontaneamente la morte al disonore.
Bisogna amarsi da molto in alto, da molto lontano per scegliere così la morte, quando la carne e l'io gridano da tanto vicino!
Il sacrificio della vita costituisce d'altronde il martirio, cioè la testimonianza dell'uomo a una realtà che lo supera.
Sempre la distanza!
Distacco nei confronti dell'io carnale e vanitoso, abbiamo detto.
Vi sono tuttavia delle anime essenzialmente nobili (un Luigi XIV, un Lamartine ad esempio) che sono vittime della carne e della vanità.
E' vero, ma esse non impegnano in ciò che una parte di se stesse, non aderiscono completamente alla loro passione, qualcosa in esse di incorruttibile e di alato resta lontano, quasi assente dalle loro debolezze.
In altri termini, le anime nobili possono conoscere delle cadute, ma non commettere delle bassezze: possono cadere, ma non appartengono al basso.
Dato che la nobiltà è definita come fedeltà ad un richiamo che ci supera, ne segue che esistono tante varietà di nobiltà, quante sono le vere vocazioni.

Ricordo di aver letto in «Revolution iiber Deutschland», il discorso tenuto ai loro ufficiali da alcuni soldati che si rifiutavano di partecipare all'attacco suicida che i capi della marina germanica progettavano di compiere, nell'ottobre del 1918, contro l'Inghilterra: «Sappiamo che gli ufficiali hanno giurato di morire piuttosto che abbandonare le loro navi all'Inghilterra. Ma l'onore degli ufficiali non è il nostro onore. Il nostro onore è quello di vivere e di lavorare per allevare i nostri figli, ecc.».
E'chiaro che l'onore di colui che guida l'aratro non ha le stesse esigenze dell' onore di colui che tiene la spada: il primo tende al mantenimento dei valori vitali (primum vivere), il secondo al mantenimento dei valori spirituali (potius mori quamfoedari).
E' chiaro anche che l'onore aristocratico postula l'esistenza di una classe sociale svincolata dalla maggior parte delle servitù materiali.
A colui che guadagna il suo pane con il sudore della fronte e la cui anima è completamente occupata dalla preoccupazione di questo pane sempre incerto e minacciato, non si può chiedere di aprirsi alle sottigliezze di una morale superiore.
La coltura dei valori spirituali implica un minimo di ozio e di sicurezza materiali: si disprezza meglio la morte quando si ha la vita assicurata!
Questi due onori si completano reciprocamente, poiché bisogna che l'uomo mangi pane, ma l'uomo non vive solamente di pane.
Le virtù aristocratiche sono più alte e più pure delle virtù popolari; ma sono anche più fragili e più minacciate, poiché invece di essere sorrette dal di fuori dall'incessante pressione della necessità, occorre che siano create dal di dentro attraverso lo sforzo della libertà.
La decadenza delle aristocrazie è d'altronde la peggiore di tutte: non esiste tipo più ripugnante di quello dell'uomo che non si guadagna la vita e non disprezza la morte.

«Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale»,
di Gustave Thibon, Effedieffe edizioni, 1998.
(capitolo XV)


L’ineguaglianza, fattore di armonia

La febbre egualitaria è uno dei mali più profondi e più gravi della nostra epoca.
Confessata o travestita, perturba in ogni campo l’equilibrio dell’umanità.
Essa fa sì che gli individui, le classi sociali e le nazioni si scontrino tra loro in una competizione senza esito.
Al limite, ciascuno finisce con il trovare insopportabile di non essere uguale non importa a chi e non importa in che cosa.
Un avventuriero aspira al potere supremo, il «proletariato» vuole spazzar via le classi dominanti, i popoli «poveri e dinamici» sentono di avere ogni diritto nei confronti dei loro vicini ricchi.
Per giustificare questa vergognosa malattia si sono evidentemente inventate parole piene di grandezza: il povero attacca il ricco in nome del «diritto all’esistenza», il portatore di tare fisiologiche, che vuole sposarsi a dispetto di ogni dovere sociale, si fa forte del suo «diritto all’amore», e così via.
Ma tutte le grandi parole servono soltanto a rendere più ripugnante l’egoistica realtà che ricoprono.
Come tutte le aberrazioni umane, queste aspirazioni insensate hanno tuttavia un fondamento nel reale.
L’egualitarismo - e considero questa definizione come capitale - rappresenta la caricatura e la corruzione dell’armonia e dell’unità sociali.
Ogni seria critica dell’egualitarismo implica dunque uno studio preciso delle condizioni di quell’armonia e di quell’unità.
Non si può definire una malattia se non in funzione della salute.

Le ineguaglianze naturali e le ineguaglianze sociali

Se gli uomini sono tutti uguali in quanto uomini, essi incarnano, per così dire, l’essenza umana a gradi molto diversi.
Basta confrontare tra di loro gli individui, i popoli e le razze per constatare una moltitudine pressoché infinita di diseguaglianze naturali.
Gli uomini nascono diseguali in salute, in forza fisica, in intelligenza, in volontà, in amore, ecc.
Una tale diseguaglianza presenta un carattere di necessità assoluta: non c’è modo né di sfuggirvi, né di portarvi rimedio, e, se è un male, questo male
è incurabile.
Così essa è ammessa da tutti gli spiriti sani, non solo di fatto ma di diritto.
Accanto a queste ineguaglianze naturali tra gli uomini, si osserva l’ineguaglianza nelle funzioni e nei privilegi inerenti alla gerarchia sociale.
Non tutti gli uomini hanno lo stesso rango nella società; essi sono disegualmente potenti, disegualmente ricchi, ecc.
E qui si impone una osservazione centrale: le diseguaglianze sociali non sono ricalcate sulle diseguaglianze naturali; è anzi raro che gli esseri meglio dotati dalla natura siano anche quelli che esercitano il potere o detengono la fortuna.
Tale scarto tra i doni naturali e la missione sociale è molto bene espresso dalla Scrittura: «Ho anche visto sotto il sole che la corsa non è degli agili, né la guerra dei valorosi, né il pane dei saggi, né la ricchezza degli intelligenti, né il favore dei sapienti, giacché tutto dipende per loro dal tempo e dalle circostanze».
Si capisce che un tale margine di contingenza tra le capacità naturali degli uomini e il loro rango sociale abbia ispirato dei seri dubbi sulla legittimità dì certe diseguaglianze.
Nessuno può nulla contro il fatto che, di due uomini, l’uno sia forte e l’altro debole, l’uno intelligente e l’altro sciocco.
Ma si sente istintivamente che la differenza per cui l’uno è principe e l’altro plebeo, l’uno ricco e l’altro povero non ha nulla di fatale e che, in numerosi casi, il rapporto potrebbe essere rovesciato senza danno.
E ciò solleva un nuovo problema.

Problema dell’ ineguaglianza artificiale

Gli spiriti semplicisti hanno la tendenza a considerare le ineguaglianze sociali come artificiali.
Si tratta di intendersi sul senso di quest’ultimo termine.
Se con esso sì vuol dire che le differenze sociali non si impongono con quel peso di necessità primaria e diretta che caratterizza le differenze naturali e che sono in parte opera dell’uomo come una casa, un’opera d’arte, un campo coltivato, ecc., siamo d’accordo.
Ma se artificiale pretende di significare fittizio, irreale e quindi illegittimo e degno di essere distrutto, facciamo tutte le nostre riserve.
La natura umana infatti implica la vita in società, e la vita in società la gerarchia e le sue differenze.
L’artificialità delle ineguaglianze sociali è una naturalità di secondo grado: è il prodotto spontaneo della natura di un essere fatto per creare e organizzare.
«Comprendo benissimo, potrà ribattere l’egualitarista. Ed infatti non è il principio dell’ineguaglianza sociale che denuncio come artificiale, bensì il ‘fatto’ che queste ineguaglianze si fondino così poco su differenze naturali. Quello che è ingiusto, quello che bisogna distruggere, è uno stato sociale dove si osserva un tale divorzio tra le capacità degli uomini da un lato e la loro missione e i loro privilegi dall’altro».
L’argomento non è sufficiente.
Una differenza di rango sociale o di fortuna tra due uomini non merita di essere condannata per il solo fatto che non si appoggia su un’ineguaglianza naturale. Un cittadino ben dotato può sempre con giustizia dire a sé stesso, di fronte alle mancanze di un capo politico o di un grande finanziere: «Perché io no? Io userei meglio di quest’uomo il potere o la fortuna».
Ma la risposta è facile: «Che mezzi avete per impadronirvi di quel potere o di quella fortuna? Possedete una ricetta infallibile per condurre automaticamente ‘i più degni’ alla sommità della scala sociale? Se sì, le vostre rivendicazioni sono legittime...».
Rousseau, segnalando non senza ragione, nel «Contratto Sociale», le carenze dell’ereditarietà, aggiungeva che la democrazia elettiva avrebbe affidato quasi necessariamente il potere all’«elite» della nazione.
Ahimè! Basta osservare i nuovi padroni che ci ha concesso da più di un secolo quel sistema elettorale dal quale ci si aspettava l’età dell’oro, per accorgersi che il fossato tra le ineguaglianze umane e le ineguaglianze sociali non tende a restringersi.
I casi della «struggle for life» si sono rivelati più disastrosi ancora di quelli dell’ereditarietà...
Sarebbe certamente auspicabile che la gerarchia sociale fosse basata sulla gerarchia naturale.
Ma una tale armonia rappresenta un ideale verso il quale una società sana deve incessantemente tendere, senza sperare mai di realizzarlo pienamente.
Se per respingere un sistema sociale bastasse constatare che esso non porta necessariamente i migliori ai primi posti, tutte le forme di società dovrebbero essere eliminate in blocco...
Resta comunque il fatto che i diversi sistemi sociali sono inegualmente imperfetti, e, fatta giustizia delle esagerazioni egualitarie, resta anche che c’è molto di artificiale, nel senso cattivo del termine, nelle ineguaglianze sociali.
E il problema si ripropone: che cosa è un’ineguaglianza artificiale?

L’ineguaglianza organica e l’ineguaglianza anarchica

Io non so se l’ultimo sovrano di Bisanzio, Costantino Dragazes, che si fece uccidere sui bastioni della sua città dopo una difesa eroica, era, tra gli innumerevoli abitanti del suo impero, il più degno del potere supremo; e neppure so se il più ricco proprietario del mio Paese, che lavora lui stesso e fa lavorare numerosi operai, «meriti» in modo particolare la sua fortuna.
Ma so bene che né l’uno né l’altro godono di privilegi artificiali: li sento al loro posto, servono a qualcosa, il primo faceva il suo mestiere di re, il secondo fa il suo mestiere di ricco.
Se penso invece ad un monarca moderno che abbandona il suo popolo dopo averlo esortato a lottare fino all’ultima goccia di sangue, o al «fortunato» vincitore di una lotteria che si avvoltola nel lusso o in piaceri imbecilli, ho la nettissima impressione che questi due uomini siano stati oggetto di un favore assurdo del destino: non sono al loro posto, non servono a nulla, non fanno il loro mestiere.
E’ chiaro: l’ineguaglianza dei ranghi e dei privilegi diventa fittizia e ingiusta nella misura in cui non corrisponde più all’ineguaglianza delle «missioni», degli incarichi e delle responsabilità.
Un re che «pianta in asso» il suo popolo pensando che tanto all’estero ci sono grandi alberghi e case da gioco dove la vita è dolce, è un cattivo re; un ricco che non riscatta la sua fortuna, sia con le proprie iniziative e le proprie buone azioni, sia con quella distinzione e quel lusso dei sentimenti che talora l’ozio favorisce, è un cattivo ricco.
Quando non so quale signore medioevale diceva, per spiegare la differenza tra un nobile e un villano, che posti ambedue tra la morte e il disonore, il villano avrebbe optato per la vita e il nobile per la morte, definiva sommariamente il principio di una ineguaglianza sana: il rischio accanto al privilegio, il rischio contropartita del privilegio...
Purtroppo è inclinazione naturale dell’egoismo umano ricercare i privilegi senza i rischi e i pesi.

Ci si vuole elevare non, come sarebbe legittimo, per meglio donarsi e «impegnarsi», ma per meglio «disimpegnarsi», per ritirarsi dal gioco!
Si combina paradossalmente la sete di salire e il desiderio di essere al riparo: si vuole essere tanto più al sicuro quanto più si è in alto, il che è propriamente un assurdo.
E le ineguaglianze create da questo stato d’animo sono anarchiche per essenza; come il piacere sessuale separato dalla funzione procreatrice, non hanno nessun genere di finalità collettiva; assomigliano a corpi estranei nell’organismo sociale.
Questo culto della falsa ineguaglianza, dell’ascesa senza merito né sacrificio, va necessariamente di pari passo con il culto del denaro.
In una società sana, la sorte personale dei capi e dei potenti è legata a quella degli uomini che governano o dei beni che possiedono: il principe faceva corpo con il suo popolo, il signore con la sua terra, ecc.; la felicità e la sicurezza di questi uomini dipendevano in gran parte dal compimento del loro dovere sociale.
Il ricco invece (in quanto detentore di denaro anonimo) non è saldato a nessuna funzione precisa nella società: quale che sia la sua abdicazione, la sua dimissione nei confronti dei suoi doveri sociali, godrà ovunque degli stessi privilegi e della stessa sicurezza.
Si pensi ai re in esilio, ai finanzieri cosmopoliti, persino ai piccoli egoisti possessori di una rendita...
L’ineguaglianza artificiale consiste dunque soprattutto nell’ineguaglianza finanziaria, «senza base e correttivo funzionali».
Una società si rivela malsana nella misura in cui tende a fondare la sua gerarchia sulla morta differenza delle fortune (1) a scapito della viva differenza delle funzioni.
Una tale tendenza fu, come si sa, il marchio indelebile della società capitalista...
Riassumiamo: perché un’ineguaglianza sociale sia legittima, non è necessario che sia ricalcata su una differenza di valore personale (l’ideale del «right man in the right place» si presenta come un asintoto...), ma è sufficiente che ciascuno eserciti una funzione organica e serva come meglio può, nel suo ordine, il bene collettivo.

Origine del falso egualitarismo

Ci sia ora concesso di compiere un breve excursus psicologico sulle radici di quel terribile istinto d’eguaglianza che sconvolge le società.
Il primo riflesso dell’egualitarismo è questo grido: «Perché io no?».
Da quale stato d’animo scaturisce?
Prendiamo un uomo qualsiasi che invidia la sorte di un grande personaggio e che dice fra sé: «Vorrei proprio essere al suo posto!».
Che cosa invidia costui in quel destino superiore?
Forse gli oneri, i rischi ed anche l’austera gioia di servire (il più delle volte non ci pensa neppure), oppure il prestigio, la fortuna e tutte le possibilità di piacere e di riposo, che nella sua mente sono indissolubilmente unite con la situazione del personaggio invidiato?
La risposta è fin troppo facile...
L’istinto egualitario ha le stesse fonti dell’istinto edonistico, è il marchio della medesima decadenza.
L’edonismo infatti nasce da un processo di disgregazione affettiva per il quale la sete di felicità, naturale in tutti gli uomini, si separa dalla sete di agire, di donarsi, di lottare, dallo slancio verso la «virtù» nel senso etimologico e larghissimo del termine.
Nell’uomo sano questi due istinti sono strettamente legati l’uno all’altro: la felicità è il coronamento dello sforzo e del dono e si accresce in funzione della perfezione raggiunta.
Il decadente, al contrario, non associa l’idea di felicità a quella di perfezione e di ascesa; non conosce altra perfezione che il godimento e la sicurezza: Dio per lui non è purezza, ma felicità e riposo.
Così, per poco che la sua situazione sociale sia inferiore, egli è spontaneamente egualitarista: nell’ordine della felicità materiale e del rifiuto di servire, il solo esistente per lui, di fronte a privilegi senza missione, a privilegi che permettono la dimissione, l’ultimo degli uomini può legittimamente rivolgere la propria ambizione ai posti più alti.
Soprattutto di fronte al denaro: ciascuno si sente degno di essere l’eletto di questa divinità anonima, ciascuno si sente capace, al limite, di godere e di non far nulla!
Non è d’altronde effetto del caso se le epoche in cui il primato sociale è devoluto al denaro, sono anche quelle in cui infierisce la peggiore febbre egualitarista.

Ma quegli operai che invidiano la vita facile di uno squallido cliente di un grande albergo, quel vecchio contadino che la necessità costringe ancora, per sua fortuna, a chinarsi sulla terra e che la vuota oziosità del piccolo pensionato suo vicino riempie di cupidigia, tutti i cuori contratti da un corrosivo «perché io no?», che cosa in realtà invidiano ai loro simili «privilegiati»?
Per strano che ciò possa sembrare, invidiano il loro nulla!
Appuntata verso il privilegio senza doveri, verso il peccato (giacché il rifiuto di servire è la definizione stessa di peccato), la volontà di eguaglianza diventa una volontà di nulla, una vertigine di autodegradazione e di morte.
E in questo risiedono il segreto e la logica del «comunismo».
Ci sono soltanto due cose assolutamente comuni a tutti gli uomini: il loro nulla originale e il Dio che li ha creati.
Se sono troppo deboli o troppo peccatori per unirsi nel culto di questo Dio, tendono invincibilmente a comunicare in quel nulla.
Ma non è al nulla puro e semplice che l’egualitarismo mette capo: l’uomo e la società hanno la vita dura!
Peccato capitale contro l’armonia - la quale non è altro che un gioco di ineguaglianze fondate sulle funzioni e sui doveri -, l’egualitarismo partorisce il caos; in altri termini, sostituisce al gioco delle ineguaglianze organiche un groviglio di ineguaglianze assurde e divoranti, frutto dell’intrigo e del caso - di tutto ciò che di meno umano esiste nell’uomo.
E’ chiaro, per esempio, secondo quanto dicono i testimoni più autorizzati, che il «comunismo» sovietico, fondato di diritto sull’egualitarismo più rigido, ha dato origine di fatto alle ineguaglianze più rivoltanti che la storia abbia mai conosciuto.

Ineguaglianza e armonia

Ascoltiamo una melodia. Ogni nota occupa in essa un posto diverso nella scala dei suoni, tutti gli elementi musicali (le stesse pause) sono diseguali tra di loro e, senza questa diseguaglianza, la melodia non esisterebbe più.
Ma non esisterebbe neppure se si sopprimesse, fra i suoi diversi elementi, quella sorta di profonda eguaglianza che risulta dalla comunione e dalla fusione nell’unità dello stesso tutto: non avremmo più allora altro che un caos di suoni.
Questa duplice esigenza di ineguaglianza e di eguaglianza si ritrova sulla scala della società umana.
Alla piatta nozione di eguaglianza, è importante sostituire la profonda nozione di armonia.
La sola eguaglianza reale e auspicabile tra gli uomini non può risiedere né nella natura né nelle funzioni; può essere soltanto una «eguaglianza di convergenza». Essa si fonda sulla comunione, e la comunione non può andare disgiunta dalla differenza: i granelli di sabbia del deserto sono tutti identici ed estranei gli uni agli altri...
In ogni armonia, l’interdipendenza corregge e corona l’ineguaglianza: le note di una melodia sono così ben legate le une alle altre nell’unità dell’insieme che, prese separatamente, non hanno più né anima né funzione.
Così dovrebbe essere per la vita sociale.
In mancanza dell’impossibile e catastrofica comunità di doveri e di privilegi, occorre che esista tra gli uomini, soprattutto tra i dirigenti e i diretti, una specie di «comunità dì destino».
I veri capi sono per il popolo una «testa», sono ad un tempo distinti da lui e legati a lui: la testa e il corpo vivono, soffrono e muoiono insieme...
Ma i cattivi padroni - quantunque siano quasi tutti degli accesi egualitaristi e pretendano, con una falsa e lusinghevole umiltà di identificarsi al popolo - sono estranei a coloro che dirigono, non servono da testa a nessuno, e tutta la loro abilità consiste nel giocare dal di fuori e per il loro personale profitto con i riflessi di un corpo decapitato...
E ciò ci conduce a formulare la seguente legge: un’istituzione è sana nella misura in cui favorisce una salutare interdipendenza fra i membri della gerarchia sociale.

Organizzazioni come il sistema feudale e il sistema corporativo sotto l’«ancien regime» servivano un tale scopo: così non è ad un vizio formale che hanno dovuto soccombere, ma alla carenza delle persone.
E’ chiaro, al contrario, che i miti sociali che hanno dominato il XIX ed il XX secolo (capitalismo, suffragio universale, comunismo, ecc.) sono malsani nel loro principio, in quanto atomizzano gli uomini.
Le istituzioni moderne non hanno bisogno di qualche ritocco, ma di un rifacimento generale.
[…]
Noi teniamo i due capi della catena: spetta a noi unire in una sintesi armoniosa lo spirito d’ineguaglianza e lo spirito d’eguaglianza.
Sarebbe vano abbandonarsi ora a fantastiche anticipazioni e voler tracciare l’esatta pianta della società futura.
Ma si può prevedere con certezza che la società sfuggirà alla divorante invasione del materialismo soltanto se vedremo rinascere istituzioni apparentate al corporativismo nell’ordine economico ed allo spirito della cavalleria e del sacerdozio nell’ordine politico.
Solo tali istituzioni saranno in grado di frenare efficacemente l’egualitarismo, sostituendo all’ineguaglianza materiale e quantitativa, un’ineguaglianza puntata verso la qualità e lo spirito o, almeno, facendo della prima non più un valore assoluto, ma semplicemente il supporto o lo strumento della seconda.
E, nello stesso tempo, lavoreranno a ristabilire l’eguaglianza sana, poiché la materia divide e lo spirito unisce.
Il nostro ideale respinge ad un tempo l’egualitarismo che vuole cancellare le differenze sociali e quella falsa mentalità aristocratica che tenderebbe ad indurirle in differenze di essenza (sarebbe ridicolo che il capo contraccambiasse l’amore che gli si porta, diceva già Aristotele...) e «consiste nel purificare e nell’ organizzare le ineguaglianze, in vista di un’eguaglianza più profonda; più precisamente nel mettere l’ineguaglianza al servizio dell’unità».
Ma che cosa è questa unità se non l’amore, e che cosa è l’amore se non Dio?
Attraverso le loro ineguaglianze naturali e sociali, tutti gli uomini sentono oscuramente che procedono dalla medesima sorgente e concorrono al medesimo fine.

Il cattivo egualitarismo nasce dall’irrigidimento egoistico di questa intuizione che è vera soltanto sulla linea dell’amore: come tutte le grandi aberrazioni dell’uomo, deriva dal rifiuto della condizione di creatura e dall’ambizione di essere come Dio.
La vera eguaglianza è il frutto di un amore comune; essa presuppone dunque la dimenticanza e il dono di sé.
Ma se ciascuno pensa soltanto a sé stesso, se l’inferiore si fissa nella sua invidia e il superiore nei suoi privilegi, con quale nome chiamare la febbre di eguaglianza che sorge in un tale mondo?
Essa allora non è più altro che un pretesto o una bandiera nella lotta, vecchia come il peccato, tra una moltitudine di piccoli dèi affamati che considerano come un’ingiustizia assoluta, ma «riparabile», ogni limite alla loro volontà di godimento o di potenza, e ciascuno dei quali vuole avere tutto, e per sé solo.
E’ infatti una legge fatale: «gli uomini che si distolgono dall’amore comune sono votati all’odio reciproco».
E lo spirito di eguaglianza procede necessariamente dall’una o dall’altra di queste due sorgenti.
Così non esiste struttura sociale solida in mancanza di clima religioso.
Un solo amore comune è capace di accomunare efficacemente gli uomini: è l’amore supremo.
E tutti i miti in nome dei quali si è preteso di unire gli uomini al di fuori di Dio hanno moltiplicato la separazione e l’anarchia.
Chi non raccoglie con me, disperde...
L’egualitarismo ateo è malsano perché non ha altra risorsa che quella di corrodere fino al nulla le differenze umane.
Ma l’egualitarismo cristiano è sano perché è fondato sul «superamento» e non sulla «estinzione» di tali differenze: esso le prolunga fino alla loro origine e al loro fine comuni, che è l’amore eterno.
Ed è così che si compie, nell’unità di tale amore, la sintesi dell’eguaglianza e dell’ineguaglianza.

Note
1) Queste osservazioni sono valide non solo per la società capitalistica, ma anche per la società statalistica: un funzionario lautamente retribuito e senza vere responsabilità gode di privilegi altrettanto artificiali di quelli di un proprietario di capitali anonimi. Aggiungiamo inoltre che i beneficiari di una falsa ineguaglianza non sono necessariamente quelli che occupano i gradi elevati della gerarchia sociale: capita che i profittatori della disarmonia collettiva siano i «proletari».


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