"I Bororo sono
degli Arara", asserì nel 1912
Emile Durkheim.
l'eminente sociologo, convinto che la religione fosse una
proiezione dell'esperienza socio-ambientale, intendeva dire
che la tribù india sudamericana dei Bororo si
autoidentificava con una specie di pappagalli del nuovo
continente, chiamati appunto Arara. A parere di Durkheim ciò
avrebbe dimostrato che ai Bororo mancava la coscienza di
essere uomini, cioè, secondo i canoni occidentali, esseri
razionali ormai affrancatisi dalle "cupe nebbie" della
dimensione naturalistica, tipiche della vita condotta dai
cosìddetti primitivi. I Bororo rientravano quindi tra i
popoli ingenui dediti al totemismo, un termine usato talora
a sproposito dagli etnologi, spesso preoccupati di stabilire
rassicuranti confini tra i presunti "popoli di natura"
(secondo la definizione di W. E. Muhlmann, uno studioso
tedesco: "popoli con pochi mezzi per dominare la natura,
ovvero pochi mezzi tecnici") e gli occidentali "civili"
(diremmo: tecno-scientificamente progrediti).
James Frazer
definì il totem "una classe di oggetti materiali che il
selvaggio considera con rispetto superstizioso, credendo che
esista tra la propria persona e ogni membro della classe
un'intima e particolarissima relazione". Il totemismo venne
situato nella gerarchia delle forme di pensiero cosmico-intuitive dei vari
popoli, al di sopra dell'animismo e al di sotto del
politeismo, a sua volta giudicato meno "evoluto" del
monoteismo...
Per lungo tempo i "comportamenti più bizzarri -scrive un
etnologo atipico come Jean Servier- vengono attribuiti ai
primitivi, con la preoccupazione di far colpo, come dicono i
giornalisti, per sottolineare meglio la particolarità e
l'isolamento della civiltà occidentale. Mai i fatti citati
sono posti nel loro contesto; mai si è avuto un tentativo
per trovare nell'uomo bianco analoghi comportamenti e modi
di pensare". Sarebbe veramente istruttivo che un etnologo
pellerossa o negro esaminasse, dal punto di vista della sua
cultura, la nostra società, rimarcandone superstizioni,
credulità, ossessioni, manie, unilateralità. Il quadro non
sarebbe certamente edificante...
"L'occidente", scrive ancora Servier, "ha decisamente avuto
la gran fortuna di non essere stato studiato da etnologi di
tutti gli angoli del mondo". Infatti l'uomo bianco da lungo
tempo si è posto al di sopra degli altri popoli, arrogandosi
ogni diritto su di essi e sulle loro realtà, materiali e
spirituali, ergendosi a giudice e a legislatore mondiale,
espropriando i diritti altrui sostenuto da una superbia
nutrita da suggestioni parareligiose, talora regredite a
livello inconscio, e da illusioni tecnoscientiste. Così,
pure nel nostro secolo, etnologi di notevole spicco, come
Lévy-Bruhl, hanno inventato l'esistenza di una "mentalità
primitiva" ancora ferma ad uno stadio prelogico, infantile,
rinforzando l'errata e banale analogia tra l'uomo delle
società arcaiche e il bambino, analogia funzionale rispetto
allo schema evoluzionista in campo culturale, formalizzato
in epoca positivista da
Auguste Comte. Secondo tale
filosofo, ciascuna branca della conoscenza umana, e l'uomo
stesso nei suo complesso, passa successivamente per tre
stadi teorici differenti:
1) lo stadio teologico, o fittizio, in cui tutte le realtà
vengono ritenute opera di agenti soprannaturali;
2) lo stadio metafisico o astratto, modificazione del
precedente, dove le forze soprannaturali vengono sostituite
da entità astratte inerenti ai diversi enti del mondo, causa
dei fenomeni osservati;
3) lo stadio scientifico, o positivo, nel quale l'uomo,
abbandonata ogni velleità di conoscere l'assoluto, si
applica a scoprire le leggi che, laicamente, regolano la
natura, svelando la concatenazione causale dei fatti
empirici mediante il ragionamento e l'osservazione.
Inutile dire che in questo schema assai meccanico, i "selvaggi", bambini ingenui che adorano la natura
divinizzata, stanno nel primo stadio, ben lontani dall'uomo
bianco, artefice della scienza di cui egli elargisce i
"benefici" al mondo intero. E a rinforzare questo schema
evoluzionistico si impegnò anche un altro filosofo
positivista,
Herbert Spencer, che prima di Darwin parlò di
"sopravvivenza del più adatto" (Il Progresso, sua legge e
sua causa di Spencer apparve nel 1857, mentre L'origine
della specie è del 1859). Egli postulò l'esistenza di un
progresso continuo, lineare e unidirezionale, della specie
umana, processo necessario e benefico. Questi schemi, poi
rinforzati dall'evoluzionismo biologico di Darwin, vennero
fagocitati dal pensiero etnologico negli anni successivi,
influenzando ora più, ora meno i vari Morgan, Frazer,
Malinowsky, Lévy-Bruhl, fino, allo stesso
Lévi-Strauss, almeno in certi aspetti del suo pensiero.
L'uomo e
l'invisibile
Le
orgogliose promesse della cultura progressista e della
scienza all'alba dell'era industriale hanno fatto il loro
tempo. I racconti degli anticipatori del secolo scorso che
sostenevano che la macchina a vapore avrebbe portato il
regno della felicità e la pace universale ci fanno
sorridere, come le nostre anticipazioni, i nostri sogni di
felicità per mezzo dell'astronautica e della genetica
faranno sorridere i nostri discendenti, se saranno in grado
di divertirsi. Diventa sempre più difficile conservare come
pie reliquie le idee ricevute all'inizio del secolo XIX.
Jean Servier, uno dei più autorevoli esponenti della scuola
etnologica di Marcel Griaule, dimostra con una rigorosa
documentazione paleontologica, etnologica, antropologica,
l'infondatezza di questi pregiudizi cosiddetti « moderni »,
ma che in realtà dovremmo definire « ottocenteschi ».
Dopo la lettura di quest'opera diventa difficile sostenere
non soltanto l'etnocentrismo evoluzionistico, che non
sarebbe improprio definire razzista, ma anche le
interpretazioni materialistiche dell'uomo e della sua
storia.
Servier spiega infatti che i « selvaggi » non esistono. «
Gli uomini », scrive, « sono uguali in valore intellettuale
e in pensiero. I selvaggi non sono mai esistiti, poiché
l'uomo non si è mai evoluto secondo il quadro tracciato da
un pensiero semplicistico che lo fa partire dalle scimmie
d'Africa per giungere all'uomo adulto e civile dopo
interessanti avventure dì ogni genere ».
I gesti di un uomo nudo nella foresta equatoriale, che
compie i riti immutabili della sua tribù davanti al fratello
morto, rivelano invece, per chi abbia gli occhi per vedere,
l'esistenza di simboli comuni a tutti i popoli e
presuppongono la medesima fede in una medesima realtà, cioè
nell'Invisibile.
Le vere civiltà sono appunto quelle, antiche o moderne,
occidentali o extra-occidentali, che hanno avuto come fine
di conservare e trasmettere di età in età le stesse certezze
nell'Invisibile derivate da uno stesso insegnamento, da una
stessa tradizione. In questo consiste la loro perfezione, e
solo con questo metro si può paragonare una civiltà a
un'altra.

Jean Servier

"L'idea di un Dio unico, eterno, increato, padrone della
vita, origine e termine dell'avventura umana, è presente in
tutte le civiltà umane"
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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«La vita, ci dice la scienza ufficiale, è apparsa sulla
terra per la combinazione casuale di elementi chimici in
condizioni particolari di temperatura, di pressione e di
irradiazione. L’unicellulare nel corso dei millenni è
divenuto un aggregato di cellule, di cui alcune,
differenziandosi, hanno contribuito a formare gli organi
specifici del primo animale, che viveva nel mare. Questa
esistenza acquatica non era senza dubbio priva di disagi,
poiché il primo animale veniva sempre più spesso a respirare
alla superficie dell’acqua. Il movimento l’aveva trasformato
in pesce, la respirazione aerea ne fece una sorta di
batrace. Dimentico dell’oceano primordiale, che i biologi
gli hanno assegnato come habitat, si diresse verso le vicine
paludi. Diventato rospo o rana, si allontanò dagli stagni e
vivendo, non si sa bene perché, sulle rocce, divenne
rettile. La lucertola – poiché questo era il suo nuovo nome
– ha esitato: certi individui della sua famiglia hanno
scelto di correre nei campi, e ciò li ha trasformati in
mammiferi; altri invece, facendo il trapezio sugli alberi,
hanno finito per diventare uccelli lungo il corso dei
millenni.
Tutto ciò, dicono i biologi, si è sviluppato a cespuglio:
certe branche inutili si sono disseccate e sono morte, altre
invece si sono sviluppate dando a loro volta altre
ramificazioni di forme che sono giunte oppure no fino a noi
a seconda del loro adattamento all’ambiente e delle loro
facoltà di sopravvivenza. Certi mammiferi, che avevano
l’abitudine di arrampicarsi sugli alberi, hanno visto le
loro zampe trasformarsi in mani e, poiché erano costretti a
tenere la testa alta, questa ginnastica ha considerevolmente
aumentato la loro capacità cefalica: queste furono le prime
scimmie… una delle quali in seguito riservò le sorprese che
ben sappiamo. Era nata la saga dell’umanità così come l’uomo
bianco ama ripeterla nelle scuole, nelle università e nei
musei (…).»
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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Il legame più sorprendente e più strano tra tutte le
iniziazioni è costituito dalla presenza del rombo, sempre
associato ai Misteri e circondato dalle medesime
proibizioni.
Questo oggetto enigmatico è molto semplice: si tratta di una
linguetta di legno o di metallo posta all’estremità di una
corda o di una striscia di cuoio che un uomo fa roteare. La
linguetta gira attorno al proprio asse nello stesso tempo in
cui l’insieme cordicella-rombo gira attorno all’uomo che lo
fa roteare: si leva allora un rumore proporzionato alla
velocità della rotazione.
<< Esso ha l’ampiezza del ruggito del leone…Questo suono
produce un’impressione profonda anche sugli uomini che ne
conoscono i segreti>> cit. Griaule
Forse è qui il vero segreto del rombo, poiché inizialmente
furono le donne a rubarlo al “piccolo popolo” e solo in
seguito se ne impadronirono gli uomini. Il rombo era allora
simbolo del mistero della donna che creò la vita, l’origine
della vita per mezzo della vibrazione, come è all’origine
della tessitura. Il furto perpetrato dagli uomini sottolineò
la separazione della nascita di carne dalla nascita
spirituale.
Il rombo con le sue vibrazioni segna forse la rottura sonora
con la vita fetale, prolungata molto avanti nell’infanzia
dalla voce della madre, dalle ninnenanne e dalla voce acuta
del bambino che parla a se stesso perduto nel sogno.(cit. A.
Tomatis). Forse questo lungo mugghio nella notte della
iniziazione provoca un trauma sonoro in grado di accelerare
il passaggio dall’infanzia alla virilità e di rendere
irreversibile questo passaggio; in tutte le civiltà, infatti
il rombo è per definizione la voce del padre di tutti i
padri, il tuono virile dell’antenato.
Forse proprio questo è ciò che vuol significare il grande
idolo di Larissa (un uomo di argilla rossa che tiene nella
mano sinistra il suo sesso e nella mano destra l’orecchio
destro): una verità conosciuta da tre millenni.
Eminenti etnologi come Loeb e Lowie hanno ammesso che il
complesso rombo-iniziazione è derivato da un centro comune.
Se, come dice Margaret Mead, “la maggior parte degli
studiosi è d’accordo nel dare alle civiltà del Nuovo Mondo
uno sviluppo indipendente da quelle del Vecchio Mondo”,
resta da ricercare da dove è venuta questa comune certezza e
i simboli identici che la esprimono.
Dall’Australia alle due Americhe, passando per l’Africa, L’Oceania
e l’Europa, dall’uomo magdaleniano al compagnon carpentiere
o tagliapietre che fa roteare la sua zucca a braccio teso,
ci si pone un altro problema: quello dell’unità di una
tradizione iniziatica e di insegnamento primordiale, poiché
questa volta, anche per amore di “razionalismo”, non
possiamo ricorrere alla”fortuna”, al “caso” oppure alla
“coincidenza”.
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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Per l’occidentale l’umanità non è che un’accozzaglia di
“popoli sottosviluppati” oppure “in via di sviluppo”, che
hanno cioè la lontana speranza di uguagliare un giorno il
prestigioso uomo bianco.
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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La nostra scienza ha bisogno di una biologia
dell’immateriale.
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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Nessun moralista ha mai posto il problema della
responsabilità dell’Occidente in questa creazione di bisogni
artificiali, che mascheriamo sotto il nome di “civiltà” o di
“tenore di vita”, che ha l’unico scopo di far lavorare le
nostre fabbriche.
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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“Le orgogliose promesse della scienza all’alba dell’èra
industriale hanno fatto il loro tempo . . . Osservazioni
recenti, studi condotti in tutti i campi, rimettono in
questione l’evoluzionismo e la nozione di progresso: una
teoria che non ha cambiato i suoi argomenti da centocinquant’anni,
una menzogna che rimanda senza fine all’avvenire la
soluzione dei nostri problemi e della nostra angoscia”.
“Bisogna credere soprattutto che un aborto di scimmia
sarebbe sopravvissuto a caso per giungere a dare l’uomo,
dopo una lunga serie di improbabilità miracolosamente
superate . . . Sarebbe più conveniente ammettere che
l’evoluzionismo materialistico è una religione che chiede
molto alla fede e poco alla ragione. Darwin ha parlato degli
‘occhiali affumicati del teologo’ e il termine ha avuto
fortuna. Ma quali occhiali di tenebra stanno sul naso degli
evoluzionisti!”
“I selvaggi non sono mai esistiti, poiché l’uomo non si è
mai evoluto secondo il quadro tracciato da un pensiero
semplicistico che lo fa partire dalle scimmie d’Africa per
giungere all’uomo bianco adulto e civile, dopo interessanti
avventure di ogni genere”.
“Mi piacerebbe vedere, anche una sola volta, una scimmia il
cui muso si atrofizzi a poco a poco correndo nella savana,
così come mi piacerebbe vedere una scimmia fabbricare un
utensile. Da molto tempo i nostri pretesi antenati hanno
tentato la posizione eretta: molti, come il gibbone, hanno
un’andatura bipede e tengono la testa eretta; ciò nonostante
non abbiamo constatato alcuna trasformazione, alcuna
soluzione nella continuità della specie, alcun mutante il
cui encefalo sia aumentato. Nessuna scimmia, giocando con
schegge di selce o con bacchette, ha trovato il segreto del
fuoco e intrapreso il cammino della ‘ominizzazione’. I fatti
quindi sono ben lontani da questa visione semplicistica del
mondo che è l’evoluzionismo, questa teoria che vorrebbe
essere una conclusione scientifica e che non è altro che un
dogma. Siamo qui in pieno mito, al centro di un colossale
falso scientifico”. “Allo stato attuale delle nostre
conoscenze, la vita non ha mai potuto nascere dalla materia,
in laboratorio; al contrario, possiamo constatare
correntemente che la materia può nascere dalla vita. La fede
materialistica si basa quindi su un Credo, simile in questo
alle religioni che essa pretende combattere e sostituire”.
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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“I biologi possono soltanto provocare mutazioni all’interno
di una medesima specie, senza giungere a trasformare questa
specie, senza realizzare il passaggio da una specie
all’altra. Sottoponendo a radiazioni alcuni moscerini
dell’aceto si può provocare una atrofia parziale o totale
delle loro ali; certi mutanti apparsi spontaneamente
permettono di modificare il colore degli occhi. Si possono
combinare tutte queste caratteristiche e ottenere soggetti
con occhi rosso vivo o color albicocca e moncherini d’ali di
varie forme: ma si tratta sempre di moscerini dell’aceto
della specie Drosophila Melanogaster e null’altro, moscerini
degenerati e non stadi di una evoluzione progressiva”.
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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“Se vi fosse una legge dell’evoluzionismo o del
trasformismo, essa dovrebbe valere anche per il mondo
vegetale, il che non è dimostrabile in alcun modo. Ogni
specie spunta saggiamente sul terreno e nel clima adatti.
Nella foresta immobile non sopravvive il più adatto, il più
furbo o il più forte. Nulla ci permette di vedere nelle
alghe i progenitori delle felci o delle querce”.
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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“Le possibilità, intellettuali o fisiche, di ogni specie
animale sono nettamente limitate e poco suscettibili di
accrescimenti. Si sono potuti insegnare a scimpanzè, leoni o
elefanti alcuni gesti da compiere a comando, generalmente
sotto implicita minaccia. Tuttavia nessun domatore ha
insegnato a leggere a una scimmia e, anche se a forza di
pazienza le ha potuto insegnare a riconoscere alcune lettere
e a indicarle, mai il suo allievo ha trasmesso questa nuova
scienza ai suoi simili”.
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973
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“L’Occidente ha perduto secoli nella ricerca della
generazione spontanea, decine d’anni a provare l’evoluzione
biologica, senza altro beneficio che un sentimento doloroso
di inutilità”.
Servier Jean, L’uomo e l’Invisibile, Rusconi, 1973